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Dossier | N. 22 articoliWorkshop The European House 2017

Ecco come Industria 4.0 può creare oltre 40 mila posti di lavoro ogni anno

Imagoeconomica
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L’Italia deve mettere sul tavolo senza indugi politiche di incentivi e formazione per l’Industria 4.0 per creare 42mila nuovi posti di lavoro all’anno e bilanciare la perdita prevista di posti automatizzati. Una ricerca Ambrosetti ha formulato due proposte che vanno in questa direzione. La prima è l’incentivazione degli investimenti in innovazione e industria 4.0, come il super-ammortamento, crediti di imposta in R&S, fondi di garanzia, essenziali per collocare l’Italia tra i Paesi leader delle innovazioni tecnologiche. La seconda proposta riguarda la promozione di attività di formazione e aggiornamento permanente su temi legati alle nuove tecnologie, strumenti indispensabili per garantire che i lavoratori possano utilizzare al meglio i nuovi mezzi.

I POSTI DI LAVORO A RISCHIO IN ITALIA CON L’AUTOMAZIONE
(Fonte: elaborazione The European House)

La Quarta rivoluzione industriale in Italia potrebbe infatti portare alla perdita del posto di lavoro del 14,9% del totale degli occupati, pari a 3,2 milioni, nell’orizzonte temporale di 15 anni. Affinché l’Italia sia in grado di cogliere le opportunità offerte da automazione e innovazione, creando nuovi posti di lavoro ad alto valore aggiunto in sostituzione di quelli persi, è necessario gestire il cambiamento invece che subirlo.

Come? È questo il contenuto di una ricerca sulla “tecnologia e lavoro” predisposta da Ambrosetti e presentata al Workshop annuale a Cernobbio con la collaborazione del professor Carl Benedict Frey dell’Università di Oxford, autore di una pubblicazione sul futuro dell’occupazione e di quanto siano suscettibili i posti di lavoro ad essere sostituiti dalle macchine.

Uno studio che apre un approfondimento sul tema anche grazie al contributo di Nicola Rossi, professore all’Università di Roma Tor Vergata secondo cui «l’automazione della quarta rivoluzione industriale è un tema affrontabile se la politica lo prende sul serio e non usa atteggiamenti difensivi». «L’importante è prendere atto della rilevanza del problema – dice Rossi – e fare degli aggiustamenti all’Industria 4.0 che punta troppo sull’esistente e non favorisce a sufficienza la creazione di start-up». Rossi, a differenza della ricerca che boccia l’introduzione di un salario minimo come protezione verso il rischio di automazione apre alla possibilità, ma «solo a livello di contrattazione aziendale» .

Comunque lo sviluppo della tecnologia genera un crescente timore (luddismo) verso la sostituzione uomo-macchina. Ma la storia ci insegna che le rivoluzioni del passato hanno permesso di aumentare la ricchezza e il benessere. La ricerca nasce con l’obiettivo di analizzare gli impatti futuri dell’automazione sul mercato del lavoro italiano, in modo da supportare i decisori nella pianificazione di interventi politici. Azioni che permettano al paese di governare il cambiamento, diventando un’eccellenza nel campo della tecnologia, così da trovare collocazione nella geografia tecnologica e digitale del mondo e volgere l’automazione a proprio vantaggio.

Il punto di partenza, a cui si è ispirata la ricerca Ambrosetti, è rappresentato dall’articolo scientifico “The Future of Employment: How susceptible are jobs to computerisation?” di C.B. Frey e M.A. Osborne, che identifica le percentuali di automazione delle mansioni relative a 702 professioni. Successivamente, tramite un algoritmo sviluppato dai ricercatori Ambrosetti, le percentuali di suscettibilità di Frey e Osborne sono state trasformate nelle percentuali di rischio di sostituzione.

I risultati delle elaborazioni effettuate indicano che il 14,9% del totale degli occupati, pari a 3,2 milioni, potrebbe perdere il posto di lavoro nei prossimi 15 anni. La non ripetitività del lavoro svolto, le capacità creative richieste per lo svolgimento delle mansioni, la complessità intellettuale e le capacità relazionali riducono il rischio di automazione degli occupati. Partendo da questa stima la ricerca ha calcolato i posti di lavoro persi annualmente per ciascun settore, dal 2018 al 2033, la riduzione dei consumi associata alla perdita di occupazione, l’effetto della riduzione dei consumi sul valore aggiunto e di conseguenza sul gettito fiscale. Trattandosi di stime la ricerca ha definito dei range di impatto, in 15 anni, e ipotizzando tre diversi scenari: lo scenario Base, il Conservativo e l’Accelerato. Posizionandoci nello Scenario Base, la contrazione dei consumi sarà pari a 1,7 miliardi di euro all’anno nel primo lustro, 2,9 miliardi nel secondo e 3,8 miliardi nel terzo. La contrazione del Pil nel primo lustro è pari a 2,8 miliardi di euro all’anno (0,18 punti di Pil), sale a 4,9 miliardi nel secondo lustro (0,31 punti di Pil) e arriva a 6,3 miliardi nel terzo lustro (0,39 punti di Pil).

Una contrazione del Pil si traduce in una perdita di gettito fiscale, che sarà pari a 1,2 miliardi nel primo lustro, 2,1 nel secondo e 2,7 nel terzo. Come già detto, la perdita di occupazione generata dall’innovazione tecnologica è solo un aspetto di quest’ultima, che ha anche effetti positivi poiché abilita la creazione di nuove professioni e occupazione. Secondo la ricerca, per ogni posto di lavoro creato nei nuovi settori, vengono generati ulteriori 2,1 posti di lavoro nell’indotto. Partendo dalla stima dei posti di lavoro a rischio nel primo lustro e ponendoci nello scenario Base, per bilanciare la perdita prevista, l’Italia dovrebbe creare 41.449 nuovi posti di lavoro all’anno. Per creare nuovi posti di lavoro ad alto valore aggiunto Ambrosetti ha formulato due proposte per gestire il cambiamento. La prima è l’incentivazione degli investimenti per l’Industria 4.0, essenziali per collocare l’Italia tra i Paesi early adopter delle innovazioni tecnologiche.

La seconda proposta riguarda la promozione di attività di formazione e aggiornamento permanente su temi legati alle nuove tecnologie. In questo ambito, due sono le aree: da una parte è necessario adeguare i piani di studio universitari alle nuove esigenze delle imprese (la Commissione europea stima in 700.000 i nuovi posti di lavoro entro il 2020 nei settori ad alta tecnologia e fino a 450.000 le nuove figure professionali con competenze multidisciplinari – digitali, materiali, manifattura additiva, biotecnologia, nanotecnologia e fotonica); dall’altra parte è importante che i lavoratori possano, con dei corsi permanenti, aggiornarsi in modo da rimanere competitivi sul mercato del lavoro.

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