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Industria 4.0, superpoli atenei-imprese

il nodo occupazione

Industria 4.0, superpoli atenei-imprese

Le imprese che cercano competenze, formazione e trasferimento tecnologico per fare il salto nella quarta rivoluzione industriale potranno presto bussare alla porta dei competence center. La seconda fase di industria 4.0 – quella legata alla formazione e al lavoro 4.0 – dopo l’estate entrerà nel vivo grazie anche alla scelta degli atenei intorno ai quali si svilupperanno questi centri di eccellenza che supporteranno le aziende, Pmi in particolare. Di sicuro – secondo quanto risulta al Sole 24 ore – si faranno avanti almeno sette candidati che proveranno a conquistare l’ambita qualifica di competence center. Si tratta dei tre Politecnici (Milano, Torino e Bari), dell’università di Bologna, del Sant’Anna di Pisa (in partnership con la Normale), della Federico II di Napoli  e della rete degli atenei veneti capitanati dall’università di Padova. Ognuno di questi poli offrirà servizi e assistenza anche in base alle specializzazioni tecnologiche che già possiede in casa o che troverà nelle alleanze con le aziende e i partner sul territorio.

Ora manca solo l’arrivo in Gazzetta del decreto attuativo alla firma dei ministri Calenda e Padoan per andare alla Corte dei conti possibilmente prima della pausa di ferragosto. Potrebbe dunque essere pubblicato a settembre. Poi toccherà al bando con due mesi per le candidature e un altro mese per completare la selezione che terrà conto delle università, delle imprese coinvolte e del business plan. Entro l’anno la chiusura del cerchio, giusto in tempo per non sciupare i 20 milioni di finanziamento pubblico per il 2017, mentre altri 10 milioni sono previsti per il 2018 (la manovrina ne ha previsti altri 30 fino al 2019). Quanto al bando, si seguiranno i parametri del regolamento Ue Gber con un massimo di 7,5 milioni di finanziamento (contributi diretti alla spesa) per singolo polo costituito nella forma del partenariato pubblico-privato. Con questa ripartizione: 65% per costituzione e avviamento dell’attività e 35% per i progetti.

Ma come funzioneranno i competence center? «Non sarà un laboratorio di ricerca – spiega il rettore del Politecnico di Milano Ferruccio Resta – lo immaginiamo come uno spazio dove testare tecnologie pronte per il mercato ». Il competence center del Polimi che avrà «dimensione nazionale» non avrà monospecializzazioni, «ma punterà soprattutto ad aiutare le aziende a integrare le varie tecnologie come robotica, additive manufacturing, internet of things, Big data e sensoristica». L’idea insomma è quella di creare «isole tecnologiche per offrire servizi di accompagnamento, studi di fattibilità, progetti di formazione con docenti ed esperti per le aziende, soprattutto Pmi», avverte il rettore. Che indica negli spazi della Bovisa il luogo ideale dove far nascere il competence center: «Qui c’è il nostro distretto tecnologico» per la presenza dei dipartimenti di ingegneria con i loro laboratori e per la presenza del Polihub (l’incubatore di start up) e del Polifactory (il fab lab). Anche per Emilio Paolucci, vicerettore del Politecnico di Torino sarà cruciale assistere le aziende nel far convergere l’uso delle tecnologie: «Metteremo a disposizione le nostre competenze nell’additive manufacturing, nelle tecnologie di joining (mix di colle e altre modalità che non impiegano viti, ndr) nella fotonica, nella raccolta dati con sensori ottici e poi robotica, big data e Iot». Il polo si rivolgerà in particolare alle «filiere dell’aerospazio e dell’aeronautica e dell’automotive», con focus nella «formazione e nell’awareness delle imprese grazie ai digital hub».

L’alma mater di Bologna offrirà le sue competenze su più tecnologie abilitanti, con un punto di forza: i Big data. «Qui grazie alla presenza di Cineca e Infn si concentra il 70% delle capacità di calcolo del Paese e dal 2019 ospiteremo anche il centro metereologico europeo che dopo Brexit lascerà l’Inghilterra», avverte Fabio Fava delegato del rettore per l’innovazione. Il competence center che dovrebbe nascere nel tecnopolo di Bologna («ci sono 2mila metri quadri a disposizione») guarda in particolare alle filiere regionali della meccatronica e della motoristica, del biomedicale dell’agroalimentare fino a edilizia, industria creativa e Ict.

È già tutto pronto invece per la candidatura degli atenei veneti che insieme – capitanati da Padova – hanno già costituito formalmente quasi un anno fa il competence center del Nord est specializzato nelle tecnologie «Smact» - acronimo che sta per “social, mobile, analytics, cloud e internet of things” - da declinare sulle vocazioni industriali del territorio, le quattro «a»: abbigliamento, arredamento, automazione e agrifood.

Già in pista anche il Sant’Anna di Pisa: «A Pontedera faremo una research factory, un luogo dove le imprese porteranno i loro bisogni. Noi metteremo a disposizione i nostri ricercatori, le nostre attrezzature e le partnership internazionali per offrire soluzioni concrete», spiega Paolo Dario, direttore dell’Istituto di BioRobotica. Che indica in alcuni ex capannoni della Piaggio, accanto all’istituto, la sede ideale: «A fianco ci sono grandi aziende con cui abbiamo già collaborazioni e a pochi metri ci sono i nostri 250 ricercatori, di cui 90 dottorandi con punti di forza nella robotica e negli ambienti virtuali». 

Il Sud al momento ha due candidature di peso, che tra l’altro potrebbero federarsi: si tratta della Federico II  e del Politecnico di Bari. Gaetano Manfredi, Magnifico a Napoli, ricorda come la Campania oggi formi «il 10% degli ingegneri italiani. Faremo un progetto con gli altri atenei e grandi player come Fca, Finmeccanica e Hitachi con specializzazioni nella robotica e nei materiali innovativi». E con la sede nel Polo a San Giovanni dove da poco opera anche il primo campus di Apple in Europa. Il Politecnico di Bari farà invece sorgere il nucleo iniziale del competence center nell’area dove sono già presenti grandi laboratori di ingegneria: «Stiamo lavorando a una robusta candidatura insieme a grandi aziende e con l’ipotesi di presentarci con l’ateneo di Napoli», avverte il rettore Eugenio Di Sciascio. Che indica in aerospazio,automotive, ma anche «nell’agricoltura 4.0» i settori industriali con cui collaborare in maniera più stretta.

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