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Dossier Paradosso Iran: sempre più sclerotico e influente

    Dossier | N. 4 articoliWorld books

    Paradosso Iran: sempre più sclerotico e influente

    Degli Stati emersi dalle tre grandi rivoluzioni del XX secolo – in Russia nel 1917, in Cina nel 1949 e in Iran nel 1979 – la Repubblica islamica d’Iran da sola persevera in qualcosa che somiglia alla sua forma originale. L’Iran moderno è quindi un relitto storico, ma allo stesso tempo una dinamo contemporanea. Il suo regime rivoluzionario è sempre più sclerotico e assediato. Eppure, negli ultimi anni, è riuscito a esercitare sempre più potere e influenza oltre i propri confini.

    Due recenti libri tentano di spiegare questo paradosso. Democracy in Iran, scritto dal sociologo del Dartmouth College Misagh Parsa, esamina l’evoluzione politica domestica dell’Iran dalla rivoluzione. E The Iran Wars, scritto da Jay Solomon, corrispondente estero del Wall Street Journal, valuta la politica estera dell’Iran nel XXI secolo, focalizzando l’attenzione sui suoi rapporti con gli Stati Uniti.

    L’ultima rivoluzione
    Come le rivoluzioni in Russia e in Cina, la Rivoluzione iraniana ha portato al potere un’élite interamente nuova che ha riplasmato l’ordine economico e politico del Paese sulla base di un’ideologia radicale. Anch’essa è stata guidata da un leader arguto, carismatico, tatticamente flessibile ed estremamente spietato, ossia dall’imam Grande Ayatollah Ruhollah Khomeini, musulmano sciita, che ha rivestito lo stesso ruolo di Vladimir Lenin e Mao Tse-tung in Russia e Cina. Tutte e tre le rivoluzioni hanno fatto un uso massiccio della violenza. Al pari dei Bolscevichi e del Partito comunista cinese, la Repubblica islamica ha condotto una campagna del terrore contro gli oppositori – reali e presunti – e consolidato il proprio potere attraverso una feroce repressione.

    Oggi, i regimi rivoluzionari russi e cinesi non esistono più, terminati ciascuno in modo relativamente pacifico. In Russia, le riforme avviate sotto la guida di Mikhail Gorbaciov alla fine portarono alla dissoluzione del Partito comunista dell’Unione sovietica, e al collasso dello stato sovietico, insieme all’indipendenza delle 15 repubbliche, nessuna delle quali governata da un partito comunista. In Cina, il Partito comunista cinese ha mantenuto il proprio monopolio nel potere politico, ma il Paese ora registra un boom dell’economia del mercato libero, grazie alle riforme economiche introdotte dal successore di Mao, Deng Xiaoping.

    Gli architetti della rivoluzione iraniana avevano due obiettivi: rifare la società iraniana in patria e stabilire l’egemonia iraniana all’estero. Nel 2017, i leader spirituali che governano il Paese sono ben lungi dall’aver conseguito il primo obiettivo, ma sono più vicini che mai a raggiungere il secondo.

    La natura del regime e le difficoltà a livello nazionale sono le tematiche affrontate nel libro Democracy in Iran. Un’opera di sociologia politica, il libro di Parsa affronta un’importante domanda della società iraniana: la democrazia sarà raggiunta tramite riforme graduali e pacifiche, o con una rivoluzione radicale e persino violenta? L’autore pensa si tratti della seconda opzione.
    Parsa si basa su ampie ricerche, molte delle quali in lingua farsi, per descrivere una storia dettagliata della Repubblica islamica dalle sue origini fino al 2009. I suoi capitoli più convincenti sono quelli relativi alla Rivoluzione iraniana stessa, e al movimento di opposizione nato sulla scia delle fraudolente elezioni presidenziali del 2009.

    In merito alle origini della Repubblica islamica, Parsa dimostra come Khomeini e i suoi stretti collaboratori di fatto siano saliti al potere su falsi pretesti. La vasta coalizione degli iraniani unitisi per sovvertire lo scià regnante, Mohammad Reza Pahlavi, voleva la democrazia politica e la prosperità economica, entrambe promesse da Khomeini. Quello che non volevano era una dittatura spirituale, basata su una particolare interpretazione dell’Islam sciita, e guidata da religiosi onnipotenti. Ma è esattamente ciò che ha creato Khomeini, con astuzia e brutalità.

