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Mandare in soffitta l’uscita dall’euro: la nuova competizione …

la ripresa di settembre

Mandare in soffitta l’uscita dall’euro: la nuova competizione tra Lega e 5 Stelle

È solo l’inizio della campagna elettorale ma la ripresa di settembre porta una prima novità: cade l’assalto all’Europa e all’euro. Per Luigi Di Maio quel referendum sulla moneta, che era una delle armi della battaglia politica, diventa un’extrema ratio, qualcosa – insomma – che non si farà mai. E Matteo Salvini lo toglie del tutto dal tavolo: non si può fare e basta. Ora, al di là delle motivazioni – e ce ne sono un paio – che hanno determinato questo rovesciamento di copione, per i 5 Stelle e per la Lega, fare a meno di questa bandiera vuol dire iniziare a fare i conti con l’euro, con le sue regole, con i suoi vincoli finanziari e quindi con la coerenza delle promesse economiche che si apprestano a scrivere nei programmi. Certo, resta – e si gonfierà nei prossimi mesi - la critica all’austerity che blocca la crescita ma la mira non è più l’Italiexit.

E infatti i due partiti, senza più quell’obiettivo in comune che li rappresentava come “asse populista”, hanno cominciato a duellare sulle rispettive e differenti ricette: reddito di cittadinanza da una parte, flat tax dall’altra. Con Salvini che - domenica - a Cernobbio faceva le pulci a Di Maio sulle mancate coperture per la misura di welfare e per la realizzazione della smart nation. E con il leader grillino che rinfacciava alla Lega di aver governato senza risolvere i problemi. Se alle amministrative di qualche mese fa (e anche a Roma un anno fa), il segretario leghista aveva fatto flirtato con il Movimento, ora mette all’indice i difetti della Giunta Raggi, l’assenza di una squadra e di competenze e invece rivendica la buona amministrazione di Lombardia e Veneto. Insomma, quell’alleanza antisistema di cui tanto si temeva per il governo del Paese, al momento, non c’è più.

È vero che Silvio Berlusconi, almeno fino a qualche settimana fa, parlava ancora di doppia moneta ma sembrava una carta tirata fuori più per rendere agevole una coalizione con Salvini che da giocare davvero, soprattutto dopo la sconfitta della Le Pen. Tant’è che uno degli uomini in ascesa in Forza Italia resta Antonio Tajani, vicino ad Angela Merkel, che gli ultimi rumors danno anche come possibile candidato premier. Insomma, le sirene moderate sembrano prevalere ma sono un po’ le condizioni di oggi a richiedere un cambio di versione.

Con un Governo come quello di Paolo Gentiloni, a bassa intensità di polemica politica e scarsi personalismi, e con primi risultati sul fronte della crescita e dell’immigrazione, l’onda su cui finora hanno surfato i Di Maio e i Salvini si è abbassata. Non è detto che duri fino al giorno delle elezioni ma - adesso - questa è una bassa marea per i populismi che li costringe a cambiare registro, a buttarsi su altri obiettivi di battaglia: vitalizi e ius soli. È dunque la congiuntura politica e finanziaria che spinge ad adottare una versione più prudente sull’economia, sui conti pubblici, sull’euro. E l’imminenza del voto, con in palio il governo, li costringe a uscire dal copione tipico di “opposizione”. Del resto era stato Beppe Grillo, all’indomani delle elezioni del 2013, a dire che il Movimento non era pronto per governare. Ora, quindi, si preparano a mostrare una affidabilità in più, necessaria anche alla luce delle fatiche di Roma.

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