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Dipartimento mamme, bufera social sul Pd. Quando il nome “è…

ieri alla camera le proposte dem

Dipartimento mamme, bufera social sul Pd. Quando il nome “è politico”

Il sarcasmo e gli attacchi con cui è stato accolto il lancio del Dipartimento mamme da parte del Pd - parte di una più ampia riorganizzazione del partito in vista delle prossime elezioni - racconta molto dell’Italia del 2017. L’offensiva dei dem su un tema cruciale per un’ampia fetta di elettorato presta il fianco a chi parla di «bieca operazione di marketing politico». Matteo Renzi, il 7 maggio scorso, nel suo discorso di reinsediamento da segretario, lo aveva anticipato: «Abbiamo portato le mamme a occuparsi di politica. Ora la politica si occupi di loro. È la questione politica del nostro tempo, che nel 2017 la maternità possa essere considerata un ostacolo è assurdo».

È il nome “mamme” scelto per il dipartimento, però, a far discutere e a far insorgere chi crede sia solo uno specchietto per le allodole. Perché sul fatto che il tema della maternità e della paternità come libere scelte sia direttamente collegato all’emergenza occupazione e dirimente per la crescita del Paese sono tutti d’accordo. Se ne è discusso a lungo ieri alla Camera, nel corso del convegno “Maternità libera scelta? Un Paese per donne e per uomini” promosso proprio dalla deputata alla quale Renzi ha affidato la responsabilità del Dipartimento: Titti Di Salvo, un passato da sindacalista e in Sel.

Pioggia di critiche sui social
Sui social piovono critiche da venerdì, quando è stata annunciata la nascita dei 40 nuovi dipartimenti. «Il Pd ha una responsabile mamme. E perché non un responsabile babbi, mi son detta. Ah già, certo. #megliodino», ha twittato la bersaniana Chiara Geloni, di Articolo 1-Mdp. Oggi la pentastellata Paola Taverna ha rincarato la dose: «Dipartimento mamme???... e i papà? E la suocera non gliela metti? Per la Lorenzin la donna è una primipara attempata a forma di clessidra, per Renzi è l’angelo del focolare tra uncinetti e padelle. A quando il Dipartimento Servi della Gleba? Qualcuno dica al governo che siamo nel 2017...vi prego». Le frecciate non sono arrivate soltanto dai rivali politici. La giornalista e conduttrice radiofonica Loredana Lipperini ha spiegato: «Finché non si dirà che il cammino è comune (padri e madri, insieme: e non lo dico io, lo diceva Simone de Beauvoir negli anni '40) non se ne esce. E ignorare che una parte di quel cammino è iniziata usando la dicitura “Dipartimento mamme” è gravissimo». Perché non Dipartimento genitori, o famiglia? «È in corso - attacca - una sempre più imponente ondata (anche di ex o attuali femministe) che sospinge le donne verso il destino biologico. Il Dipartimento mamme sembra sancire ufficialmente e politicamente quel “torna a casa, cara”».

Di Salvo: «Alleanza per promuovere lavoro femminile»
In realtà, all’appuntamento a Montecitorio, Di Salvo ha chiarito il senso dell’iniziativa, opposto a quello che il nome del Dipartimento suggerisce e difeso dallo stato maggiore del partito, a partire dal capogruppo Pd alla Camera Ettore Rosato: «Abbiamo bisogno di una alleanza, cioè che tutti i decisori, l’intera classe dirigente si assuma la responsabilità per ciò che compete a ciascuno, in modo da mettere al centro paternità e maternità e l’aumento della partecipazione delle donne al mercato del lavoro. Perché conviene a tutti». Andrea Romano replica alla senatrice M5S: «Taverna che paragona le mamme alle serve della gleba la dice lunga sul suo stato di serenità. Rimaniamo in attesa di sapere chi seguirà il dipartimento scie chimiche nel M5s, forse meno
utile di uno dedicato alle politiche a favore delle mamme, ma sicuramente più utile al blog per coinvolgere nuovi adepti».

Leonardi (Palazzo Chigi): «In stabilità solo rafforzamento bonus»
Per promuovere l’alleanza con i vari mondi interessati, dalle imprese ai sindacati, all’appuntamento si è scelto di cominciare dall’informazione. Di qui le tante relatrici blogger e giornaliste (tra cui chi scrive), tutte concordi nel ritenere inscindibile l’argomento maternità da quello del lavoro. «La sfida è renderla compatibile», ha sostenuto Maurizio Del Conte, presidente dell’Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro. Convinto che la vera rivoluzione «è quella che in futuro ci porterà sempre più verso misure unisex». Un giorno, forse. Oggi si procede a colpi di bonus. Di Salvo e gli altri esponenti dem presenti (da Valentina Paris ad Alessia Rotta) hanno ricordato le misure adottate dal governo Renzi, dall’abolizione delle dimissioni in bianco alla maternità riconosciuta anche alle lavoratrici autonome, dal welfare aziendale all’allungamento del congedo di paternità obbligatorio (simbolico e pochissimo fruito), fino al lungo elenco di incentivi: bonus mamme, bebè, asilo nido, baby sitter. Dall’esecutivo Gentiloni Marco Leonardi, a capo del team economico di Palazzo Chigi, è stato cauto: «Non sono in grado di fare promesse per la prossima legge di stabilità, manovra delicata non solo dal punto di vista dei conti pubblici. Cercheremo di rafforzare quanto è stato fatto, misure universali e non. Ma l’orientamento sulla famiglia deve essere centrale per la prossima legislatura».

Sabbadini (Istat): «Lavoro di cura da redistribuire»
Sono state però in molte a sottolineare che gli interventi occasionali sono gocce in un oceano. «Le piccole misure non bastano più: serve una strategia di lungo periodo», ha affermato Linda Laura Sabbadini dell’Istat. Denunciando il vero tallone d’Achille del welfare italiano: «Ammonta a 51 miliardi di ore il totale del lavoro di cura di tutte le donne italiane, un numero molto più alto di quello del lavoro retribuito di donne e uomini, pari a 41 miliardi. Questo enorme carico di lavoro è fortemente mal distribuito e non considerato». Soltanto ridistribuendo i carichi, nella coppia e nella società, si può sperare in un’inversione di rotta. Benefica per tutti: come ha calcolato Bankitalia, arrivare al 60% di occupazione femminile (contro il 48,5% cui siamo inchiodati oggi, in coda alla classifica dei Paesi Ocse prima di Turchia, Messico e Grecia), significherebbe guadagnare il 7% di Pil. Se un partito si impegnasse sul serio in questa direzione con una visione sistemica - che includa istruzione, formazione, lavoro, previdenza, genitorialità, condivisione, lotta alla violenza di genere - sarebbe meritorio. Se il Pd cambiasse nome al neonato Dipartimento, anche.

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