    La Repubblica islamica non ha certamente un parlamento e un presidente eletto dal popolo. I religiosi decidono chi ha i requisiti per candidarsi ed escludono costantemente chiunque possa minacciare l’ordine esistente. Inoltre, l’ultima parola su qualsiasi questione spetta sempre al Leader supremo – prima a Khomeini stesso, e dalla morte di Khomeini nel 1989, all’ayatollah Ali Hosseini Khamenei.

    Il giorno dopo…
    Sul fronte economico, mentre lo scià aveva portato un periodo di crescita rapida, seppur talvolta distorsiva, la rivoluzione innescò la stagnazione. La corruzione divenne ancora più dilagante e profondamente radicata che ai tempi dello scià, dal momento che il nuovo regime si impadronì di ampie fette dell’economia per ricompensare generosamente i propri leader. Mentre Khomeini proclamava di dedicarsi ai poveri, la distribuzione del reddito cresceva in modo sempre iniquo.

    La performance politica ed economica del regime, profondamente in contrasto con ciò che si aspettava la maggioranza degli iraniani, creava risentimento, malcontento e resistenza. All’inizio questi sentimenti si manifestarono soprattutto in modo passivo. Ad esempio, anche se la rivoluzione verosimilmente poneva l’islam al centro della vita di tutti i giorni, l’osservanza religiosa registrò un netto calo in tutto il Paese. Gli iraniani votarono esprimendo il proprio dissenso per il nuovo ordine allontanandosi dalle moschee.

    Alla fine, la resistenza si fece più attiva. Quando il riformatore moderato Mir Hossein Mousavi si candidò contro il presidente appoggiato dall’establishment, Mahmoud Ahmadinejad, nelle elezioni presidenziali del 2009, la sua candidatura registrò un altissimo tasso di partecipazione. Quando il governo dichiarò la vittoria di Ahmadinejad addirittura prima che fossero chiusi i seggi, gli iraniani indignati scesero in strada per protestare.

    Ciò che è diventato noto come il Green Movement iniziò nella capitale, Tehran, per poi diffondersi rapidamente nel resto del Paese, mobilitando milioni di persone e continuando in una forma o in un’altra per 20 mesi. Il regime alla fine prevalse sui manifestanti, migliaia dei quali arrestati, imprigionati e in taluni casi uccisi. Come in Russia e in Cina nel XX secolo, le vittime della repressione in Iran oggi vedono i sostenitori di un tempo della rivoluzione e persino ex alti ufficiali.

    Nel riesaminare i primi 30 anni della Repubblica islamica, Parsa giunge alla conclusione che sono possibili due futuri scenari: la continua crescita dell’opposizione che spingerà l’establishment spirituale a intervenire con una repressione più dura per rimanere al potere, oppure l’implosione del regime, che forse consentirà la comparsa di un sistema politico democratico. Parsa non considera la possibilità che un sistema parimenti non democratico possa sostituire la Repubblica islamica.

    La ricerca dell’egemonia
    Sebbene il regime religioso dell’Iran non sia riuscito a stabilire la legittimità e mantenere il supporto tra la maggior parte degli iraniani, ha saputo espandere la propria influenza oltre i confini del Paese. The Iran Wars di Solomon, storia delle relazioni Usa-iraniane nel XXI secolo – parte della quale basata su un precedente reportage di Solomon per il Wall Street Journal – aiuta a spiegare i risultati geopolitici del regime.

    L’Iran è riuscito a estendersi in molte parti del Medio Oriente negli ultimi 17 anni per tre ragioni. La prima: gli Usa l’hanno inconsapevolmente ma formidabilmente fornito il proprio contributo. Dall’11 settembre del 2001, ossia dagli attacchi terroristici, gli Usa hanno combattuto guerre contro i più aggressivi avversari regionali dell’Iran.

