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Salgono dopo 15 anni i giovani italiani fermi alla terza media

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Salgono dopo 15 anni i giovani italiani fermi alla terza media

Che avessimo ancora pochi laureati e troppi abbandoni scolastici lo sapevamo. Stesso discorso per la disoccupazione giovanile oltre la soglia di guardia e il record di ragazzi che non studiano né lavorano (Neet). Ma che dopo 15 anni la quota di under34 fermi alla terza media fosse tornata a salire, al punto da continuare a sopravanzare i loro coetanei in possesso di un titolo terziario, è un dato che coglie di sorpresa. E che deve far riflettere.

A certificare l’ennesimo ritardo italiano in materia di istruzione è stata nei giorni scorsi Eurostat. Con due dati che parlano da sé: mentre in tutta Europa gli appartenenti alla fascia d’età 25-34 anni che al massimo hanno completato la secondaria di I grado sono scesi dal 16,6 al 16,5%, da noi sono tornati a salire. Tant’è che dal 25,6% di fine 2015 siamo passati al 26,1% del 2016. Una performance che ci lascia ancora al quintultimo posto della graduatoria davanti a Portogallo, Malta, Spagna e Turchia. Ma che fa notizia soprattutto perché segna un’inversione di tendenza lunga più di 15 anni.

Per trovare l’ultimo episodio di peggioramento in questa particolare classifica bisogna infatti risalire al biennio 2001-2002 quando eravamo saliti dal 40,7 al 42,7 per cento. Da lì in avanti il trend dei nostri connazionali 25-34enni fermi alla licenza media era sempre diminuito. In maniera più o meno sensibile a seconda delle annate. E il film non cambia di molto se ci si focalizza sul sottogruppo 25-29 anni. Dopo una decina d’anni di discesa anche qui l’aria è cambiata e la fetta di popolazione a bassa scolarizzazione è salita al 23,3 per cento.

Alla fine dell’anno scorso dunque il vento è girato. E, al di là delle ragioni di ordine statistico o demografico (ad esempio un aumento degli stranieri residenti che, come noto, hanno tassi di scolarizzazione spesso più bassi) che possono averlo determinato, questo fenomeno non può essere considerato come un semplice incidente di percorso. Specie se letto in abbinata agli altri tradizionali gap del capitale umano made in Italy. Si pensi ai laureati citati all’inizio. Sempre secondo Eurostat penultimi eravamo, dopo la Romania, e penultimi siamo rimasti. Con un poco lusinghiero 25,6% di 25-34enni in possesso del titolo terziario che diventa addirittura più basso (19,5%) se limitato alla sola popolazione maschile. È solo grazie alle ragazze e al loro 31,7% di laureate che, impossibilitati a quanto pare a risalire la china, abbiamo almeno allontanato lo spettro dell’ultima piazza in Europa.

Un duplice fattore di debolezza strutturale che - unito alla disoccupazione giovanile risalita di recente al 35,5%, ai circa due milioni di Neet e al 13,8% di abbandoni scolastici - dovrebbe essere tenuto in debito conto dalla politica nel suo insieme. Soprattutto mentre si ragiona, da un lato, dello strumento più opportuno per incentivare le imprese ad assumere forza lavoro giovane (di cui raccontiamo qui accanto gli ultimi sviluppi) e, dall’altro, di come implementare il piano Industria 4.0 soprattutto sul versante della formazione (su cui si veda altro articolo a pagina 14). Senza dimenticare la proposta della ministra Valeria Fedeli di innalzare l’obbligo scolastico a 18 anni. Altrimenti difficilmente potrà venire giù la parete di cristallo che in Italia separa il mondo del lavoro da quello dell’istruzione. Con i risultati che le statistiche nazionali e internazionali continuano a certificare.

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