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Fisco, la brusca retromarcia (-76%) dei controlli in banca

LOTTA ALL’EVASIONE

Fisco, la brusca retromarcia (-76%) dei controlli in banca

Indagini finanziarie sempre meno centrali nella strategia antievasione del Fisco, che si sta spostando più verso un modello di prevenzione e di incremento dell’adempimento spontaneo (la cosiddetta compliance) piuttosto che sull’utilizzo di strumenti avvertiti come “invasivi” dall’opinione pubblica in chiave di contrasto.

I numeri parlano chiaro: tra il 2012 e il 2016 gli accertamenti con il ricorso alle indagini effettuati soltanto dalle Entrate si sono ridotti del 76,6% e la maggiore imposta accertata di oltre l’85 per cento. Cifre decisamente in picchiata a dimostrazione che l’Agenzia ha scelto di non bussare più in banca per supportare le rettifiche ai contribuenti. Un po’ più contenute ma pur sempre nello stesso solco i numeri per quanto riguarda la Guardia di Finanza. Tanto, per capire gli ordini di grandezza: nel 2012 erano stati 21.600 i contribuenti (tra quelli sottoposti a indagine finanziaria delle Entrate e quelli sottoposti a indagine fiscale dalle Fiamme gialle e senza quindi considerare gli altri soggetti coinvolti) sui cui conti correnti si erano accesi i fari mentre sono diventati complessivamente poco meno di 5.200 (il 76,1% in meno) lo scorso anno.

I NUMERI IN GIOCO

Non è e non può essere certamente una casualità. Basta riprendere gli indirizzi operativi antievasione dell’Agenzia per il 2016 per capire qual è l’atteggiamento verso le verifiche bancarie. «L’utilizzo delle indagini finanziarie, il cui ricorso è da preferirsi solo a valle di un’attenta analisi del rischio dalla quale possano emergere significative anomalie dichiarative e quando è già in corso un’attività istruttoria d’ufficio, deve essere appropriato e finalizzato ad attuare ricostruzioni credibili e realistiche». Indicazioni messe nero su bianco nella circolare 16/E dello scorso anno.

Va ricordato, comunque, che non si tratta di un tipo di indagine attivabile liberamente dagli uffici. È necessaria, infatti, una procedura rafforzata a tutela del contribuente per avviarle: devono essere autorizzate, infatti, dal direttore regionale delle Entrate o dal comandante regionale della Guardia di Finanza. Poi a questo bisogna anche aggiungere gli interventi di Corte costituzionale e legislativi che hanno di fatto limitato l’utilizzo dello strumento. Da un lato, la Consulta con la sentenza 228/2014 ha bocciato la norma in base alla quale i prelievi bancari non giustificati di professionisti e autonomi potevano essere considerati automaticamente compensi in nero.

Dall’altro, il decreto fiscale collegato alla manovra dello scorso autunno ha previsto per i prelievi degli imprenditori limiti quantitativi: in pratica solo quelli superiori a 1.000 euro giornalieri e, comunque, a 5mila euro mensili possono essere considerati ricavi non dichiarati. E anche se sul punto specifico l’Agenzia ha sostenuto nell’ultimo Telefisco che la norma non è retroattiva (quindi si applica dal 3 dicembre 2016) è verosimile immaginare che quantomeno sul futuro possa avere un effetto frenante.

Ma c’è un’altra considerazione da fare. L’agenzia delle Entrate (e, per espressa previsione legislativa, anche quella della Riscossione che ha preso il posto di Equitalia) ha a disposizione uno strumento molto potente rappresentato dalla Superanagrafe dei conti correnti, in cui ogni anno come stimato dal Sole 24 Ore (si veda l’inchiesta di lunedì 21 marzo 2016) confluiscono ogni anno 500 milioni di dati su tutti i principali rapporti finanziari degli italiani. All’interno, per esempio, confluiscono i dati di sintesi dei conti correnti: saldo a inizio e a fine anno, totale movimenti in entrata e in uscita, giacenza media.

Un patrimonio che da solo può consentire una vera analisi di rischio per individuare i contribuenti su cui poi concentrare gli sforzi in termini di controlli. Quell’analisi di rischio a cui la convenzione 2017-2019 sottoscritta in settimana tra Mef e Agenzia attribuisce un’importanza strategica per scegliere in modo mirato il controllo da effettuare, proprio sfruttando il patrimonio dei database dell’Anagrafe tributaria, e raggiungere così i risultati preventivati da contrasto all’evasione (nel mirino per il 2017 ci sono complessivamente 15,7 miliardi considerando la rottamazione delle cartelle ma al netto della seconda edizione del rientro dei capitali). Per ora, però, la Superanagrafe ha «un grande potenziale informativo» - come ha rimarcato la Corte dei conti nell’ultima relazione sul rendiconto generale dello Stato - che «risulta solo marginalmente utilizzato». E si tratterà ora di capire quali saranno anche le sue potenzialità in sede di riscossione, dove dovrebbe consentire un utilizzo più mirato di strumenti come i pignoramenti su conto corrente ed evitare in questo modo il più possibile azioni al buio.

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