Italia

Giovani precari, in pensione 6 anni dopo i padri

(none)

Giovani precari, in pensione 6 anni dopo i padri

  • –Davide Colombo

roma

La spesa pensionistica corre veloce, oltre le previsioni. Mentre per i trentenni si allontana sempre di più l’età di pensionamento e restano alti i rischi, per chi ha avuto una carriera incerta, di dover allungare ulteriormente il momento del ritiro con un assegno Inps adeguato. Il distacco tra padri e figli arriva fino a 6 anni di lavoro in più, se si considera che i primi oggi vanno in pensione di vecchiaia a 66 anni e 7 mesi mentre i loro figli nati nel 1980, nei casi più precari, rischiano di dover lavorare oltre i 73 anni. Ma il distacco non cambia se si confrontano le età di pensionamento medie attuali (61-62 anni) con quelle di vecchiaia dei Millennials, che è di 69 anni e 5 mesi.

Servirebbero paracaduti di sicurezza: un taglio del cuneo per rendere più stabili le carriere lavorative fin dall’inizio è la misura allo studio, così come il rafforzamento delle politiche attive del lavoro. Altro paracadute possibile una pensione di garanzia contro il rischio posticipo. Ma la corsa della spesa continua a sottrarre risorse e mantenere lo squilibrio strutturale del nostro welfare: tutto a favore della previdenza e poco per le politiche attive. Con un mercato del lavoro che viaggia su tassi di disoccupazione al 17,4% tra i 25 e i 34 anni contro il 6,2% degli over 50 (Istat, giugno 2017).

L’ultimo campanello d’allarme l’ha suonato settimana scorsa il Fondo monetario internazionale. Il report presentato sul nostro Paese invita alla massima prudenza nelle stime di medio-lungo periodo che comprendono la famosa “gobba” che si formerà nel prossimo ventennio col ritiro dei baby boomers dal mercato del lavoro, una crescita della spesa fino al 16,3% del Pil nel 2040 e un successivo calo, appena sotto il 14%, quando, tra il 2050 e il 2060, saranno scomparse le ultime coorti con totale o parziale calcolo retributivo. Ma potrebbe andare anche molto peggio, dice il Fondo nei documenti pubblicati con il dibattito tra i direttori. E anziché una contrazione potremmo vedere un ulteriore aumento della spesa di 2,25 punti. Soprattutto se l’economia crescerà meno anche a causa della minore offerta di lavoro in arrivo dai flussi migratori. Uno scenario persino ottimistico se confrontato con quello stimato nell’ipotesi estrema di bassa crescita (0,7% del Pil nelle medie future) e flussi migratori dimezzati (da 360mila arrivi annui a 130mila) messo a punto dal Working group on age dell’Ue. Una prospettiva draconiana che potrebbe far ritoccare il vecchio picco di spesa dal 15,8% al 18,5%.

Ma se sulle stime future il dibattito tecnico non ha mai fine, guardando al passato le certezze diventano più solide e amare. Soprattutto per le giovani generazioni. A 22 anni dalla riforma Dini, che ha introdotto il calcolo contributivo, la spesa si è al più stabilizzata su livelli alti: tra il 1997 e il 2016 sono andati in pensione, solo nel settore privato, 6,9 milioni di italiani, la spesa cumulata è cresciuta di 89,3 miliardi e l’età media di pensionamento non ha mai superato i 63 anni. Non solo. La metà dei nuovi pensionati ha raggiunto l’assegno Inps di anzianità a un’età media di quasi 58 anni (meno di 61 anche nel 2016).

Numeri da brivido se letti da chi appartiene alla generazione dei Millennials di cui tanto si parla in quest’estate che sogna il riscatto della laurea a costo zero. A loro, ai nati dal 1980 in avanti che andranno in pensione con un minimo di tre e un massimo di sei anni di lavoro in più dei loro padri, s’è pensato pochissimo. Soprattutto ai più precari di queste coorti, che se al momento della vecchiaia non avranno raggiunto un trattamento almeno pari a 1,5 volte il minimo, come prevede la riforma Fornero, dovranno come detto posticipare l’uscita. I giovani non sono quasi mai stati il soggetto di riferimento nei sei importanti interventi legislativi che sono seguiti alla Dini: dalla Prodi del 1997 alla Maroni-Tremonti del 2004, la Damiano del 2007, la Sacconi I e II del 2009-2010 e la Fornero-Monti del 2011. Ci sono state giusto le facilitazioni per il riscatto della laurea nel 2007, con la rateizzazione dei pagamenti in 10 anni senza interessi e sconto fiscale se pagato dai genitori prima che il neo-dottore trovi un impiego. Ma le hanno usate in pochi. E poi è arrivato il cumulo gratuito dell’ultima legge di Bilancio, utile per evitare penalizzazioni nella ricostruzione di carriere contributive spezzettate in varie gestioni.

