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Dossier Da Haarlem a Hull: l’Europa ci guarda

    Dossier | N. 19 articoliVIAGGIO NELL’ANIMA DELL’EUROPA

    Da Haarlem a Hull: l’Europa ci guarda

    Uno quello di Descartes ora a Copenhagen: intelligenza, mistero, disincanto; l’altro quello della giovane donna, ora alla Ferens Art Gallery a Hull (Uk): dolcezza, retenue, malinconia. (Chiss cosa penserebbe oggi l’illuminato e generoso Thomas Robinson Ferens, 1847-1930, fondatore della collezione e filantropo, della stolida Brexit dei suoi concittadini presenti!) Vorrei convocarli qui, testimoni del nostro viaggio. Interrogarci sempre con Descartes, perderci sempre negli occhi della dama senza et di Haarlem.

    Si pu percorrere l’Europa come un cammino iniziatico, seguendo il Rilke del 1899-1900 da Bolzano a Vienna a Praga a San Pietroburgo, Mosca, Kazan, Novgorod – quasi un ultimo pellegrinaggio a Oriente tra tante altre vie del tempo a Occidente: per Compostela soprattutto; o si pu imitare il Rilke del 1913, da Ronda a Madrid, a Weimar, a Berlino, a Parigi, a Duino, a Assisi: Dov’ chi trasform tempo e ricchezza / in povert facendosi cos forte / da toglersi le vesti al mercato / per recarsi nudo innanzi a quelle del suo vescovo? / […] / Veniva dalla luce a pi profonda luce / e serenit era la sua cella (O wo ist der, …dal Libro d’ore). Rilke forse l’uomo del Novecento che pi ha cercato l’anima d’Europa (a lui del resto fu dedicato un bel convegno della Fundacin Marcelino Botn: Las Fronteras de Europa: de Ronda a San Petersburgo, 2000, diretto da Francisco Jarauta).

    Oppure si pu pensare all’Europa come a un ricettacolo di sapienza: abbiamo iniziato con Erasmo e la sua casa a Anderlecht, vorrei concludere con Niccol Cusano [Kues (Renania-Palatinato), 1401 – Todi, 1464] : un umanista pieno di curiositas: matematico e astronomo, filosofo, giurista e diplomatico, teologo e cardinale, principe-vescovo di Bressanone. La recente, e imponente, pubblicazione delle sue Opere filosofiche, teologiche e matematiche (a cura di Enrico Peroli, Bompiani-Giunti 2017) esalta ancor pi la ricchezza del suo pensiero. Prendiamo semplicemente il suo trattato De aequalitate, L’uguaglianza: il suo argomentare stringente, tiene insieme filosofia e politica, legge e princpi etici: Nell’unit, in effetti, non si vede che l’uguaglianza. Allo stesso modo, dal momento che il bene diffusivo di se stesso, esso non ha una tale propriet se non appunto dall’uguaglianza; ed il bene ci che egualmente desiderato da tutti a motivo della sua eguaglianza. […] Ogni cosa dunque in certo modo partecipazione dell’uguaglianza ( 28). Oppure percorriamo il De venatione sapientiae, A caccia della sapienza, un libro composto ad elogio del sapere e dell’immaginare, in modo che tutto ci cui aneliamo debba essere pi grande di noi: L’intelletto, infatti, non sarebbe contento di se stesso, se fosse l’immagine di un creatore cos piccolo e imperfetto che appunto potrebbe essere pi grande e perfetto. Iddio infatti, che ha una perfezione infinita e incomprensibile, certamente pi grande di tutto ci che conoscibile e comprensibile ( 32). A sua immagine, anche l’uomo pi grande dell’uomo; Cusano lo dir in un Dialogo sul gioco della palla (Dialogus de ludo globi), che riassume mirabilmente il pensiero umanistico: Tutte le cose hanno la loro relazione e proporzione con l’universo. Esso risplende, tuttavia, in quella parte che chiamata uomo pi che in qualsiasi altra. Pertanto, poich la perfezione della totalit dell’universo risplende pi nell’uomo, l’uomo un mondo perfetto, anche se piccolo […]. Di conseguenza, anche l’uomo possiede, in modo particolare, proprio e distinto, tutto ci che l’universo ha in modo universale (I, 42).

