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Atac, ecco tra costi vivi e occulti il buco da oltre 8 miliardi in 15 anni

IL DISSESTO DELL’AZIENDA DI TRASPORTI DI ROMA

Atac, ecco tra costi vivi e occulti il buco da oltre 8 miliardi in 15 anni

C'è voluto Bruno Rota, uno venuto da fuori, da Milano dove ha guidato con successo l'Atm, l'azienda trasporti milanese che macina utili da anni, a scoperchiare quel Vaso di Pandora maleodorante che è l'Atac di Roma. E a dire finalmente la verità. L'ormai ex direttore generale (per pochi mesi) di Atac ha svelato il disastro ineluttabile. Quella verità che nessuno vuole vedere perché troppo scomoda a dirsi. L'Atac è infatti tecnicamente fallita e non da ieri, almeno da un lungo decennio. Portare i libri in Tribunale, chiedere un concordato preventivo per tenere lontani i creditori pare l'unica cosa sensata da fare. Ma non si farà. Ragioni politiche lo precluderanno ancora una volta.

Ma come si fa a non vedere il disastro irrimediabile dei conti è davvero un mistero, o meglio una tragica farsa. Con debiti che valgono 1,35 miliardi, nessun flusso di cassa positivo a sostenerli come immaginare di poterli mai ripagare? Quei debiti sono frutto di decenni di malagestio industriale. Non è ancora disponibile il bilancio di fine 2016 dell'azienda pubblica romana, ma nessuno si fa illusione.

Sarà l'ennesimo bilancio che gronda perdite. Del resto solo tra il 2014 e il 2015 l'Atac, il gigante dai piedi d'argilla con i suoi 12mila dipendenti che ne fanno la fabbrica (inoperosa) più grande della Capitale, ha messo a bilancio perdite secche per 220 milioni. Una media di 100 milioni l'anno.

E la striscia negativa non è un'eccezione ma una consuetudine desolante e amara. Come documentano gli analisti di R&S Mediobanca nel periodo 2011-2015 il buco accumulato da Atac è stato di ben 765 milioni.

Un'emorragia senza fine. Ma come dimenticare la maxi-perdita del 2010 da 319 milioni e quella del 2009 da 91? E così via fin dal 2003. Mai Atac è riuscita negli ultimi 15 anni a chiudere senza perdere quattrini. Se si somma il tutto ecco la Via Crucis del mastodonte pubblico: quasi 2 miliardi di perdite, una cifra che avvicina l'Atac all'altro disastro italico, quell'Alitalia oggi di nuovo fallita.

E il paragone non è casuale. Se non riesci mai a chiudere i bilanci in utile, non puoi autofinanziarti e per sopravvivere nella gestione ordinaria devi ricorrere al debito. Ma non per investire, solo appunto per sopravvivere a te stesso.

Ecco da dove nasce quel peso di 1,3 miliardi di debiti che oggi sono insostenibili. In queste condizioni Atac è di fatto insolvente. Sono già pervenuti l'anno scorso i primi decreti ingiuntivi dai fornitori esposti per 325 milioni. Soldi che rischiano di non rivedere mai più. Non solo. Ma ecco i 477 milioni di debiti che l'azienda tranviaria ha con il suo azionista, cioè il Comune di Roma. E rischiano anche le banche esposte per 180 milioni e che hanno gentilmente accosentito finora a temporaggiare sui rientri. Ma come si spiega e da dove nasce il disastro di Atac? Dei 12mila dipendenti si è detto molto. Tassi di assenteismo elevati e fuori controllo quindi produttività al lumicino. Gli esperti dicono da sempre che c'è una sproporzione ingiustificata tra gli impiegati ammministrativi e gli operativi (conducenti e chi materialmente fa funzionare il servizio). Uno iato mai sanato. Il dato inquietante denunciato da anni e mai risolto è quello della sparuta pattuglia dei controllori dei biglietti. Poche centinaia di persone su un organico di 12mila. Pochi, troppo pochi a contrastare il fenomeno esiziale per Atac.

Quello dell'evasione tariffaria. Solo a Roma, caso unico in tutta Europa, i ricavi da biglietti coprono una parte infima dei ricavi. Nel 2015 Atac ha incassato dalla vendita dei ticket 260 milioni su un fatturato di poco meno di un miliardo. Fenomeno antico e mai estirpato. Tanto per dare un'idea dello scandalo dei portoghesi, l'azienda consorella l'Atm di Milano, a parità di fatturato incassa il doppio dalla vendita dei biglietti da viaggio. Fanno in soldoni 250 milioni che di fatto mancano ogni anno alle casse dell'agonizzante azienda capitolina.

Un dato che da solo fa la differenza tra fare gli utili e produrre le perdite. Il dato medio in Europa dice che i ricavi da biglietti valgono circa il 50% del monte ricavi. All'Atac si è distanti chilometri. Si dirà che l'evasione tariffaria è figlia del pessimo servizio offerto. Certo è più di un incentivo a non pagare.

Ma tanto quel che esce dalla finestra, nei conti complessivi, rientra dalla porta. Quel che Atac non riesce a incassare come sarebbe logico in un'azienda normale viene finanziato dal contributo pubblico.

Ogni anno Atac riceve come contratto di servizio dal Comune e della Regione Lazio la bellezza di oltre 500 milioni di sussidio. Tutte le aziende di trasporto locale sono sussidiate, ma c'è un limite. l'Atm riceve poco più del 40% di risorse pubbliche. All'Atac si supera il 60%. è il costo dell'inefficienza che pagano comunque i romani via tasse locali che vedono l'Irpef comunale ai massimi livelli.

Quando hai un costo del lavoro che vale oltre il mezzo miliardo come nel caso dell'Atac e dai biglietti ricavi solo la metà di quel costo, l'intervento di sussidio ti fa stare solo apparentemente a galla. Ma se poi devi aggiungere i costi degli ammortamenti dei mezzi (antiquati e fatiscenti), la manutenzione e le svalutazione del parco ecco che in modo pressochè automatico finisci puntualmente in perdita.

Nessun mistero quindi nel tracollo della più grande azienda di trasporti del Paese. Ma solo tanta incuria e nessuna voglia vera di metterci mano da parte della mezza dozzina di sindaci di tutto l'arco costituzionale e della dozzina di manager che si sono succeduti negli ultimi 15 anni. Hanno osservato da lontano il lento perire di Atac. Peccato che i costi, quelli vivi con i 2 miliardi di perdite e quelli occulti con i 500 milioni annui di trasferimenti pubblici portino il conto pagato dalla collettività in tre lustri a una cifra che supera gli 8-9 miliardi. Il costo dell'imperizia e dell'impotenza della politica.

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