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La vera (e mediocre) dimensione dell’attuale calcio italiano

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La vera (e mediocre) dimensione dell’attuale calcio italiano

(Agf)
(Agf)

Le ultime due gare della Nazionale italiana hanno certificato, se mai ce ne fosse stato bisogno, il momento tutt’altro che splendido del nostro calcio. Partiti per Madrid con la speranza, o forse solo l’illusione, di riuscire a battere la Spagna e guadagnare la qualificazione diretta ai prossimi Mondiali di Russia, gli Azzurri sono stati letteralmente presi a pallate dagli avversari. Il 3-0 finale è stato bugiardo, purtroppo a nostro sfavore, perché Isco e compagni avrebbero potuto tranquillamente segnare il doppio.

La vittoria risicata di martedì sera (1-0 casalingo contro Israele) ha completato il quadro: è servito, è vero, per mantenere il secondo posto nel girone e puntare allo spareggio decisivo con un’altra seconda. Ma invece di sciogliere i dubbi su qualità e gioco dei nostri campioni, li ha se possibile ingranditi.

Al di là della retorica che ci vuole sempre favoriti quando iniziamo un Mondiale o un Europeo, grazie ai quattro titoli iridati che sventoliamo a riprova della nostra grandezza, da tempo sostengo (e scrivo) che il livello del calcio italiano è quello che è: oggi, mediocre. E forse, per uscire dall’equivoco, occorre prenderne serenamente atto.

In genere sosteniamo di essere forti perché abbiamo in bacheca quattro titoli mondiali: è un dato di fatto, incontestabile, ma è altrettanto incontestabile che due di questi successi, nel 1934 e 1938, risalgano alla preistoria del calcio. Validi come gli altri per la statistica e l’albo d’oro, e ci mancherebbe altro, ma legati a uno sport che ha ben poco da spartire con quello degli ultimi cinquant’anni. Gli altri due Mondiali hanno peso e dimensione ben diversi: fantastico quello del 1982, ottenuto battendo nelle sfide dirette Argentina, Brasile e Germania, con l’intermezzo della semifinale contro la Polonia. Sicuramente meno “brillante” quello del 2006, con una sola vera grande partita giocata: la semifinale contro i padroni di casa della Germania. La finale con la Francia, per chi ne ha memoria, più che ai rigori è stata vinta grazie alla zuccata che Zidane ha rifilato a Materazzi.

Tutto questo, detto per la cronaca e non per sminuire quanto fatto dagli Azzurri. Ma sempre per la cronaca, nel periodo post bellico, le nazionali con cui sediamo sul trono iridato di tutti i tempi hanno fatto molto meglio di noi: il Brasile ha vinto 5 mondiali e la Germania 4. Se a questi risultati abbiniamo quelli dei campionati Europei, vediamo come siamo ancora più indietro: un solo titolo, nel 1968. La Germania e la Spagna sono a quota 3, la Francia ci precede con 2 successi. E il 1968, anche se a chi come me ha i capelli bianchi sembra ieri, è dannatamente lontano: ormai vicino al traguardo del mezzo secolo.

La storia, purtroppo, non scende in campo. Ci vanno i giocatori. E giocatori davvero forti, da un bel po’ di anni, dalle nostre parti non si vedono. L’ultima generazione di fuoriclasse è stata quella dei Baggio, Maldini, Baresi e Totti. Già nella Nazionale del 2006, pur con la presenza di gente come Buffon e Del Piero, il livello complessivo aveva iniziato a declinare. Per rendersene conto basta prendere le formazioni delle Nazionali e decidere quanti campioni del 2006 avrebbero giocato dieci o vent’anni prima.

Allo stesso modo, a proposito del livello del nostro calcio, non ci devono ingannare le tre finali di Champions disputate negli ultimi dieci anni con l’Inter, vittoriosa nell’anno del Triplete, e la Juventus, sconfitta duramente in entrambe le occasioni (Barcellona e Real). La prima ha il carattere dell’estemporaneità, visto che i nerazzurri non hanno saputo dare continuità a quel risultato. Le due più recenti hanno i contorni della sentenza impietosa, con i bianconeri crollati in modo netto proprio sul traguardo (grande merito per esserci arrivati) incapaci di reggere il confronto diretto contro squadre decisamente più forti. Senza dimenticare che, per entrambi i club, molti dei protagonisti (la quasi totalità nell’Inter del 2010) non erano o non sono italiani. Quindi non utilizzabili in maglia azzurra.

