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Quando eravamo re: Bolt e Farah chiudono senza oro né gloria

MONDIALI DI ATLETICA

Quando eravamo re: Bolt e Farah chiudono senza oro né gloria

Afp
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Londra - Umani. Troppo umani. Basta una tiepida notte londinese per spingere fuori Usain Bolt e Mo Farah dall'Olimpo degli dei. Il Lampo voleva chiudere in bellezza con l'oro della 4x100, finisce invece sdraiato a centro pista dopo il quadricipite femorale posteriore sinistro fa crack proprio sul più bello, quando l'uomo più veloce al mondo deve provare a rimontare Gran Bretagna (splendido oro, dopo l'argento delle donne), e gli Stati Uniti di Gatlin e Coleman, che chiudono secondi. Poco meglio va a Farah, argento (anzi nel suo caso si può ben dire 'solo' argento...) nei 5mila vinti dall'etiope Edris.

Invecchiato
Come Obama, dopo otto anni di potere assoluto sul mondo (nel suo caso, quello dell'atletica). Sembra invecchiato di colpo, Bolt: davvero a vederlo avvicinarsi alla linea di partenza della staffetta, percepisci chiaro che questo giro iridato e' stato qualcosa di forzato, di dovuto e non voluto, dal Lampo. Lo senti da tante piccole cose, che fanno del rito che lo accompagna da sempre al via, qualcosa di recitato, posticcio, non spontaneo, proprio il contrario di quello che il giamaicano e' stato da sempre, e fino a oggi. A pochi secondi dal via, lui è ancora impegnato a salutare con ampie sbracciate il pubblico che lo acclama: forse è tutta qui la linea di confine tra il campione che vuole esserci ancora, è quello che ormai non c'è già più. Il successo dei britannici padroni accentua poi, se possibile, l'atmosfera straniante nello stadio di Stratford, col pubblico in pochi secondi passato dall'apprensione per il Lampo alla gioia per lo straordinario successo della staffetta maschile. Sensazioni contrastanti che hanno ben reso il senso della fine di un'epoca (sportiva).

L'addio amaro di Bolt

Farah d'argento
Secondo. Solo secondo. Tanto che nel ringraziare i 56mila dello stadio olimpico che si sono spellati le mani per sostenerlo, Farah ha parlato apertamente, e con filo di voce, di “brutto momento”. Non potrebbe essere altrimenti per il Re Mida del mezzofondo, che avrebbe voluto chiudere con l'ennesima doppietta 5mila-10mila la sua fantastica epopea in pista, prima di dedicarsi alla maratona. Niente da fare: a 34 anni, e dopo le fatiche dei 10mila vinti e del primo turno sulla distanza più breve, Farah abdica cadendo nella rete degli etiopi.

Tattica
Hanno fatto lavoro di squadra, gli etiopi, per far saltare Farah. Kejelcha (alla fine quarto) ha fatto da lepre, imponendo subito un ritmo sostenuto; una mano l'ha data pure Barega, e così Muktar Edris, 22enne che si rivelò in Italia vincendo il “Campaccio” nel 2013, ha potuto stroncare il somalo-inglese proprio sul suo terreno di caccia preferito, la volata, che ha premiato col bronzo lo statunitense Chelimo. “Ero il più forte, Mo era anche molto stanco - ha spiegato Edris -. Perché ho festeggiato facendo proprio il gesto del Mobot, che è il marchio di fabbrica di Farah? In segno di rispetto nei suoi confronti, ma anche perché il nuovo campione sono io”. Consapevole, Farah, del gioco di squadra degli etiopi, ma “anche se ho provato a coprire ogni loro mossa, davvero ho dato tutto e non avevo più energie”.

Futuro
Per quanto riguarda Farah, ora lo scopriremo appunto da maratoneta, sperando per lui si diradino le nubi fosche portatrici di doping che si addensano sul capo del suo allenatore Salazar. E Bolt? Il domani è tutto da scrivere, ma certo opportunità TV, commerciali, di rappresentanza (vedremo che ruolo andrà a svolgere per la IAAF, come anticipatoci da Lord Coe), non mancheranno. A meno che un'uscita di scena così dimessa non faccia scattare nel Lampo una (insensata) voglia di Tokio2020.

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