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Conto alla rovescia per l’obbligo di vaccinazione con un occhio alle…

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Conto alla rovescia per l’obbligo di vaccinazione con un occhio alle elezioni

Il ritorno dell’obbligo per 10 vaccini. Il caos – dove più, dove meno – nelle Regioni, nelle aziende sanitarie, tra gli archivi di casa delle famiglie italiane, alla ricerca spasmodica del libretto o del foglio rilasciato da medici e infermieri dopo ogni iniezione. La fila per avere chiarimenti, i Cup intasati e la soddisfazione di dire: «Sono in regola». La nuova legge firmata dalla ministra Beatrice Lorenzin, mal digerita (prima) e benedetta (ora) dalla sua collega dell’Istruzione Valeria Fedeli, è certamente tutto questo. Sa tanto di italianità, tra corse contro il tempo, improvvise emergenze, fuochi di paglia e “tuttologi” dell’ultim’ora.

Ma anche oggi - quando manca una manciata di giorni all’”ora X” dell’11 settembre, quando nei nidi e nelle scuole dell’infanzia comincerà la cernita dei bambini ammissibili e di quelli da lasciar fuori fintantoché i genitori non li avranno messi in carreggiata - a caratterizzare la legge 119, votata il 31 luglio (con fiducia) dalla Camera, a caratterizzare il provvedimento è soprattutto la cifra politica. Dall’esordio come decreto legge (il n. 73), varato il 19 maggio scorso dal Consiglio dei ministri dopo un colpo di mano della titolare della Salute - assolutamente sgradito all’ex premier Matteo Renzi, per cui i vaccini erano il terreno del contendere sanitario tra il Pd e gli avversari Cinquestelle - fino all’ultimo, doppio, duello in salsa federalista che ha visto contrapporsi al Governo centrale prima il presidente lombardo Roberto Maroni e poi il veneto Luca Zaia.

Entrambi leghisti, entrambi alla guida di Regioni che la Sanità, come si dice, “la sanno fare”. Entrambi un po' nel giusto: perché la legge 119/2017 ne contiene, di ambiguità e di contraddizioni, in cui è gioco facile infilarsi. A loro, che di Sanità ma anche, dicono i maligni, di populismo sanno, è stato semplice elaborare documenti tecnici, che strizzassero anche l’occhio alla campagna elettorale. La Lombardia aveva provato a garantire l’ammissione ai nidi attraverso un percorso rapido, ai genitori dei bambini tra zero e sei anni che, per quanto non in regola, si mettessero in carreggiata entro 40 giorni. Il Veneto, studiando tra le pieghe della legge, che in ogni caso ha deciso di impugnare davanti alla Corte costituzionale, aveva deciso con un decreto tecnico da “liberi tutti”: una moratoria avrebbe consentito di far slittare esclusioni e penalità all'anno scolastico 2019/2020.

Peccato, però, che la materia sanitaria sia qualcosa da maneggiare assolutamente con cura. Il referendum costituzionale del 4 dicembre Matteo Renzi l’ha perso, è vero, e il federalismo sanitario che ha impazzato dal 2001 a oggi, con esiti talvolta nefasti, di fatto è stato confermato. Ma quando si tratta di una legge nazionale mirata a tutelare la salute pubblica, non c’è storia. Il puzzle politico si ridisegna: nel caso del Veneto c’è stata la spaccatura del centrodestra, con Renato Brunetta (FI), improvviso paladino dei nostri bambini, e il leader leghista Matteo Salvini, che ha difeso Zaia contro ogni «obbligo sovietico».

L’opposizione spaccata, i medici quasi tutti schierati a favore del ripristino dell’obbligo, i “cugini d’Oltralpe” francesi che annunciano di voler anche loro vaccinare a tappeto (11 le profilassi che diventeranno obbligatorie da gennaio): il Governo ha buon gioco a tenere il punto. Oggi anche il Veneto, dopo la Lombardia, fa retromarcia dopo aver annunciato barricate. E chissà se a convincere il governatore Zaia è stata soltanto la lettera inviata dalle ministre Fedeli e Lorenzin. Le legge di Bilancio è vicina, le elezioni poco più in là…

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