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Se tramonta l’«onorevole» per blandire l’antipolitica

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Se tramonta l’«onorevole» per blandire l’antipolitica

(Ansa)
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Di recente su la Repubblica Michele Ainis ha ricordato che da oltre vent’anni il nostro Parlamento si sta strappando le penne a una a una. Un istinto suicida giustificato dal timore che sempre più incute un’insofferente opinione pubblica che ai nostri beneamati legislatori non ne risparmia una. Così, rileva, il finanziamento pubblico ai partiti si è gonfiato e sgonfiato nel corso degli anni; l’autorizzazione a procedere prevista dalla Costituzione è stata cancellata nel 1993, ai tempi di tangentopoli; i vitalizi, introdotti al Senato nel 1994 e alla Camera due anni dopo, sono stati aboliti per i parlamentari in carica con il passaggio dal retributivo al contributivo, e adesso lo stesso regime si vorrebbe applicare agli ex parlamentari e agli ex consiglieri regionali, e a loro soltanto, con provvedimento retroattivo; e la riforma costituzionale Boschi, abortita per via referendaria, si proponeva di ridurre il Senato a una Camera a ore delle autonomie locali.

Taglia oggi, taglia domani, resterebbe una penna spuntata agli albori dello Statuto albertino. Ma sì, la penna del pavone, il titolo di onorevole. Ma anche questo titolo sembrerebbe avviato sul viale del tramonto. Per limitarci a Montecitorio, a partire dal 1994 sono stati gli stessi presidenti di assemblea a ridimensionare impietosamente questo titolo. Nella XII legislatura la presidente Irene Pivetti fin dal discorso d’insediamento si rivolge ai deputati chiamandoli colleghi o con la qualifica di “deputato” seguita dal cognome. Nella XV legislatura il presidente Fausto Bertinotti nel messaggio d’insediamento si rivolge alle “signore deputate” e ai “signori deputati” e, quando presiede l’assemblea, usa la qualifica di deputato seguita dal cognome. E si comporta allo stesso modo, nel corso della presente legislatura, la presidente
Laura Boldrini.

Sia chiaro, non siamo una mosca bianca. Nei dibattiti all’Assemblea nazionale francese si usa l’appellativo di Monsieur o di Madame seguito dal cognome. E la stessa cosa vale anche per il Bundestag germanico e per il Parlamento spagnolo. Fanno eccezione la House of Commons britannica, dove ci si rivolge ai colleghi con l’espressione “honourable members”, e la Camera dei rappresentanti statunitense, dove vale l’appellativo di “gentlemen”. Sta di fatto che da noi l’espressione “onorevole” compare per la prima volta nella seduta della Camera subalpina dell’11 maggio 1848, quando il presidente Fiaschini legge all’assemblea la lettera del deputato Tola indirizzata agli “Onorevoli deputati”. Nella seduta successiva, all’interpellanza del deputato Palluel il ministro degli Esteri Ricci così risponde: «Je suis charmé de pouvoir donner une réponse satisfaisante aux interpellations de l’honorable député». E nella seduta del 13 maggio il ministro di Grazia e giustizia Sclopis dichiara: «Trattandosi di processi spetterebbe al ministro di giustizia a prendere la parola; ma siccome il mio onorevole collega il ministro della guerra è qui presente, così a lui appartiene dare le spiegazioni occorrenti». Ecco che si afferma una prassi che si consolida sempre più fino a diventare vera e propria consuetudine. Venuta meno solo con l’istituzione nel 1939 della Camera dei fasci e delle corporazioni, dove l’appellativo di “onorevole” è sostituito da quello di “consigliere nazionale”. La consuetudine torna ad affermarsi all’Assemblea costituente non a caso, in polemica con un fascismo che aveva ridotto le Camere a una caricatura. Ma l’aria che tira non è più quella dell’immediato dopoguerra, quando le assemblee parlamentari erano popolate da giganti. Così, a partire dalla XIII legislatura, sono fioccate proposte di legge volte ad abolire il titolo di onorevole. Hanno fatto, è vero, un buco nell’acqua. Ma gli istinti suicidi dei quali accennava Ainis li possiamo toccare ogni giorno con mano. Tanto per dire, i Cinque Stelle aborriscono l’appellativo di onorevole e si definiscono cittadini portavoce. Quei “cittadini”, più che la Rivoluzione francese, evocano rivoluzioni alla Masaniello. O, per dirla con Eugenio Scalfari, alle vongole. E non si sa bene “portavoce” di chi. Di sicuro non del popolo, perché grazie al Porcellum i parlamentari non sono eletti ma nominati. Semmai di Grillo, che vale di gran lunga più di uno.

Ormai in Parlamento si recita un’autocritica volta a blandire l’antipolitica, che reclamerà – questo è certo – sempre di più. Tant’è che uno smaliziato deputato di lungo corso come Antonio Mazzocchi a un suo libriccino di un paio di anni fa ha dato un titolo che la dice lunga: “Onorevole? No grazie, avvocato”.

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