    E l’uomo non soltanto in questa perfezione, ma chiamato a produrla: Avendo infatti la libera facolt di concepire, la mente trova in se stessa l’arte di rendere manifesto ci che essa ha concepito (I, 44), anche qui seguendo il modello del suo Dio il quale voluit pulchritudinem conceptus sui manifestare et visibilem facere. L’uomo diventa uomo, a sua volta, rendendo visibile la bellezza del creato.

    Per questo dobbiamo al mondo Devozione: Alle cappelle delle isole. / A Galla Placidia. I muri stretti portando misura alle nostre ombre. / Alle statue nell’erba; e, come me, forse senza volto. / […] / A Santa Marta d’Agli, nel Canavese. / Il rosso mattone che maturato pronunciando la gioia barocca. / A un palazzo deserto e conchiuso negli alberi. / (A tutti i palazzi di questo mondo, nell’accogliere la notte) (Yves Bonnefoy, Dvotion).

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    La vecchia Europa il rugoso manto di secoli che hanno palpitato di vita e di arte; sotto ogni nostro passo vibra l’eco di un desiderio sepolto, di un arco ancor teso, di una mano che dipinge; tanti scrittori l’hanno evocato da Keats a Brodskij; ma vorrei suggellare questo viaggio con le parole di Julio Cortzar, verso per verso, e lentamente: Un’ultima vanit trattiene le figure / la terracotta intirizzita che i tumuli / hanno protetto dai venti e dalle orde. / La sposa e lo sposo / il cane fedele, l’anfora, / le offerte per il lento itinerario / […] // Fuori, o vita sotto il sole, albero di nuvole! / Come piegarsi al peso vischioso dell’ombra, / consegnare tanto marmo, tanto sangue schiumoso / ai fili spezzati dell’oblio? // Ecco perch il policromo simulacro e la vita in sospeso, / la tomba che anche casa, / la morte divenuta consuetudine e rito. / Una ciclica festa gira sulle pareti / con i suoi rossi, i suoi verdi, le terre ordinate. // Non si allontana la donna dal talamo infinito, / vigila il cane, spariscono i demoni. / […] / (Soli assenti – il loro nome pu mancare - / gli anni, i mesi, i giorni, / le diastole, le sistole. Appena / un tremolio nelle tuniche perfette / di ordinata finezza) // Il banchetto immobile continua, il viaggio continua sotterraneo, / in salvo dal cambiamento, nulla bagna / le guance brunite dal fuoco, / ignorate dal tempo nella sua corsa / in superficie, negli alberi che passano e si alternano. // Sul tumulo un pastore / canta per la brezza (Tombe etrusche, da Ultimo round, 2007).

    Da Civita di Tarquinia, dalla Tomba del Triclinio, sempre ci precede il suonatore etrusco modulando per noi la cetra, in salvo dal cambiamento …

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    Torno infine al mio villaggio. Della millenaria Europa che abbiamo percorso, qui non c’ nulla, se non la Cruza , che scende – scavata nel tufo e coperta a cappella da alberi e arbusti – da secoli verso il piano. Bisognerebbe scavare e scavare en creux, nel profondo, se si vuole evitare il deserto della natura e della mente. L’ha raccontato in canto Fabrizio De Andr in Cruza de m, 1984: umbre de muri, muri de main / dunde ne vegn, duve l’ ch’an?; e, non meno “scavando”, Seamus Heaney: Between my finger and my thumb / The squat pen rests. / I’ll dig with it (Digging: Tra il mio indice e il pollice / quatta e pronta la penna. / Con quella io scaver). Qui non ci sono muri, n torbiere, solo un viottolo che si perde tra i grappoli a raggiera del sambuco, e la stessa coscienza – nel tufo e nella vita – che solo scavando a fondo si trova il fondamento.

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