Commenti

Dossier Che delusione l'Università ridotta a corsa al «posto»

    Dossier | N. 15 articoliIl dibattito sull’Università - 40 anni persi

    Che delusione l'Università ridotta a corsa al «posto»

    Mi sono laureato quaranta anni fa, nel luglio del 1977. Quaranta anni più cinque per la laurea, trascorsi quasi tutti nell'Università italiana. La cosa non è molto importate per i lettori ma mi dà il pretesto per alcune considerazioni retrospettive. Nel '77 la situazione occupazionale non era molto diversa da quella odierna. La disoccupazione giovanile era molto elevata e l'ingresso all'università molto difficile. Ieri come oggi, “rimanere” all'università era una chimera. Ieri come oggi, voleva dire, in primo luogo, avere una famiglia alle spalle in grado di supportare quella scelta per tutti gli anni di precariato e di incertezza che sarebbero seguiti. In effetti, se dovessi tentare di riassumere quale sia stato l'argomento più presente nella discussione universitaria in questi quaranta anni non avrei dubbi.

    Non il diritto allo studio, non i programmi di insegnamento, non l'internazionalizzazione, non la valutazione, non i finanziamenti alla ricerca. Direi certamente il “posto”. Il denominatore comune di quattro decadi è stato il “posto”. Nelle sue declinazioni: accessi, reclutamento, precariato, promozione, concorsi (e relativi ricorsi), idoneità, chiamate, scorrimenti, punti organico, budget, trasferimenti e, ovviamente, salari. Niente di male in tutto questo. Anche se qualcuno pensa (o gli viene fatto pensare) che l'università dei docenti sia il luogo della libertà e della assenza di regole, essere universitari è una professione complessa che richiede tanta passione. Il lavoro del ricercatore e del docente è spesso ben diverso da quello che viene immaginato (niente fine settimana, poche vacanze, caccia ai finanziamenti, poco tempo con la famiglia, giornate spesso di dodici ore, ecc.) ma è pur sempre un lavoro.

    Negli anni, i parlamenti che si sono succeduti hanno varato numerose leggi per “razionalizzare” reclutamento e carriere universitarie. Ma nessuna legge, in quaranta anni, è riuscita a risolvere l'ambiguità di fondo del “posto” all'università: il concorso. All'università si entra per cooptazione ma siccome l'università è pubblico impiego è richiesto un concorso, ergo si entra per cooptazione mascherata da concorso. Intendiamoci la cooptazione accademica non è un male, tutt'altro. Ricercatori e studiosi non sono intercambiabili.

    La assunzione diretta (spesso con abilitazione) è il metodo usato nella maggior parte dei sistemi universitari evoluti dove, però, chi coopta risponde alle istituzioni e alla comunità accademica nazionale e internazionale delle scelte fatte.

    La cooptazione non funziona quando perde trasparenza e viene mascherata di oggettività da procedure concorsuali che spesso, fatta salva la forma, sollevano da responsabilità chi esegue le scelte. Il controllo di questa cooptazione, e dei meccanismi con la quale esercitarla, è quindi, da sempre, il “core business” di molta parte della comunità accademica italiana. Il vero potere accademico sta lì, difeso dai recinti dei settori disciplinari e dalle logiche di non-ingerenza tra aree nei Dipartimenti.

    In quaranta anni tutto questo ha resistito ai governi e al mutare della situazione internazionale. Tutti i tentativi di modificare questo status sono falliti. L’Università italiana è prigioniera di queste regole e con essa il Paese. Questo male profondo della nostra accademia è, in ultima analisi, la causa principale del localismo e della mancanza di mobilità tra atenei, della assenza di un “mercato del lavoro intellettuale”, dell’inesistente interscambio Università-industria, della scarsa capacità di attrazione internazionale, del precariato interminabile, del ridotto “valore di mercato” delle esperienze maturate in altri contesti (estero, aziende, pubblica amministrazione), e quindi della necessità per molti di trovare all’estero il riconoscimento del proprio valore.

    Oggi, molti colleghi, e giustamente, lamentano il blocco degli scatti previsti dalla Legge 240 e considerano il perdurare della situazione una offesa al ruolo della docenza universitaria. Hanno ragione. Una diminutio intollerabile visto il ruolo sociale dell’Università. C’è chi ha minacciato uno sciopero per settembre proponendo lo slittamento delle sessioni d’esame. Ho pensato: “Ci risiamo. L’Università si guadagna le prime pagine con un argomento che porterà ben poche simpatie”.

    Le polemiche che ne stanno scaturendo in questi giorni sembrano darmi ragione. Sarebbe invece auspicabile che si avviasse un dibattito a tutto tondo sull’Università italiana.

    Dovrebbero essere le forze produttive, la politica lungimirante, l’Europa stessa, i giovani ricercatori a chiedere al Parlamento (si noti: al Parlamento non ai Governi!) di mettere al primo posto investimenti seri nella ricerca, incentivi forti alla mobilità dei ricercatori e dei dottorandi, fondi di avviamento per chi si sposta, la liberalizzazione delle forme contrattuali, il superamento dei settori disciplinari che soffocano le possibilità di sviluppo interdisciplinare, l’ammodernamento dei laboratori e delle strutture didattiche. E poi, ovviamente, di discutere anche di scatti e di riconoscimenti salariali. È una richiesta ingenua. Ma la mia generazione è quella del “siamo realisti, esigiamo l’impossibile”.

    © Riproduzione riservata