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Dossier Tre libri per capire come cambia «la scienza triste»

    Dossier | N. 4 articoliWorld books

    Tre libri per capire come cambia «la scienza triste»

    Sembra non esserci fine alla sfilza di libri che criticano l’economia, e – dato che sono un’economista – è una forma di masochismo il fatto che io mi ostini a leggerli. E la cosa è ancora più snervante dal momento che le critiche sono sia ripetitive che malriposte.

    Non che le cose sullo stato dell’economia vadano bene; anzi. Ma se solo le critiche mosse oggi all’economia prestassero maggiore attenzione a ciò che gli economisti effettivamente fanno sarebbero in grado di valutare correttamente in che stato si trova questa disciplina.

    Un regio dubbio
    Dieci anni dopo la crisi finanziaria del 2007-2008, due dei più recenti libri che criticano economia ed economisti iniziano con la domanda posta dalla Regina Elisabetta II in una visita del 2008 alla London School of Economics: «Perché non l’ha prevista nessuno?» (di fatto, quasi tutti i recenti esempi di questo genere letterario iniziano nello stesso modo).

    I saggi curati da Roderick Floud et al, Humanism Challenges Materialism, e The End of Theory di Richard Bookstaber utilizzano la regale perplessità della Regina Elisabetta per insinuare come l’intera materia economica sia fondamentalmente difettosa: «Se gli economisti non sono riusciti a predire la più grande crisi finanziaria degli ultimi decenni, a cosa servono?».

    È una domanda giusta, se posta come una sfida per l’esigua minoranza di economisti che tentano di prevedere i risultati macroeconomici (come crescita e inflazione) e i mercati finanziari. Dieci anni dopo la crisi, un critico potrebbe chiedersi se qualcosa è cambiato.

    Qualcosa sì. Adaptive Markets, di Andrew Lo del Mit, tiene conto nelle sue superbe e affascianti riflessioni della frontiera della economia sui mercati finanziari; e c’è dell’altro, Lo dimostra esattamente il tipo di approccio che affonda le radici nella biologia e nella psicologia che Richard Bookstaber, gestore dei rischi per un portfolio da 100 miliardi di dollari per l’Università della California, sostiene nella parte finale di The End of Theory, ed esattamente il tipo di umanesimo e chiarezza celebrati in Humanism Challenges Materialism,
    una serie di saggi sul rinomato economista e storico Deirdre McCloskey.

    Lo, mio studente all’università, è un economista particolarmente capace, ma molti altri stanno facendo un lavoro discordante rispetto alla materia – dominante soprattutto negli anni Ottanta – spesso oggetto di critiche. Sì, l’economia deve cambiare, e di fatto sta cambiando – e ha iniziato a cambiare un po’ di tempo prima della crisi finanziaria.

    A dirla tutta, l’introduzione di Humanism Challenges Materialism riconosce questo aspetto: «L’economia ha intrapreso una svolta prevalentemente comportamentale – osservano i curatori, e – si sta smuovendo qualcosa di più profondo». I saggi offrono diversi punti di vista sul lavoro della McCloskey, da tempo una dissidente in economia per la sua insistenza sull’importanza dei valori e delle norme nello sviluppo economico, e sul ruolo della retorica nell’economia stessa.

    McCloskey si prende gioco di ciò che chiama economia della “Max U”, che riduce i singoli esseri umani a niente più che massimizzatori di utile o profitto – e cela l’aridità di questo approccio nella matematica e nei pretestuosi test di natura statistica. Allo stesso tempo, come osserva il saggio del suo ex allievo Steven Landsburg, McCloskey è una rigorosa economista che si è formata a Chicago la cui logica pari a un laser può tagliare il ragionamento astratto con la stessa facilità con cui viene espressa in prosa stilistica.

    Nel loro capitolo simpatetico, Peter Boettke e Virgil Henry Storr considerano McCloskey come un’economista della scuola austriaca per il suo apprezzamento dei mercati in quanto istituzioni sociali che incarnano le interazioni umane, invece che meccanismi astratti pienamente calcolabili con modelli algebrici. Secondo loro il fatto che molti economisti ignorino che i mercati siano un fenomeno sociale è ragionevole, anche se vale la pena far notare che molti economisti che non sono così ciechi non si auto-definiscono “austriaci”. Se si passa del tempo facendo un lavoro sull’anti-trust, ad esempio, o sui meccanismi di progettazione per qualcosa come un’asta sulle frequenze, non si può fare a meno di apprezzare la dimensione umana e sociale dei mercati.

    In modo meno elogiativo, Stephen Engelmann sostiene nel suo saggio che, malgrado la sua (corretta) consapevolezza del modo in cui l’economia utilizza la retorica per celare l’importanza dell’etica e della cultura, McCloskey è tanto una “neoliberale” come qualsiasi altro fondamentalista di Chicago. Di fatto, Engelmann definisce neoliberale chiunque insista sul fatto che l’economia o qualsiasi scienza sociale sia una disciplina pratica e non teorica (e quindi ideologica).

