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La scommessa sbagliata di istituzioni e famiglie

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La scommessa sbagliata di istituzioni e famiglie

Il dato è di quelli sconcertanti: in Italia gli under 35 che si fermano alla terza media sono di nuovo in aumento. Ci relegano in coda in Europa e accanto a Paesi in via di sviluppo. Speriamo sia un fuoco di paglia, una sbandata improvvisa ed episodica, ingigantita dagli scricchiolii che si susseguono nel nostro sistema d’istruzione. Precludere ai nostri giovani una prospettiva educativa e formativa all’altezza delle grandi trasformazioni in corso è vero suicidio sociale al tempo del machine learning. Purtroppo, diversi attori sociali concorrono a questo rischio. Ad esempio, i nuclei familiari colpiti dalla crisi e frustrati dalla lenta ripresa si sono trovati a sbarcare il lunario con acrobazie che hanno influenzato le strategie verso i propri figli, ora piegate alla convinzione che studiare a lungo non serva più per trovare lavoro o per guadagnare di più.

Le famiglie meno agiate si fanno due conti e s’interrogano se abbiano disponibilità per mantenere un figlio durante gli studi superiori e, magari, universitari.

Anche se valga la pena d’affrontare questo sacrifico per altri 5 o 10 anni di studio, dopo la licenza media. Danno per scontato che il diritto allo studio sia irrisorio in Italia. Infatti lo è, considerati prezzi dei libri di testo e dei corredi scolastici o le costose vite disagiate degli universitari fuori sede. Non poche famiglie finiscono per orientare, se non incoraggiare il figlio - anche minorenne - al lavoro, in specie se pretende lo scooter o l’ultimo smart device.

Apparentemente, il ragionamento non fa una piega. Con costi di scolarizzazione crescenti e per giunta non avendo disponibilità di garantire a un figlio l’accesso a un’istruzione superiore e ad alcuni consumi che lo rendano in qualche modo riconoscibile dal gruppo dei pari, le famiglie non si oppongono alla scelta del ragazzo d’abbandonare la scuola e di cercare lavoro tra le mille sfumature odierne. I tassi d’abbandono scolastico elevati non sono altro che un’eco di un mood sociale alle varie maglie nere che l’istruzione italiana ha collezionato nelle classifiche europee in questi anni. I media, rendendole note a un largo pubblico, hanno in molti casi seguito uno spartito di critica costruttiva. Le famiglie hanno però percepito la parte destruens della critica, la cattiva notizia, che gli spread tra laurea, diploma e licenza media, a favore delle prime due, in Italia sono peggiori di quelli medi europei in quanto a opportunità di lavoro e retribuzione. Come dire, non c’è poi tanta differenza, se in aggiunta mettiamo sul piatto della bilancia anche i 5-10 anni di sacrifici da fare dopo la licenza media. Sotto la luce opaca dei budget familiari peggiorati con la crisi, la scolarizzazione è apparsa poco più di un parcheggio per procrastinare l’immissione al lavoro dei figli, visti i livelli record della disoccupazione giovanile e le modeste performance che dividono laureati, diplomati e giovani con licenza media inferiore. Un parcheggio, se non di lusso, non sostenibile per molte famiglie. Del resto, neppure i giovani laureati trovano lavoro e ogni anno ne emigrano migliaia alla ricerca di un’occupazione e di retribuzioni migliori.

Agli occhi delle famiglie, l’istruzione non appare più un trampolino di lancio per l’ascesa sociale, un’efficace distinzione sociale come in passato. È triste annotare tutto questo nel Paese che ambisce a una leadership della cultura e dell’arte, seppure del passato, una risorsa che ha però sete di essere reinterpretata nel presente, almeno in quanto a qualità dell’istruzione secondaria e terziaria. Se i nostri giovani non sono attratti da convincenti culture dello studio (e del lavoro) è perché l’istruzione non riesce a rinnovarsi e a sincronizzarsi con questo nuovo loro secolo.

Le famiglie però sbagliano a trascurare l’importanza del sistema educativo, dimostrandosi poco lungimiranti rispetto ai barrages che i giovani con basso livello d’istruzione incontrano. Lo dimostra la presenza maggiore di ragazzi con titoli di studio inferiori tra i «neet». Lo attesta lo spread in termini di lavoro e retribuzione che resta a favore di chi possiede un’istruzione superiore.

Più delle famiglie, sbagliano le nostre élite a non realizzare quegli investimenti massicci in istruzione e formazione messi in campo negli ultimi decenni dalla maggior parte dei Paesi europei, come antidoto all’inoccupazione e come motore di una crescita a trazione scientifico-tecnologica. Una grave disattenzione a investire e rinnovare che paghiamo in termini di sviluppo economico e sociale.

Nessuno nega che l’Italia degli ultimi due decenni abbia fatto significativi passi in avanti in termini di scolarizzazione e di popolazione studentesca. Tuttavia, i ritardi di partecipazione all’istruzione rimangono elevati, mentre il tema della qualità dello studio e della formazione bussa alla porta, con industria e lavoro 4.0. È forse ora di cominciare a parlare di un’istruzione, meglio, di un sistema educativo 4.0, in grado d’interpretare il salto tecnologico che ci apprestiamo a vivere, soprattutto i nostri giovani. Assurdo lasciarli sguarniti di un sistema educativo all’altezza dei tempi, quasi la gioventù fosse la radice di un male futuro da esorcizzare con una liturgia di promesse elettorali. Mentre occorrono risorse e terapie di rinnovamento “di sistema” per superare lo scetticismo di giovani e famiglie.

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