La dimensione delle nostre delusioni è direttamente proporzionale a quella delle nostre illusioni: ogni volta che c’è una competizione, lo ripeto a scanso di equivoci, partiamo con l’ambizione e con la certezza di essere nel novero dei possibili vincitori. Forti del nostro passato. Invece, ed è accaduto anche nelle vittoriose spedizioni del 1982 e del 2006 quando nessuno si aspettava una vittoria italiana, siamo al massimo una sorpresa.

Continuiamo a osannare i nostri calciatori come se fossero fuoriclasse o giù di lì: la verità è che di quelli che circolano oggi sui campi da calcio ben pochi possono essere accostati ai grandi del passato, più o meno recente. Solo per fare un esempio, e senza voler colpevolizzare il giocatore, si può citare il caso di Lorenzo Insigne: dovrebbe prendere in mano la squadra e farla girare alla perfezione, mentre continuiamo a parlarne come di un talento destinato a sbocciare in modo definitivo. A 26 anni...

L’ultimo vero fuoriclasse è Buffon, ormai prossimo ai 40. E appena un gradino sotto, nella lista dei “grandi giocatori”, mi permetto di inserire Bonucci (trent’anni compiuti) e un certo Barzagli: ottimo difensore, purtroppo anche lui pericolosamente vicino alla stessa soglia di età di Buffon. Per il resto tanti buoni giocatori, qualcuno più, qualcuno meno, ma nessuno capace davvero di fare la differenza. Non abbiamo Messi, non abbiamo Ronaldo, non abbiamo Isco, tanto per rimanere a qualcuno che si è divertito a puntare l’ottimo Verratti (appunto, ottimo, ma non fuoriclasse) per saltarlo come un birillo nell’ultima partita Spagna-Italia.

Forse, se prendessimo atto che abbiamo “solo” buoni giocatori, potremmo procedere in modo più sereno e disteso verso i nostri veri obiettivi: che al momento non possono travalicare i limiti di uno spareggio per andare ai Mondiali, sperando di non prendere una Nazionale avversaria troppo forte e capace di lasciarci a casa (incombe il rischio Portogallo). Se i nostri giocatori migliori, che pensiamo essere fuoriclasse e dipingiamo come tali, lo fossero davvero, assisteremmo anche per loro a contese multimilionarie tra club stranieri che ne impugnano le clausole rescissorie. Come è accaduto per Neymar. Non succede, e ci dovrà pur essere un motivo...

Il livello del calcio italiano in questo momento è di seconda fascia: lasciamo stare Brasile, Germania e Spagna. Rischiamo di scottarci. Apparteniamo a quel gruppo per storia e tradizione, non per qualità attuale. Le vittorie a raffica nelle fasi di qualificazione non ci possono e non devono farci dimenticare le figuracce rimediate nelle fasi finali. Estromessi in modo impietoso da Nazionali, appunto, di seconda fascia. O puniti duramente da grandi squadre, come la Spagna nell’Europeo del 2012: un 4-0 che segna il record per il maggior scarto di gol in una finale della massima competizione Continentale.

In attesa che un buon numero di mamme italiane decida di partorire la prossima generazione di campioni veri (magari lo hanno già fatto, e non lo sappiamo ancora) teniamoci stretti quelli che abbiamo. Non pretendiamo da loro la Luna. Non recitiamo la solita litania del “con quello che guadagnano”. Non vediamoli capaci di sbaragliare il resto del mondo, visto che purtroppo spesso faticano a fare un passaggio più lungo di 5 metri.

Accontentiamoci di andare ai Mondiali, senza pensare di essere tra i favoriti o tra i più forti. Magari, e non deve per forza essere il titolo, qualche sorpresa positiva salta fuori.

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