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Dossier Utopie di carta e alberi che ci umanizzano

    Dossier | N. 18 articoliVIAGGIO NELL’ANIMA DELL’EUROPA

    Utopie di carta e alberi che ci umanizzano

    lL Vergine nella chiesa di Saint Pierre di Brancion, nell’affresco ormai quasi sparito
    lL Vergine nella chiesa di Saint Pierre di Brancion, nell’affresco ormai quasi sparito

    Sedici luoghi sono un arbitrio, ma lo sarebbero anche 160 o 1600; perché l’Europa – come scrive Yves Bonnefoy – è un infinito calcolo di perfezione e di notte: «À ma demeure à Urbin entre le nombre et la nuit» (Dévotion). E quand’anche avessimo percorso tutti i luoghi dichiarati “patrimonio dell’umanità” dall’Unesco, resterebbe l’inesauribile porticato, nelle biblioteche e nei cieli, delle città pensate, delle utopie disegnate, a tal punto che ogni nostro gesto – per un poco che si siano letti libri e percorsi musei – è imitazione e copia di ciò che è stato immaginato e deposto nei segni con cui cerchiamo di sfuggire alla nostra precarietà, come a Valdrada: «Gli abitanti di Valdrada sanno che tutti i loro atti sono insieme quell’atto e la sua immagine speculare, cui appartiene la speciale dignità delle immagini, e questa loro coscienza vieta di abbandonarsi per un solo istante al caso e all’oblio» (Italo Calvino, Le città invisibili). Siamo sempre più allo specchio e allo schermo: ripetiamo – magari fossero il Cortegiano o il Galateo!– i gesti del Sorpasso, ci assorbe tutti la Federazione dei Pianeti Uniti che dirama da cinquant’anni da «Star Trek». Le città delle immagini ci modellano, non meno che – ma son sempre più rari coloro che sanno portarle dentro di sé – quelle della mente: «A lungo Pirra è stata per me una città incastellata sulle pendici d’un golfo, con finestre alte e torri, chiusa come una coppa, con al centro una piazza profonda come un pozzo e con un pozzo al centro. Non l’avevo mai vista. Era una delle tante città dove non sono mai arrivato, che m’immaginavo soltanto attraverso il nome: Eufrasia, Odile, Margara, Getullia. Pirra aveva il suo posto in mezzo a loro, diversa da ognuna di loro, come ognuna di loro inconfondibile agli occhi della mente. Venne il giorno in cui i miei viaggi mi portarono a Pirra. Appena vi misi piede tutto quello che immaginavo era dimenticato; Pirra era diventata ciò che è Pirra». Era diventata una “cosa”, precipitata nel presente.

    Tra le infinite città della mente che l’Europa ha prodotto – anche utopie realizzate come San Leucio presso Caserta – sceglierò due soltanto, entrambe figlie dei Lumi e delle utopie del XVIII secolo, la Parigi di Mercier e la città degli alberi di Holberg.

    Ne L’anno 2440 (edito nel 1771) Louis-Sébastien Mercier descrive la Parigi che verrà, ove tra microscopi, statue che non schiacciano più schiavi, «ospedali d’inoculazione», cioè dei vaccini, università ove non si disputa ma si cura, la città è divenuta un luogo di operoso “buon senso”. Il piacere così non è più pericoloso, ma il frutto stesso della virtù: «Le plaisir n’est point un monstre: le plaisir, comme l’a dit Young, c’est la vertu sous un nom plus gai». Un’idea tenace, che durerà sino a Roland Barthes: «J’appelle l’ivresse de l’esprit cet état où la jouissance dépasse les possibilités qu’avait entrevues le désir» (Roland Barthes par Roland Barthes).

