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«Ccà pare Casamicciola». Perché a Napoli di fronte a un…

La curiosità

«Ccà pare Casamicciola». Perché a Napoli di fronte a un disastro si evoca Ischia

(Olycom)
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«Ccà pare Casamicciola». Qui sembra Casamicciola. Tre parole piene di rabbia, sgomento e senso d'impotenza quelle che Lucariello/Eduardo De Filippo pronuncia di fronte al disastro del suo amato presepe distrutto, in Natale in casa Cupiello, la più classica tra le sue commedie. Di fronte a caos e distruzione, nell'opera datata 1931, il celebre drammaturgo napoletano evoca il comune di Ischia funestato dal terremoto dello scorso lunedì. Ma il riferimento è a un altro terremoto: quello di magnitudo 5,8 che il 28 luglio 1883 travolse l'isola ed ebbe proprio Casamicciola come epicentro. Un evento da addirittura 2.313 vittime, vissuto in prima persona dal filosofo Benedetto Croce, all'epoca ragazzino estratto vivo dalle macerie, e dal meridionalista Giustino Fortunato.
Entrambi turisti al tempo dei fatti, perché Ischia e Casamicciola Terme in particolare, allora come oggi, di turismo vivevano. Una sciagura che è a lungo sopravvissuta nell'immaginario collettivo di Napoli e dei napoletani, attraverso detti popolari come «Succede Casamicciola» (per dire «Succede l'irreparabile») o lo stesso «Ccà pare Casamicciola». I vecchi antichi – circonlocuzione che ai piedi del Vesuvio stava a indicare le generazioni nate prima delle due guerre – usavano spesso le due espressioni, come faceva Eduardo. Dopo la Seconda guerra mondiale se ne perde traccia, nel napoletano parlato come negli scritti. Entrambe dimenticate, meglio ancora, rimosse. Per un motivo forse semplice: Ischia, oggi come allora, vive di turismo. E per continuare a vivere di turismo ai piedi di un vulcano silenzioso ma vivo come l'Epomeo era meglio dimenticare, lasciarsi alle spalle la memoria della tragedia per dare il benvenuto alla cartolina dell'isola verde. Continuare a vivere, a queste latitudini, significa spesso rimuovere il lutto. Che succeda o non succeda Casamicciola, la morale non cambia. «Nun adda cagna’».

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