La maggior parte delle misure adottate hanno guardato sempre ai pensionandi e alle possibili soluzioni di flessibilità in uscita che si potevano adottare senza far saltare i conti dopo aver rinunciato, nel 1995, a un passaggio immediato al calcolo contributivo pro-rata per tutti, cosa che nei primi 15 anni avrebbe garantito risparmi per oltre 30 miliardi, secondo stime fatte ai prezzi correnti del 2008. Circa il doppio di quanto si è speso con le otto salvaguardie messe in campo (le ultime tre dal Governo Renzi) per il pensionamento anticipato di 167.795 esodati. Va detto che a pesare negativamente sul rapporto spesa/Pil è stato soprattutto l’andamento dell’economia. Ai tempi della riforma Dini si stimava una crescita media dell’1,5% e un mercato del lavoro in espansione, invece si sono susseguite prima una lunga stagnazione e poi una profonda recessione.

Come ha spiegato in un recente convegno del Pd sulle pensioni Stefano Patriarca, del team economico di palazzo Chigi che ha messo a punto l’Ape e la rendita integrativa temporanea anticipata (Rita), i giovani sono esposti a due rischi: pensioni future troppo leggere, in caso di carriere contributive frammentate, oppure troppo lontane nel tempo, con la probabilità di rimanere disoccupati proprio negli ultimi anni di vita lavorativa. Patriarca la racconta così: «Sulla base delle più recenti previsioni demografiche Istat e con l’attuale meccanismo di aggancio tra aumento della speranza di vita e età di pensionamento, la grande maggioranza dei nati tra il 1970 e il 1980 potrà andare in pensione tra i 66 anni (pensione anticipata) e i 69 anni (pensione di vecchiaia). Con il calcolo contributivo che fa aumentare la pensione al crescere dell’età, per la grande maggioranza saremmo in presenza di livelli pensionistici, e di tassi di sostituzione, in media simili a quelli che garantisce il sistema retributivo, attorno al 75% dell’ultima retribuzione e sarebbe basso il pericolo di pensioni inadeguate».

Resta però il problema dei mancati contributi di tanti precari: «Ci sono coloro che possono rimanere intrappolati per lungo tempo in carriere lavorative discontinue, con retribuzioni basse e soprattutto con buchi contributivi nei primissimi anni, che potrebbero non maturare pensioni superiori a 1,5 volte l’assegno sociale (670 euro) e che sarebbero costretti ad aspettare 73 anni e avere una pensione insufficiente. È quest’area che necessiterà di interventi che garantiscano l’accesso a una pensione di garanzia scongiurando la prospettiva del pensionamento a 73 anni».

L’innalzamento dell’età di pensionamento enfatizza, più in generale, il problema della disoccupazione involontaria negli anni finali, che non consentirebbe di arrivare alla maturazione dei requisiti previsti. «Per quest’area - dice Patriarca - l’elemento critico è come sostenere percorsi lavorativi in età alte. Servono politiche attive, certo, ma serve soprattutto che il sistema produttivo metta in campo nuovi modelli organizzativi, politiche di invecchiamento attivo capaci davvero di garantire occupazione oltre i 60 anni, altrimenti il sistema non reggerà».

Se gli esperti dell’Fmi arrivano a proposte molto forti per ridurre la spesa (cancellare le nuove 14esime, una spending review sulle reversibilità, ricalcolo delle pensioni retributive…), il Governo Gentiloni sembra orientato a interventi più soft, compatibili col taglio del cuneo per i giovani assunti stabilmente. Basterà per risolvere il problema della solidarietà intergenerazionale? Sicuramente serviranno azioni più ampie che solo il nuovo Governo potrà adottare, ammesso che abbia un capitale politico sufficiente. Le dinamiche demografiche dicono che un vero problema si porrà tra i Millennials e i loro figli, vale a dire tra i nipoti e i figli degli attuali pensionandi. I nati negli anni 2000 dovranno sostenere un numero di anziani che sarà pari, nel 2040, al 63% della popolazione attiva (nel 2000 era 29%). E se le dinamiche, soprattutto quelle della crescita, non cambiassero, il compito diventerebbe arduo. E sarebbe addirittura una missione impossibile se, a quel momento di gobba della spesa pensionistica, si arrivasse anche con un debito pubblico elevato come l’attuale.

© RIPRODUZIONE RISERVATA