    Città del benessere e città della saggezza: il Viaggio di Klimius nel mondo sotterraneo, 1741, di Ludvig Holberg (Bergen 1684 – Copenhagen 1754) s’ispira ai Viaggi di Gulliver di Swift (1726 et 1735); appare in una fortunata collana di «Voyages imaginaires, songes, visions et romans cabalistiques». Il protagonista cade da un profondo cunicolo in una città di «Alberi ambulanti», «Alberi parlanti animati», che si muovono impercettibilmente con discrezione meditata e squisito garbo: «Un albero si mosse verso di me, abbassò uno dei suoi rami, in cima al quale erano sei infiorescenze che servivano di dita. […] Le vie erano riempite di alberi ambulanti che si salutano incontrandosi. Il saluto si faceva chinando i rami, e più li abbassavano, più la riverenza era profonda». Ora questo regno arboreo è il rovesciamento delle pratiche violente e crudeli della società umana: «De manière qu’à bien les prendre, les tribunaux de ce pays-là sont plutôt établis pour corriger les gens que pour les tourmenter». La lentezza di questi alberi ragionevoli impedisce ogni «precipitazione dello spirito» e rallenta l’innovazione troppo brillante, un credere troppo autosufficiente: le «sette innumerevoli che dividono i cristiani» sono nient’altro che – alla Montaigne – «l’effetto dell’orgoglio» ostinato degli uomini. La vita pubblica è autodisciplina e il miglior precetto consiste nel «se consulter et rentrer en soi-même». Davvero, come vuole Claude Lévi-Strauss, «il vegetale è il modello dell’uomo»; lo illustra del resto, a modo suo, il generoso regno arboreo in cui vive Cosimo, il protagonista ribelle del Barone rampante, 1957; e lo ribadirà, con millenaria sapienza, L’uomo che piantava gli alberi, 1953, di Jean Giono, o l’Arboreto salvatico, 1991, di Mario Rigoni Stern, o il toccante finale de Il sale della terra, 2014, di Wim Wenders.

    Se ho potuto parlare di città, è solo perché esse respirano negli alberi che ritmano i viali, fan ombra nei parchi, parlano la musica del vento. Grazie agli alberi (“maestri” o minori) l’uomo ha solcato i mari, e grazie al pino e alla sua “pece navale” le navi erano calafatate e non imbarcavano acqua dalle commessure. La “festa degli alberi” era la più bella festa dell’anno scolastico, e ognuno di noi dovrebbe piantare un albero lungo il cammino quotidiano. Le città diverrebbero la sosta e l’ombra dei nostri pensieri, come accade al principe Andrej – ricorda Rigoni Stern – in Guerra e pace. Amo le città che hanno nomi alberati, come Lyons-la-Forêt; e anche la fermata St. John’s Wood (che doveva chiamarsi Acacia Road) rende più affascinante l’avviarci verso l’Abbey Road dei Beatles, i «beneamati Scarafaggi» di Vittorio Sereni (Giovanna e i Beatles).

    Così possiamo continuare a costruirci, nelle nostra città spesso scheletrite, altre città frondose d’avvenire e pensare con Calvino che «La mia mente continua a contenere un gran numero di città che non ho visto né vedrò, nomi che portano con sé una figura o frammento o barbaglio di figura immaginata: Getullia, Odile, Eufrasia, Margara».

    Nei falansteri utopici immaginati da Charles Fourier la produzione societaria aveva un momento di festa corale e, secondo Barthes, il frutto più ambito che la coronava era anche il più umile: la pastèque, l’anguria. Le vere città ideali, e le più belle d’Europa, non stanno dunque nella perfezione dell’ordine geometricamente stabilito nello spazio, ma nell’ordinamento del tempo, nell’«idiorythmie» (R. Barthes, Comment vivre ensemble), nel ritmo modulato, un “andare al tempo” che ha ordinato e ordina le comunità monastiche, la vita ordinaria appunto, scandita da campane e campanelle da mattutino a compieta.

    Abbiamo certo guadagnato secondi, correndo, ma perso le «ore canoniche». Solo in quel sommesso “vivere comune” si percepisce l’eleganza del dettaglio: «Forse l’immaginazione del dettaglio è ciò che propriamente definisce l’Utopia (per opposizione alla scienza politica) […] L’Armonia non può che comportare dei tessitori di sfumature, come in una fabbrica d’arazzi ci sono specialisti dei nodi» (Barthes, Sade, Fourier, Loyola). E per me – se dovessi scegliere un dettaglio che racchiuda l’anima di questo viaggio – mi affiserei su quelle mani della Vergine che, nella chiesa di Saint Pierre di Brancion, nell’affresco quasi sparito, restano aperte, smisuratamente aperte, ad accogliere, ad occhi chiusi, anche nel transito.

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