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La lunga notte dei depistaggi sulla morte di Paolo Borsellino

Strage di via D'Amelio 25 anni dopo

La lunga notte dei depistaggi sulla morte di Paolo Borsellino

(Fotogramma)
(Fotogramma)

La domanda più ficcante sui depistaggi nella ricerca della verità giudiziaria sulla strage di via d'Amelio – di cui domani ricorre il venticinquennale e nella quale morirono il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti di scorta – l'ha fatta Laura Garavini (Pd).

Il 14 giugno, in Commissione antimafia, davanti al capo della Procura di Caltanissetta Amedeo Bertone, agli aggiunti Lia Sava e Gabriele Paci e al sostituto Stefano Luciani, la deputata Garavini ha infatti chiesto proprio alla fine dell'audizione: «Procuratore Paci, lei ha fatto un riferimento al fatto che sia emerso che tre procuratori all'epoca avevano collusioni con la mafia. Può, per cortesia, riprendere questo passaggio e fornirci elementi più dettagliati in merito? Questo passaggio è rimasto completamente nell'ombra. Senza volermi avventurare io su ipotesi, potrebbe essere in qualche modo possibile che, anziché esserci un depistaggio legato alla polizia giudiziaria, ci fosse, invece, un depistaggio legato all'autorità giudiziaria?».

La risposta è stata segretata ma sappiamo che è stata estremamente evasiva, vaga e generica così come è stata evasiva, vaga e generica anche la risposta sull'altro filo che lega alla speranza di scavare nella verità giudiziaria della strage, vale a dire il possibile pentimento dei fratelli Graviano da Brancaccio (Palermo). Loro, nelle stragi a partire dal '92, ne sanno in abbondanza.

I commissari antimafia hanno battuto molto il tasto dei depistaggi che hanno portato ad una verità giudiziaria, condotta per mano dalle false dichiarazioni del falso pentito Vincenzo Scarantino, e che è stata da appena un anno stravolta dal processo Borsellino-quater della Procura nissena. Un procedimento che, allo stato, ha portato a poco più di due punti fermi: gli ergastoli ai mafiosi Salvo Madonia e Vittorio Tutino e il coinvolgimento del mandamento di Brancaccio (Palermo) nella barbarie omicida di quel periodo orrendo per la democrazia italiana.

A cercare di scavare sui depistaggi è stata innanzitutto la presidente Rosy Bindi, che ha chiesto quali sarebbero gli interessi e i progetti di chi ha indotto o costretto Scarantino a offrire una collaborazione falsa, che poi ha scatenato il corto circuito investigativo.

Poi ha rincarato la dose il senatore Beppe Lumia (Pd), che ha chiesto di capire se ci sono state responsabilità dolose istituzionali. Con chi si organizzò all'interno del sistema carcerario quella grande opera di depistaggio? Quali altri soggetti istituzionali parteciparono oltre alle Forze dell'ordine nel campo della magistratura e dei servizi? Quel complesso e articolato contesto di depistaggio ha avuto anche soggetti esterni?

Per la Commissione, ha sintetizzato Lumia, questi sono i punti essenziali da capire: comprendere se le indagini a Caltanissetta hanno aperto filoni di questo tipo o è stato, invece, un depistaggio figlio semplicemente della volontà di sbattere il mostro in prima pagina.

A distanza di 25 anni da quella strage e da quella precedente di Capaci e – par di capire, anche per alcuni dei successivi attentati – non c'è da aspettarsi molto, con buona pace della verità.

Il capo della Procura nissena Bertone ha infatti detto: «Noi facciamo indagini e cerchiamo di dare delle soluzioni che possano reggere in esito al dibattimento. La possibile indicazione se quest'attività di depistaggio sia stata funzionale a nascondere altre responsabilità, ed è questo – credo – il senso della vostra domanda, allo stato possiamo formulare soltanto delle ipotesi, e quella che sembra più accreditata è quella in base alla quale gli investigatori hanno insistito su questa ricostruzione e, a un certo punto, debbono necessariamente essersi resi conto che quella strada non portava da nessuna parte».

Paci ha laconicamente affermato che i magistrati non possono avere la sfera di cristallo. La Procura nissena si è trovata di fronte una marea di «non ricordo», «non so», «sono passati venticinque anni, abbia pazienza». «Il depistaggio lo abbiamo tirato fuori noi – ha rivendicato con orgoglio Paci – ma dopo 25 anni, per capire esattamente quello che è successo, ci vuole... Ovviamente, ci sono dei buchi neri e, tra un buco nero e l'altro, si arriva con lo strumento tradizionale logico, deduttivo e induttivo (...)».

Il processo Borsellino-quater, che ha provato a mettere la verità sulla strage nel giusto binario, è arrivato dopo 24 anni dalla strage, ed è dunque difficile, come ha detto in conclusione lo stesso Paci, in assenza di prove certe e con una serie infinita di “non ricordo”, “non so”, “non c'ero”, “non ho visto”, elaborare un dato obiettivo.

Sembra di capire che in questi lunghi e tormentati 25 anni sia mancata solo la risposta «non c'ero e se c'ero dormivo» per avere il campionario completo dell'oblio su una vicenda che, invece, fino a che non troverà giustizia, è tra quelle destinate a non far mai diventare adulta la democrazia italiana.

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