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Dossier Valutazione, i dubbi prima del «tagliando»

    Dossier | N. 22 articoliIl dibattito sull’Università - 40 anni persi

    Valutazione, i dubbi prima del «tagliando»

    (Agf)
    (Agf)

    L’università italiana dal 2011 è stata oggetto continuo di valutazioni, principalmente della ricerca, ma anche della didattica e dell’amministrazione. Le valutazioni sono state realizzate centralmente da una unica agenzia governativa: l’Anvur. Siamo l’unico Paese d’Europa e forse del mondo, ad aver concentrato in una agenzia di nomina governativa tante competenze e poteri. Forse unici precedenti storici, potrebbero essere rintracciati negli stati dell’ex blocco sovietico.

    Dopo oltre un lustro di attività dell’agenzia, è venuto il momento di porsi una domanda molto “laica”: ma l’Anvur e le sue attività servono davvero? Questa domanda non si è mai fatta strada nel dibattito pubblico, perché si è dato per scontato che la valutazione serva; perché si è detto e ripetuto che “è meglio una cattiva valutazione che nessuna valutazione”, e che solo coloro che temono la valutazione possono ritenere che la valutazione non sia utile. La domanda invece è rilevante perché la valutazione costa tanto e per giustificarne i costi bisogna che generi almeno altrettanti benefici.

    La principale attività condotta dall’Anvur è la Valutazione della Qualità della Ricerca (Vqr) di cui si è da poco conclusa la seconda edizione riferita al periodo 2011-2014. La Vqr consiste nel valutare l’intero staff di ricerca del Paese con dati quantitativi o chiedendo il parere a esperti. Siamo, con la Gran Bretagna, l’unico Paese a realizzare uno sforzo del genere, e ad utilizzarlo per distribuire risorse.

    Quanto costa la Vqr? Secondo alcune stime il primo esercizio è costato tra 150 e 300 milioni di euro, più o meno quanto l’analogo esercizio britannico. Molti di coloro che sono intervenuti nel dibattito seguito all’articolo di Dario Braga, hanno dato per scontato che si tratti di soldi ben spesi perché servono a distribuire in modo “meritocratico” il “finanziamento premiale” alle università. Se si guarda alla realtà dietro i complessi algoritmi di Anvur e Miur, si scopre che in realtà nel 2016 solo il 7,4% dei 783 milioni premiali sono stati distribuiti sulla base della qualità della ricerca. Questo significa che su base annua sono stati spesi 30 milioni di euro per distribuire 58 milioni di euro. Un po’ come se un pasticcere vendesse ad un cliente una torta a 58€ e chiedesse poi di essere pagato 30€ per affettarla in modo preciso. Quei 30€ sarebbero soldi spesi bene? Sia permesso di dubitarne.

    Alcuni argomentano che i soldi della valutazione sono comunque spesi bene perché permettono di scovare i professori fannulloni, quelli che nel periodo considerato hanno pubblicato poco o nulla. Nel primo esercizio di valutazione furono individuati 1.287 professori che non avevano pubblicato nulla ed altri 2.207 che avevano pubblicato poco, su un totale di 44.153 professori. Questo significa che scovare un fannullone totale o parziale è costato tra gli 82mila e i 136mila euro. È opportuno ricordare ai lettori che questa informazione sarebbe stata disponibile per ciascun rettore di ciascuna università italiana ben prima della valutazione ed a costo zero: bastava interrogare le banche dati di ateneo. Soldi ben spesi?

    Secondo Anvur, la Vqr servirebbe addirittura alle famiglie per scegliere a quale università iscrivere i figli. Un altro modo per dire che Anvur sta facendo un servizio per i contribuenti. Difficile immaginare la mitica casalinga di Voghera che sfoglia le migliaia di pagine della Vqr, a tratti incomprensibili anche per gli addetti ai lavori. “Ma non c’è bisogno di leggere tutto –si obietterà- basta guardare le classifiche”. Nella scorsa Vqr un futuro studente di medicina che avesse voluto iscriversi nell’ateneo con i miglior risultati, avrebbe dovuto iscriversi all’università di Trento, prima in classifica nell’area medica. Peccato solo che a Trento non ci sono corsi di laurea in medicina!

    Anvur e la valutazione della ricerca sono una peculiarità anglo-italiana, estranea alle tradizione e alle istituzioni universitarie dell’Europa continentale e degli Stati Uniti. Abbiamo adottato un modello di cui non sappiamo documentare i benefici, ma che è molto costoso. Di certo questo sistema fornisce un grande servizio alla politica, che può mascherare scelte discrezionali di riduzione e distribuzione selettiva delle risorse con la retorica tecnocratica dell’“oggettività dei numeri”. E di certo fornisce compensi più o meno cospicui ad élite di professori universitari che sono stati scelti per fare i valutatori. I costi indiretti associati alle attività di Anvur, non certo ultimo l’enorme carico burocratico associato alle attività di valutazione, ricadono sulle università. Poiché le carriere e in parte lo stipendio dei professori dipendono principalmente dai risultati della valutazione delle pubblicazioni, questi sono spinti a curare la ricerca e considerare la didattica come attività residuale. Le conseguenze di questa disattenzione sono a carico degli studenti e delle loro famiglie.

    La Ministra Fedeli in alcune recenti occasioni pubbliche ha detto che la macchina della valutazione, dopo un po’ di anni di funzionamento, deve essere sottoposta ad un “tagliando”. Ben venga il tagliando, ma per la valutazione all’italiana non è sufficiente pensare a piccoli aggiustamenti e correzioni marginali. Per evitare che i danni al sistema universitario e della ricerca diventino irreversibili, è necessario un ripensamento globale del modello, in primo luogo della struttura istituzionale e del ruolo dell’agenzia di valutazione.

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