    Ciò ovviamente rende tutti gli economisti, da Paul Krugman a Eugene Fama, neoliberali, quindi non sorprende che gli economisti non siano molti inclini al discorso del neoliberalismo. Esattamente come i freudiani che interpretano qualsiasi resistenza al loro punto di vista come una reazione freudiana in se stessa, i teorici politici come Engelmann vedono qualsiasi resistenza al loro quadro analitico come una manifestazione di neoliberalismo.

    All’interno dell’economia, l’interesse nella storia e nel ruolo della cultura e delle istituzioni è cresciuto negli ultimi 20 o 30 anni. Ora è un terreno positivamente esplorato. Dopo anni in cui è stata considerata un’anticonformista, McCloskey mantiene uno standing elevato, e la sua monumentale trilogia The BourgeoisEra viene acclamata. Sì, molti economisti pensano ancora alle istituzioni in modo troppo astratto – come a una scatola nera invece che a una realtà sociale – e la storia economica certamente deve essere reinserita nei curricula universitari e post-universitari. Ma c’è stato un enorme allontanamento dal riduzionismo di una vecchia generazione.

    Storia ignorata
    È un allontanamento a cui Bookstaber ha prestato poca attenzione. La sua critica è in parte valida, almeno se applicata alla macroeconomia e alla finanza. I modelli macroeconomici ampiamenti utilizzati prima della crisi del 2008 escludevano le istituzioni finanziarie e si affidavano alla finzione di “agenti rappresentanti”. Questo sta cambiando troppo lentamente. Il settore è pieno di terminologia normativa, sui risultati “ottimali”, ad esempio, senza mai analizzare i giudizi di valore impliciti. I principali macroeconomisti sono restii ad ammettere che vi sia poca scienza naturale in ciò che fanno – una posizione che, per promuovere l’economia nell’opinione pubblica, ha compromesso la credibilità della categoria.

    Bookstaber ha ragione a far notare che gran parte dei modelli macroeconomici ignori il fatto che le serie temporali economiche sono non-ergodiche (un modo tecnico di dire che il loro comportamento caratteristico può essere completamente differente in contesti o periodi differenti). Conta la storia. Se da un lato gli economisti ne sono ben consapevoli in teoria (la possibilità di cambiamento strutturale nell’economia è solitamente etichettata come “Critica Lucas”), dall’altro la cruda realtà delle previsioni implica che venga ampiamente ignorata nella pratica (anche se la situazione ora sta migliorando).

    Ma The End of Theory insiste con l’accusare gli economisti di aver ignorato la psicologia comportamentale. Di fatto, l’economia comportamentale è una delle aree più popolari della disciplina ora, sia tra accademici che tra studenti. Bookstaber afferma altresì che gli economisti ignorano la realtà della teoria della complessità, la teoria della rete e i modelli basati sugli agenti. Anche se queste ultime aree non sono la tendenza dominante, non da ultimo perché la maggior parte dei ricercatori affermati non ha mai appreso le tecniche di ricerca necessarie per applicare questi schemi concettuali, registrano anch’esse un aumento di popolarità tra i giovani accademici.

    Bookstaber stesso è un professionista dei modelli basati sugli agenti applicati ai mercati finanziari, e la sua descrizione di questo approccio nella seconda parte del suo libro rappresenta la sezione più interessante. I modelli basati sugli agenti comprendono simulazioni a computer delle economie composte da molti singoli “agenti” che si comportano in base a diverse regole o “euristiche” specifiche. Al modello viene assegnata una serie di valori iniziali, e in ciascun periodo temporale i numerosi agenti singoli reagiscono al nuovo ambiente.
    Tale approccio mette quindi la storia e l’influenza sociale al centro dell’analisi. Questi modelli non producono previsioni come quelle che utilizzano le banche centrali o gli investitori, ma consentono di creare storie realistiche. Nei modelli basati sugli agenti, rispetto allo schema tradizionale, le crisi finanziarie possono verificarsi.

    La mente del mercato
    Adaptive Markets di Andrew Lo è una sintesi magistrale del tradizionale approccio basato sulla razionalità e dei nuovi approcci fondati su psicologia e neuroscienze, teoria evolutiva e tecniche quali simulazioni al computer e intelligenza artificiale.

    Uno dei punti più efficaci compiuti dai fautori della ora ben nota Ipotesi dei mercati efficienti di Fama è che è difficile di fatto battere il mercato; le opportunità di trarre un profitto derivano prontamente dall’arbitraggio. E Lo sostiene che quando i mercati finanziari sono abbastanza stabili per un periodo di tempo sufficientemente lungo, il modello basato sulla razionalità è appropriato. Ma nel momento in cui c’è una qualsiasi instabilità, timore umano, avidità, cultura, norma comportamentale, subentrano la narrazione di storie e l’immaginazione. L’ambiente determina il modo in cui si comportano i partecipanti al mercato.

    Come suggerisce il titolo, Adaptive Markets inserisce fermamente il comportamento economico nel contesto delle scienze umane. Lo insiste che la teoria economica debba essere in linea con la biologia evolutiva e le neuroscienze.

