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Polemiche estive cattivo viatico per gli impegni dell’autunno

L'Analisi|analisi

Polemiche estive cattivo viatico per gli impegni dell’autunno

Il tempo stringe. La politica fa mostra di non accorgersene o almeno di non darvi troppo peso. Eppure l’autunno si presenta problematico e non c’è gran voglia nelle forze politiche di attrezzare il paese per queste evenienze: semmai, complice il clima agostano, si punta a trasformarle in ulteriori occasioni di polemica interna, sorvolando sul fatto che un paese in perenne disfida su tutto fra le sue tribù politiche rischia di finire isolato da un cordone sanitario steso dai partner.

La scadenza che tutti hanno davanti è la stesura delle legge finanziaria. Tema delicatissimo, soprattutto considerando che c’è una ripresa in corso e che dunque non va sprecata l’occasione di consolidarla. A parole sono tutti d’accordo, ma si evita la questione banale: non si tratta tanto di esercitarsi a chi propone la ricetta più lungimirante. Semplicemente bisogna partire da un’intesa ampia fra le forze politiche che mandi un messaggio chiaro alle mille e una corporazioni di questo paese: non ci sono sponde per gli assalti alla diligenza. Niente ampliamenti a vanvera delle zone terremotate, sostegni e mancette a questo o quel microsettore, rincorsa ai vari campanilismi geografici e non. Con il clima di caccia all’ultimo voto che tutti perseguono parliamo di una virtù che temiamo sarà troppo eroica per la classe politica attuale.

Consideriamo, e le scaramucce estive qualche segnale l’hanno lanciato, che oltre tutto abbiamo parlamentari in fibrillazione per il loro futuro, vista l’incertezza degli orientamenti di voto, l’incognita sulla legge elettorale che si farà, il venir meno del vecchio premio di maggioranza (una circostanza che si mangerà un centinaio di seggi avuti in più dai passati vincitori). Dunque, chi più chi meno, i parlamentari hanno bisogno di ritagliarsi visibilità, scommettere su questo o quel leader futuro, organizzarsi in gruppi, formali o meno, per incrementare il proprio peso contrattuale. Il tutto tenendo anche conto che nei vertici dei vari partiti c’è qualche voglia di aprire le future liste a uomini nuovi presi dalla società, non fosse altro che per contrastare le polemiche, grilline e non solo, contro la “casta”. Dunque altri posti in meno.

Poi però c’è la scadenza che pochi considerano. In autunno, registrato il risultato delle elezioni in Germania, la questione del riordino dell’Unione Europea tornerà in campo e vedrà probabilmente il duo Merkel-Macron dare le carte. L’Italia può presentarsi a quel tavolo con la fama di un paese che non si sa che fine farà sul piano elettorale, e con la constatazione che qualsiasi cosa proponga poi diverrà vittima delle lotte di fazione della sua politica?

La domanda è ovviamente retorica, perché non passa giorno che non si registrino polemiche sull’azione del governo, anche su temi delicatissimi. La questione migranti è una facile cartina di tornasole, ma anche la recente decisione di inviare nuovamente un nostro ambasciatore al Cairo mostra come ragionare di politica sia diventato estremamente arduo. Le spaccature passano dentro tutti i partiti, non parliamo poi di una maggioranza governativa che neppure sulle questioni più delicate riesce a dare prova di compattezza (dalla presidente della Camera al più piccolo partitino, sembra che non ci si ponga la questione di sostenere il proprio governo, che significa in questo momento sostenere la credibilità internazionale del proprio paese).

Speriamo tutti che le varie nubi che si addensano sull’orizzonte internazionale (Corea del Nord, Iran, terrorismo dell’Isis, questione venezuelana, ecc.) si sciolgano senza dar adito a tempeste, ma qualche solidarietà nazionale sarebbe importante. Invece si continua a ragionare come se la politica estera fosse una questione di indignazioni morali e si prende per una grande rivelazione se il New York Times scrive che Giulio Regeni fu massacrato dai servizi di sicurezza egiziani, cioè quello che intuitivamente sapevano tutti. Fatti gravissimi, ma se i rapporti diplomatici potessero muoversi solo al livello dell’indignazione morale, sarebbe complicato per il nostro paese fare una qualunque politica estera.

Del resto quanto tutto possa essere facilmente messo in discussione lo dimostra la pronuncia della Corte costituzionale tedesca che ha cercato di gettare un ombra sulla politica economica della Bce di Draghi. Mossa tanto più da tenere sotto osservazione, se si considera che il governo tedesco, incluso il “falco” Schäuble, ne ha preso le distanze: significa che una ipersensibilità a ciò che si ritiene interesse nazionale (una volta si chiamava “sacro egoismo”) non alligna solo nei movimenti banalmente populisti.

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