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Campi di accoglienza in Libia, missione italiana a settembre

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Campi di accoglienza in Libia, missione italiana a settembre

(Ansa)
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Campi di accoglienza in Libia: è partito un pressing strategico dell’Italia. Il tema è stato affrontato martedì nei colloqui ufficiali con il governo italiano del nuovo inviato dell’Onu, Ghassam Salamè. Ricevuto dal presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, e dai ministri Angelino Alfano (Affari Esteri), Marco Minniti (Interno) e Roberta Pinotti (Difesa), Salamè ha potuto pesare l’attenzione e le azioni messe in campo per stabilizzare l’area libica.

Ma oltre quelle dirette, come la missione militare ora a Tripoli con nave Tremiti, ci sono quelle indirette. Svolte insieme all’Unione europea, come il progetto di capacity building - ricostruzione istituzionale - già finanziato con 47 milioni alcuni giorni fa da Bruxelles. O di responsabilità di soggetti esterni al governo italiano: l’Oim (Organizzazione internazionale per le migrazioni) e l’Alto commiissario per i rifugiati-Unhcr.

Nell’incontro con Salamè gli esponenti del governo hanno tutti sollecitato l’avvio delle procedure per l’allestimento di campi di accoglienza da parte di Oim e Unhcr. È un tassello fondamentale nell’azione di stabilizzazione. Garantisce il ripristino dei diritti umanitari. Assicura il trattamento secondo le norme internazionali dei profughi, di coloro che hanno fatto richiesta di asilo e anche di chi viene definito migrante irregolare ma non può essere incarcerato (o peggio). Il problema è invece che le strutture attuali sono drammatiche: la violazione sistematica dei diritti anche più elementari è la regola. Dal punto di vista dell’Italia, dunque, l’allestimento dei campi di accoglienza è l’altra faccia del sostegno all’azione della Guardia costiera e della Marina libica contro i trafficanti di esseri umani. Un aspetto decisivo.

Nelle prossime ore ci sarà un incontro tra la cancelliera tedesca Angela Merkel, Filippo Grandi (Unhcr) e William Lacy Swing (Oim). Salamè nell’incontro di ieri con gli esponenti del governo si è impegnato a caldeggiare la questione a New York con il segretario generale dell’Onu Antonio Gutierrez. Non è escluso, del resto, che qualche resistenza ci sia proprio nel palazzo di vetro sede dell’Onu. Ci sono, senza dubbio, problemi di sicurezza nell’allestire strutture come quelle ipotizzate. Ma secondo l’Italia la pianificazione deve partire al più presto. Anche perché è la premessa di altri due processi: i rimpatri volontari assistiti e i progetti di sviluppo nei paesi di origine. Condivisi anche in sede Ue.

Del resto il finanziamento di Bruxelles di 47 milioni - è una prima tranche - pone l’Italia in una posizione avanzata. L’azione messa a punto dai tecnici del ministero dell’Interno prevede, tra l’altro, lo sviluppo di una Mrcc (Maritime Rescue Coordination Centre), progetto curato dalla nostra Guardia Costiera. A settembre una «missione di assessment (valutazione, n.d.r)» - come si definisce in gergo - italiana sarà a Tripoli. Un’occasione già considerata preziosa anche per il rilancio e il sostegno ai progetti dei campi di accoglienza. Non così ben visti dai libici, molto sensibili alla violazione della sovranità nazionale. La missione italiana tuttavia spiegherà loro non solo l’infondatezza di questi timori. Ma anche l’occasione di impiegare manodopera locale e, soprattutto, di sottrarla al racket delle fazioni criminali.

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