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Concordato all’ultima chiamata

crisi d’impresa

Concordato all’ultima chiamata

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Per la riforma della legge fallimentare e del concordato preventivo il tempo sta per scadere. E le carte stanno in mano alla commissione Giustizia del Senato dove, da tempo, giace il disegno di legge delega messo a punto dalla commissione Rordorf, istituita dal ministro della Giustizia, Andrea Orlando. Il provvedimento è già stato approvato dalla Camera, mentre, proprio negli ultimi giorni, a Palazzo Madama la commissione ha concluso la discussione generale sul testo e fissato al 6 settembre la presentazione degli emendamenti. L’intervento è sicuramente ambizioso e metterebbe, tra l’altro, mano, ancora una volta, all’istituto del concordato preventivo, in una prospettiva, però, che potrebbe ridimensionarne la centralità.

Negli ultimi anni, dalla riforma Vietti in poi, sul concordato preventivo si sono concentrate modifiche che hanno puntato prima a incentivarne l’utilizzo e poi a correggerne alcuni punti chiave. La più recente risale a due anni fa, all’estate del 2015, quando venne reintrodotta, a conferma di quel ricorrente oscillare del baricentro della Legge fallimentare tra esigenze di tutela del debitore e necessità di considerazione dei creditori, una percentuale minima di soddisfazione per i creditori chirografari (20%) nel concordato liquidatorio e la cancellazione della disposizione della Legge fallimentare sul silenzio assenso che consentiva di conteggiare tra i favorevoli al piano di concordato quei creditori che non avessero manifestato un dissenso.

Misure prese nel segno di una professione di realismo davanti ai molti (troppi) abusi dell’istituto, dove percentuali di pagamento irrisorie si potevano accompagnare anche a un utilizzo strumentale del concordato, come mezzo di concorrenza sleale per depurare l’imprenditore dai debiti e consentirgli una ripartenza. Una modifica che ha certo ridimensionato il numero dei concordati, come attestato dalla tabella a lato: nel 2016 si scende a tre cifre dopo anni di crescita, senza però che l’istituto ne sia uscito cancellato come si temeva.

Ma solo nel 2012, con la volontà di rafforzarne l’utilizzo, a fronte dei risultati non esaltanti della riforma, era stato previsto che l’imprenditore potesse presentare una domanda di concordato “in bianco”, allegando solamente i bilanci degli ultimi tre esercizi e riservandosi di depositare in seguito tutta la restante documentazione (compresi, tra l’altro, il piano e la proposta).

Ora, con la delega Rordorf, si punta, da una parte, a cancellare il concordato liquidatorio valorizzando la sola prospettiva in continuità e, dall’altra, a fare recuperare spazi di manovra all’autorità giudiziaria in termini di valutazione anche della fattibilità economica della proposta dell’imprenditore. Possibile poi la richiesta di concordato avanzata anche da un terzo ma solo in presenza di condizione di insolvenza e non di semplice crisi da parte dell’imprenditore.

Tuttavia, a circoscrivere qualsiasi ipotesi di riforma del concordato preventivo, c’è un altro elemento di novità assai più dirompente, l’introduzione di misure di allerta. Misure che, anche con le recentissime modifiche approvate alla Camera per renderle meno ostiche agli imprenditori, potrebbero contribuire in maniera importante a rendere il concordato assai meno centrale. Se utilizzate, infatti, le misure di allerta potrebbero permettere un’emersione tempestiva delle crisi d’impresa, tale da evitare una dissipazione di ricchezza che comunque, tuttora, anche il migliore impiego delle potenzialità del concordato non è in grado di assicurare.

Il numero di procedure avviate per anno

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