    Nel 1998, l’Iran era quasi in guerra aperta con il regime talebano in Afghanistan, il quale pure aderiva alla versione fondamentalista – benché sunnita – dell’Islam. Poiché i talebani avevano protetto al-Qaeda, l’organizzazione responsabile degli attacchi dell’11 settembre, gli Usa hanno forzatamente rovesciato i talebani dal potere nel 2001. In modo analogo, nel 2003, le forze militari americane hanno destituito il dittatore iracheno Saddam Hussein. Nel 1980, Saddam aveva lanciato un attacco all’Iran che ha innescato una costosa guerra durata per otto lunghi anni in cui si stima che morirono un milione di iraniani. Con la sua caduta, salì al potere la maggioranza sciita dell’Iraq – con legami con l’Iran.

    Più recentemente, gli Usa hanno abbracciato le armi contro l’ennesimo nemico giurato dell’Iran, lo Stato islamico (ISIS), che ha conquistato enormi quantità di territorio in Siria e Iraq nel 2014. Senza dover alzare un dito o concedere qualcosa agli Usa, i governanti religiosi iraniani hanno goduto di straordinari benefici inattesi.

    Lo Stato islamico, fondato dagli ex ufficiali del regime baathista di Saddam, è emerso sulla scia della Primavera Araba, l’ondata di sommosse popolari che è iniziata nel dicembre del 2010 e che ha investito il Medio Oriente, sfidando, e in alcuni casi deponendo, dittatori di lunga data. La Primavera Araba si rivelò essere il secondo maggior impeto per l’espansione della potenza iraniana.

    Gli americani e gli europei speravano che la Primavera araba sfociasse in una nuova era democratica per la regione, e invece ha innescato una lotta nella regione tra sciiti e sunniti. Sebbene l’Iran non sia un Paese arabo, si è messo a capo del blocco sciita, e ha acquisito alleati e amici in tutto il Medio Oriente.

    Aveva già fondato, addestrato e armato gli hezbollah del Libano, una milizia sciita che si era guadagnata una posizione dominante nella politica multi-confessionale di quel Paese, e sosteneva da tempo gli allora illegali partiti sciiti nell’Iraq dell’era Saddam che poi hanno assunto il controllo del governo in Iraq.

    Nel 2011 e negli anni a seguire, l’Iran sponsorizzò anche gruppi sciiti che sfidavano i regimi guidati dai sunniti nel Bahrain e nello Yemen. Ma la sua iniziativa più rilevante giunse in Siria, dove il regime del presidente Bashar al-Assad rispondeva alle proteste pacifiche con una repressione violenta, scatenando una guerra civile.

    Il governo di Assad è dominato dagli amici alawiti, una setta affiliata agli sciiti che costituisce un mero 12% della popolazione siriana; i sunniti che si oppongono ad Assad costituiscono il 74%. All’inizio le forze di Assad persero terreno e sembravano destinate alla sconfitta. Poi è subentrato l’Iran a salvarlo, fornendo orientamento militare e truppe di terra soprattutto composte da militanti hezbollah e volontari sciiti provenienti da altri Paesi.

    La vittoria di Assad consolidò ciò che i leader sunniti preoccupati definiscono “mezzaluna sciita” guidata dall’Iran che si estende dal Golfo persico al Mar Mediterraneo. Lamentavano il fatto che quattro capitali arabe – Beirut, Damasco, Baghdad e Sana’a – fossero cadute sotto il controllo iraniano.

    Ayatollah atomici
    Se la guerra in Siria fosse andata diversamente, l’Iran avrebbe potuto subire un grave colpo; invece ha segnato una grande vittoria. Lo stesso potrebbe dirsi per la terza fonte di influenza dell’Iran degli ultimi anni: il programma di armi nucleari.

    L’Iran promise di non acquisire armi nucleari quando firmò il Trattato di non-proliferazione nucleare del 1968, e i religiosi al potere hanno sempre dichiarato che l’Islam proibisce il possesso di tali armi. Eppure il regime lanciò un programma segreto per sviluppare armi nucleari, puntando su tecniche ed equipaggiamenti necessari per la fase più difficile del processo: la fabbricazione del combustibile – uranio arricchito o plutonio purificato – necessario per un’esplosione atomica.