    Lo concorda con molti critici dell’economia sul fatto che la disciplina sia rimasta intrappolata nell’invidia per la fisica nella seconda metà del ventesimo secolo. Gli economisti come Herbert Simon, che suggerivano come gli esseri umani puntino a “satisfice”, ossia a raggiungere un livello minimo di soddisfazione, o ad adottare principi generali che normalmente funzionano bene (ciò che ora sarebbe definita euristica), sono stati preferiti a Paul Samuelson, la cui matematica pulita, astratta ed elegante ha delineato la corrente economica per un paio di generazioni.

    Forse i critici futuri identificheranno anche l’“invidia per la biologia” come una trappola. Di fatto, ciò che sostiene Lo è una svolta del tipo ritorno al futuro. Osserva come vi sia stata una grande e mutuale influenza tra economisti (Malthus, Marx, Veblen) e biologi (Darwin, Fisher, Haldane) in passato.
    Il test dell’approccio adattivo ai mercati però deve essere tale da aiutare a predire, evitare o rispondere alle crisi finanziarie. McCloskey approverebbe sicuramente la risposta di Lo: l’approccio aiuta a raccontare storie diverse. E le storie stesse aiuteranno a formare i comportamenti.

    I mercati finanziari devono essere considerati – sia dagli investitori che dagli enti di vigilanza – come un ecosistema. La biologia insegna che i sistemi richiedono cicli di feedback per regolarsi. Alcuni ricercatori hanno citato alcuni esempi economici: la politica fiscale anti-ciclica è una; i nuovi strumenti “macro-prudenziali”, come i requisiti patrimoniali che variano nel corso del ciclo economico, sono un altro esempio. Lo invita gli enti di vigilanza a pensare a questi cicli di feedback – letteralmente – in modo sistematico, e propone di utilizzare la teoria della rete per mappare l’intero sistema di regolamentazione finanziaria. Non sorprende che il risultato di questo esercizio per gli Stati Uniti non sia riassicurante.

    Lo sostiene l’approccio evolutivo dal 1986; nel libro, ricorda un workshop condotto a metà degli anni ’80 in cui venne attaccato da colleghi economisti legati alla teoria dei mercati efficienti. Anche altri economisti evolutivi – così come altri anticonformisti che ora vengono ascoltati di più – hanno trascorso molto tempo in esilio virtuale all’interno della categoria. Eppure il loro approccio, insieme ai nuovi strumenti e ad analisi inter-disciplinari, prende sempre più piede.

    Ridefinire l’economia dominante
    La psicologia comportamentale, la teoria della complessità, i modelli basati sugli agenti e simili, insieme ai racconti storici, l’enfasi sulle istituzioni, metodi quali studi controllati randomizzati e ora big data e IA, sono senza dubbio la nuova corrente dominante. Serve tempo per cambiare i curricula, e l’inerzia istituzionale rende i nuovi approcci troppo rischiosi e difficili per i giovani economisti in cerca di lavori accademici e promozioni.

    Gli economisti che praticano all’esterno delle università non tengono il passo con la frontiera della ricerca – seppur anche in questo caso, strumenti utili come l’economia comportamentale, la teoria della complessità, market design e la teoria della rete stanno facendo significative incursioni. Eppure, l’economia insegnata nelle facoltà universitarie, praticata nelle società finanziarie e applicata dai politici continua a restare pesantemente ancorata ai vecchi e riduttivi modelli basati sulle scelte razionali.

    Sarebbe auspicabile un rapido cambiamento, sarebbe bene che i colleghi mollassero i pacchetti statistici e leggessero più storia economica, e che i politici apprezzassero il fatto di agire in una curvatura temporale. Ma la lunga era di egemonia dell’economia neoclassica dominante è finita. L’enfasi che McCloskey ripone sui dee e valori, come illustrato in Humanism Challenges Materialism, e i modelli basati sugli agenti sostenuti in The End of Theory di Bookstaber stanno attirando un crescente interesse in economia, insieme a tutta una serie di altri approcci e tecniche.

    Inoltre, Adaptive Markets di Lo è uno splendido esempio del tipo di analisi che questo sano fermento intellettuale può produrre. Forse tutto si concentrerà in una nuova corrente dominante. Nel frattempo, i critici dell’economia dovrebbero abbandonare le fissazioni del passato e magari anche cautamente abbracciare l’incertezza del futuro della disciplina.

    I libri:
    - Andrew Lo, Adaptive Markets: Financial Evolution at the Speed of Thought, Princeton University Press
    - Richard Bookstaber, The End of Theory: Financial Crises, the Failure of Economics, and the Sweep of Human Interaction, Princeton University Press
    - Roderick Floud, Santhi Hejeebu e David Mitch (eds.), Humanism Challenges Materialism in Economics and Economic History, University of Chicago Press

    (Traduzione di Simona Polverino)

    Diane Coyle è professore di economia all’Università di Manchester ed autore di The Soulful Science and GDP: A Brief but Affectionate History.

    Copyright: Project Syndicate, 2017

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