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Colle «garante» della legge di bilancio, passo «di…

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Colle «garante» della legge di bilancio, passo «di lato» sulla legge elettorale

Sei mesi di legislatura, uno scioglimento delle Camere che arriverà – verosimilmente – a gennaio e in questo scorcio di tempo il capo dello Stato si vede in campo in modo diverso sui due fronti più caldi della politica: legge di bilancio e riforma elettorale. Dove fa un deciso passo avanti è sul terreno della manovra economica di cui sembra farsi “garante” di fronte all’Europa e ai mercati. Nel suo intervento di ieri alla cerimonia del Ventaglio Sergio Mattarella ha fatto capire che in questi mesi che restano il vero obiettivo da centrare - e per il quale spenderà il suo ruolo istituzionale - è il percorso da qui alla sessione di bilancio. Sono state molto precise le sue frasi sulla necessità di avere una legge di stabilità «pienamente efficace» e che consenta all’Italia di difendere la propria «reputazione finanziaria» dinanzi alle autorità europee e alla Bce. Espressioni con cui rende chiaro che farà da scudo in caso di inciampo parlamentare per evitare il rischio dell’esercizio provvisorio.

Questo vuol dire che porrà come priorità quegli appuntamenti d’autunno con la Commissione Ue che dovrà giudicare la manovra e con la Banca centrale guidata da Mario Draghi in vista delle scelte prossime sul quantitative easing. Appuntamenti per i quali servirà un Governo in carica e una legge di bilancio pienamente operativa su cui attiverà tutti gli strumenti necessari di protezione e salvaguardia. Sembra, insomma, che parli proprio a quegli ambienti europei - e dei mercati - che guardano con preoccupazione i prossimi snodi della vita italiana. C’è già chi in ambito governativo ha discusso l’ipotesi di una fiducia tecnica “a tempo” se la maggioranza dovesse sfaldarsi, fatto sta che il segnale di ieri di Mattarella è che in ogni caso scatterà un paracadute per mettere al riparo la sessione di bilancio e la «reputazione finanziaria» del Paese.

Più cauto è stato invece sulla legge elettorale. Se il Governo Gentiloni nacque sotto la sua spinta di dare una nuova legge al Paese, se i suoi appelli sono stati ripetuti fino ad arrivare – ad aprile - alla convocazione dei presidenti di Camera e Senato per sollecitare la ripresa dell’iter della riforma, ieri invece il tema è stato trattato per ultimo e in modo più scarno che in passato. «La parola ora spetta al Parlamento, non aggiungo altro».

Niente niente moniti, niente enfasi. Solo la piena consapevolezza delle difficoltà di arrivare a nuove regole elettorali – per quanto necessarie – con un quadro politico troppo fluido, con partiti frammentati anche al loro interno e soprattutto con il pregresso di un’intesa “ampia” ma naufragata perché a giugno non resse l’urto di una votazione segreta. È vero c’è il «rammarico» per quelle larghe intese che restano la traccia su cui - secondo il Colle - i partiti devono continuare a esercitarsi ma i nodi ora sono troppo visibili per girare la testa. E forse potrebbero diventare più intricati in autunno tra il passaggio della legge di bilancio e la campagna elettorale per la Sicilia. Incroci altamente infiammabili sui cui forse si aprirà una finestra a novembre ma che lo costringono a trattare quella riforma più come un auspicio che come un obiettivo realistico. E del resto, come spiegano i suoi collaboratori, ripetere appelli non farebbe che «solennizzare» l’incapacità delle Camere.

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