    Quando fu scoperto il programma dell’Iran nel 2002, la comunità internazionale, guidata dagli Usa, impose al regime sanzioni economiche sempre più pesanti per costringerlo ad abbandonare l’ambizione di diventare una potenza nucleare. Alla fine, l’Iran è entrato in trattativa per il programma nucleare con i P5+1 (cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’Onu, più la Germania). Le trattative furono condotte principalmente dall’amministrazione del presidente Barack Obama e culminarono nel Piano d’azione comune globale del 2015.

    A conti fatti, la Repubblica islamica ha fatto bene a siglare questo Piano d’azione. Ha accettato di ridurre gli stock di uranio leggermente arricchito e di limitare la capacità di arricchire l’uranio o riprocessare il plutonio presso gli stabilimenti esistenti. In cambio, gli Usa hanno smesso di chiedere all’Iran di rinunciare al totale riprocessamento, condizione che ha segnato per quarant’anni la politica americana di non-proliferazione. Inoltre, gli Usa hanno acconsentito affinché le restrizioni del Piano d’azione comune globale scadessero dopo 10-15 anni, e ha già abolito le sanzioni più economiche sull’Iran.

    L’amministrazione Obama avrebbe potuto raggiungere un risultato più favorevole per gli Usa e la comunità internazionale se avesse assunto un approccio meno accomodante nei negoziati. Di fatto, mantenere in essere le sanzioni avrebbe potuto creare seri problemi politici con il regime iraniano. Parsa ipotizza che il Green Movement alla fine si sgretolò perché non attirava il supporto dei piccolo mercanti (bazaaris) e degli operai, soprattutto dell’industria petrolifera. Questi due gruppi, osserva, sono stati elementi importanti nella coalizione che ha rovesciato gli sciiti, e non sono immuni agli effetti delle sanzioni economiche.

    La logica alla base della decisione dell’amministrazione Obama di concordare il Piano d’azione comune globale, malgrado l’uso delle sanzioni e la vasta superiorità militare dell’America rispetto all’Iran, deve essere una questione di speculazione. Ma le predilezioni personali dei soggetti responsabili di tale decisione hanno certamente rivestito un ruolo. Secondo Solomon, il capo negoziatore americano, il Segretario di Stato John Kerry, avendo fallito qualsiasi tentativo di risoluzione del conflitto Israelo-Palestinese, era ben disposto a raggiungere un accordo.

    In modo analogo, Obama, l’autorità americana massima, è entrato alla Casa Bianca nel 2008 convinto di poter personalmente neutralizzare le ostilità tra l’America e i suoi avversari, e sembrava non aver abbandonato quest’idea neanche nel caso dell’Iran. Sebbene Obama avesse dichiarato che la propria amministrazione avrebbe considerato «tutte le opzioni» per chiudere il programma dell’Iran, divenne sempre più evidente come non avrebbe di fatto usato alcuna forza militare contro gli stabilimenti nucleari iraniani. Ciò conferì al regime iraniano un significativo vantaggio al tavolo delle trattative.

    Nonostante la perdita di legittimità in patria, e malgrado o forse grazie al Piano d’azione comune globale, la Repubblica islamica persevera nell’obiettivo di diventare una potenza regionale. Restano due ostacoli sul suo percorso: l’opposizione dei Paesi vicini a maggioranza sunnita, i cui governi continuano ad affidarsi alla leadership degli Usa; e la resistenza del popolo iraniano, che ha rifiutato il regime creato dalla rivoluzione del 1979. L’esito di questi due conflitti segnerà il destino della Repubblica islamica, che a sua volta influenzerà profondamente l’orientamento di tutto il Medio Oriente.

    (Traduzione di Simona Polverino)

    Michael Mandelbaum è professore emerito di politica estera americana presso la School of Advanced International Studies della Johns Hopkins University, è autore di Mission Failure: America and the World in the Post-Cold War Era.

    I libri:

    - Misagh Parsa, Democracy in Iran: Why It Failed and How It Might Succeed, Harvard University Press
    - Jay Solomon, The Iran Wars: Spy Games, Bank Battles, and the Secret Deals that Reshaped the Middle East, Random House

    Copyright: Project Syndicate, 2017.

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