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Un mix previdenza-formazione per le «crisi»

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Un mix previdenza-formazione per le «crisi»

  • –Claudio Tucci

ROMA

Un mix politiche attive e previdenza complementare collegata, ma non più vincolata, all’Anticipo pensionistico (Ape)per gestire in prospettiva, facendo leva anche su un utilizzo “volontario” del Tfr maturato con la Rendita integrativa temporanea anticipata (Rita), il delicato capitolo delle ristrutturazioni aziendali che conducono a licenziamenti collettivi.

Dopo il dibattito che si è sviluppato all’inizio dell’estate il Governo è ora pronto a disegnare un nuovo percorso per gestire le «crisi» delle imprese puntando sugli strumenti oggi in vigore rimodellati dal Jobs Act, considerato anche che dallo scorso gennaio non sono più “operative” mobilità e Cassa integrazione in deroga. Il pacchetto di nuove misure è stato abbozzato nelle scorse settimane dai tecnici di palazzo Chigi e del ministero del Lavoro e con tutta probabilità sarà illustrato ai sindacati martedì al dicastero guidato da Giuliano Poletti nel corso del nuovo round sui temi lavoristici. Se dall’esito del confronto con Cgil, Cisl e Uil, ma anche con le imprese, dovesse arrivare un ok di massima gli interventi allo studio troverebbero posto nella prossima legge di Bilancio.

L’idea di fondo è quella di “anticipare”, nelle crisi aziendali, il percorso di formazione e riqualificazione dei lavoratori “in esubero”: le misure di politica attiva (di accompagnamento verso un altro impiego) scatterebbero subito, non più dopo il licenziamento, ma fin dal primo giorno di collocamento in cassa integrazione straordinaria. Si aprirebbe, quindi, a una sorta di “ricollocazione anticipata”. In caso di accordo con il sindacato, ai lavoratori in Cigs verrebbe riconosciuto il diritto a chiedere all’Anpal l’immediata attribuzione dell’assegno di ricollocazione per essere, quindi, assistiti e formati verso un nuovo lavoro.

Il percorso di politica attiva potrebbe durare 12 mesi. Se gli interessati firmeranno poi un contratto a tempo indeterminato con un’altra azienda, è allo studio un vantaggio ad hoc: si vedranno liquidato, come una tantum, il residuo trattamento di Cigs (probabilmente, non per intero, forse al 50 per cento).

I tecnici di governo e ministero del Lavoro starebbero ragionando, pure, su un beneficio per il datore che colloca il lavoratore in Cigs: in caso di uscita dall’impresa per un nuovo impiego si potrebbe firmare un accordo conciliativo per chiudere tutto il pregresso con l’interessato che risolve il rapporto d’impiego. Nel caso in cui invece non scatti la ricollocazione anticipata (nei 12 mesi), per esempio, perché una persona è over50/55, più difficile da reinserire, i lavoratori proseguirebbero nella Cigs (oggi la durata è 24 mesi, prorogabili, a determinate condizioni, di ulteriori 12) e poi, se licenziati collettivamente, avrebbero diritto alla Naspi (l’indennità di disoccupazione), non essendo, da gennaio, più prevista la mobilità. In questo caso, l’Esecutivo starebbe ragionando su un possibile allungamento della Naspi, coinvolgendo, però, anche le aziende per avvicinare i lavoratori alla pensione (la strada ipotizzata sarebbe la re-introduzione di un “ticket” licenziamento a carico dei datori).

«Del resto, considero ragionevole, a fronte di una rivisitazione complessiva della gestione delle crisi aziendali, con uno sforzo pubblico, chiedere una collaborazione anche ai datori di lavoro», spiega Marco Leonardi, a capo del team economico di Palazzo Chigi. «Le politiche attive diventeranno centrali», sottolinea Maurizio Del Conte, numero uno di Anpal, «anche perché - prosegue - è sempre più difficile immaginare un ricambio della forza lavoro senza intervenire sulle crisi delle imprese. In quest’ottica la ricollocazione il più anticipata possibile può risultare lo strumento efficace a vantaggio delle imprese e soprattutto dei lavoratori».

Questi ultimi, in primis gli over 55, sul versante pensionistico-assistenziale, potrebbero infatti trovarsi a utilizzare uno nuovo strumento, in forma d’incentivo all’esodo, in aggiunta all’Ape aziendale, concepita con l’ultima legge di bilancio. Questo tipo di anticipo pensionistico ricalca l’Ape volontaria, che dovrebbe decollare a fine mese. Il “prestito” è possibile con 63 anni e 7 mesi di età e 20 anni di contributi, con “penalizzazioni” di partenza non bassissime ma con la possibilità di stringere intese tra datore e lavoratori per attenuare, con contributi a carico delle aziende, l’impatto della rata. Ora il Governo sta pensando di offrire un’altra possibilità attraverso un restyling della Rita, che diventerebbe usufruibile già al compimento dei 63 anni d’età e non sarebbe più vincolata all’Ape e alla cessazione del rapporto di lavoro. Una “revisione” che ingloberebbe un’apposita misura per le ristrutturazioni aziendali con la possibilità di utilizzare la Rita come incentivo all’esodo, assorbendo su base volontaria anche quote di Tfr già maturato (la tassazione marginale sul passaggio alla Rita sarebbe interamente a carico dello Stato), e potendo contare su un prelievo fiscale più vantaggioso (15%) rispetto ad altri strumenti “incentivanti” (ad esempio la buonuscita).

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