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Non ci sono record virtuosi italiani sull’età «effettiva»…

L’ANALISI

Non ci sono record virtuosi italiani sull’età «effettiva» di pensionamento

L’Italia vanta il record internazionale dell’età di pensionamento? E il primato colpirebbe in particolare le lavoratrici, visto che l’anno venturo per le dipendenti del settore privato scatta l’allineamento del requisito di vecchiaia a 66 anni e 7 mesi, lo stesso dei colleghi maschi e delle colleghe del pubblico impiego che già hanno quel limite legale da qualche anno in virtù della riforma resa necessaria da una sentenza della Corte di giustizia Ue in materia di parità di genere?

Guardando alle statistiche Ocse sulle pensioni si scopre che la realtà è un po’diversa: non c’è nessun primato nazionale. Tra il 2009 e il 2014 le lavoratrici italiane sono andate in pensione a un’età media effettiva di 61 anni e un mese (61 e 4 mesi i maschi) mentre in Germania le loro colleghe si ritiravano a 62 anni e 7 mesi, nel Regno Unito a 62 e 4 mesi, in Spagna a 63 e 1 mese, in Svezia, l’altro paese che come noi ha adottato un modello pensionistico basato sul sistema di calcolo contributivo, a 64 e 2 mesi. Un divario di due o tre anni in media che vale anche per gli uomini.

Si dirà: ma quella è l’età effettiva non quella legale, che in Italia è più alta. All’obiezione è semplice rispondere ricordando che le età legali di pensionamento vengono prese in considerazione solo in seconda battuta nei confronti internazionali visto che i flussi di pensionamento reali raccontano storie diverse: ci si ritira prima per una serie di deroghe e flessibilità. Per esempio: nei 22 anni passati dalla riforma Dini, tra il 1997 e il 2016, sono andati in pensione, nel solo settore privato, 6,9 milioni di italiani e l’età media di pensionamento non ha mai superato i 63 anni. Non solo. La metà dei nuovi pensionati ha raggiunto la pensione di anzianità a un’età media di quasi 58 anni (meno di 61 anche nel 2016). Per questo contano le età di pensionamento effettive e non quelle legali. Perché bisogna tener conto degli anticipi, le flessibilità varie, gli esodati salvaguardati e, per le donne, anche di coloro che hanno optato per l’opzione che consentiva l’uscita anticipata con ricalcolo contributivo dell'assegno a 57 o 58 anni alle lavoratrici che avevano raggiunto i 35 anni di versamenti entro fine 2015. Questa misura sperimentale si chiude l’anno prossimo e pare si ragioni ora sulla possibilità di garantire alle lavoratrici in difficoltà uno sconto contributivo di 2 o 3 anni per accedere all’Ape social. Una scelta di policy che può avere anche una sua ragione, a patto però che non la si motivi con il fatto che siamo i campioni del mondo per i limiti di pensionamento.

Leggendo le statistiche si imparano tante cose. Sempre l’Ocse ci dice che l’età effettiva di pensionamento è andata calando un po’ ovunque dagli anni Settanta in poi, salvo risalire negli ultimi anni per le riforme adottate nei diversi paesi. In Italia, per esempio, gli uomini andavano in pensione a un’età effettiva di 65 anni in media all’inizio degli anni ’70, contro i 61 anni e 4 mesi del 2014. Si vede che all’epoca, con un mercato del lavoro in espansione e nonostante la durezza di molte mansioni (le tecnologie d’oggi non esistevano) si lavorava più a lungo senza grandi problemi.

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