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Competere con gli Usa su start up e investimenti, serve un Nasdaq europeo

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Competere con gli Usa su start up e investimenti, serve un Nasdaq europeo

  • – di Jean Pierre Mustier

Mi è capitato spesso, nell’ultimo anno, di ritrovarmi fra i più ottimisti sulle prospettive economiche dell’Europa e dell’Italia. Ora, mentre i segnali positivi sembrano rafforzarsi, penso sia opportuno guardare ai punti di forza su cui possiamo fare leva e a quegli elementi che rappresentano ostacoli importanti sulla via della crescita e che possono essere affrontati. La crescita in Europa è stata molto meglio nella realtà che non nella sua percezione.

Negli anni compresi fra il 1999 e il 2011 la crescita media del Pil pro capite è stata più alta dello 0,1% nell’Eurozona rispetto agli Stati Uniti. Fra il 1999 e il 2016, quindi comprendendo anni molto difficili, la crescita media del debito sovrano pro capite è stata inferiore dello 0,2% nell’Eurozona ripetto agli Usa. E se prendiamo le previsioni del Fmi la crescita potenziale annua pro capite nei prossimi cinque anni sarà nell’Eurozona in media dell’1,2%, ancora una volta più alta (dello 0,1%) rispetto agli Stati Uniti. Inoltre, la crescita è stata molto più equilibrata in Europa. In paesi come l’Italia, la Francia e la Germania il 90% della popolazione ha partecipato più ampiamente alla crescita, mentre negli Usa sin dagli anni ’70 la crescita dei redditi è stata sostanzialmente appannaggio del 10% più ricco. Ora, la ripresa nell’Eurozona si sta rafforzando e ampliando e questo è molto importante. Restano tuttavia alcuni nodi irrisolti che incidono in maniera significativa sui fattori competitivi e su cui è importante intervenire.

A livello macro, per i grandi investimenti l’Europa sta perdendo terreno: sono infatti al di sotto dei livelli pre-crisi, contrariamente a quanto avviene negli Stati Uniti e in Giappone. Anche gli investimenti di dimensioni contenute, quelli delle start up e delle Pmi, fanno i conti con difficoltà evidenti a crescere e a mobilitare capitali: poichè rappresentano l’80% dell’occupazione del settore privato, questo è chiaramente un grande problema. Prendiamo i cosiddetti “Unicorni”, cioè le start up di grande successo che hanno raggiunto il valore di un miliardo di dollari: a inizio di quest’anno erano 16 in Europa, 91 negli Stati Uniti, 44 in Asia.

Due sono i fattori che ostacolano la crescita delle imprese europee. Il primo è dato dalle differenze di carattere normativo e regolamentare, in particolare in ambito fiscale, fra i diversi paesi dell’Eurozona: questo rende molto difficoltoso per le imprese più piccole e le start up rivolgersi a un mercato realmente europeo fatto di 510 milioni di persone, mentre le analoghe realtà negli Stati Uniti trovano molto più agevole operare su un mercato formalmente “più piccolo” (360 milioni di cittadini) ma davvero completamente integrato. Il secondo ostacolo è l’accesso al mercato dei capitali, che in Europa è più difficile: sia sul fronte del venture capital per le start up, sia con riferimento alla borsa per le imprese che vogliono crescere. Poche cifre rendono evidenti queste difficoltà: nel secondo trimestre di quest’anno nel Vecchio Continente le start up sono riuscite a raccogliere capitali per 4,4 miliardi di dollari contro 18,6 miliardi negli Stati Uniti e 19,3 in Asia.

L’Europa può contare su un gran numero di piccole e medie imprese di successo, ma pochissime sono quotate. La market capitalisation, cioè la capitalizzazione totale delle aziende quotate, rappresenta nell’Eurozona il 65% del Pil: molto meno rispetto al Giappone, dove il rapporto è pari al 100%, e soprattutto rispetto agli Usa, dove siamo al 147%. Le ragioni di questo squilibrio sono sostanzialmente tre. Investimenti di risparmio a lungo termine molto più bassi in Europa rispetto agli Stati Uniti (4 trilioni contro 15); fondi di previdenza privata molto più piccoli, con investimenti in azioni molto più bassi rispetto agli stessi operatori negli Usa (37% contro il 53%); una minore propensione delle compagnie assicurative europee agli investimenti in azioni, che non superano il 5-10% degli asset e che sembrano essere addirittura in diminuzione. Se quindi vogliamo sviluppare un ambiente più favorevole alla crescita delle Pmi e delle start up i punti chiave da affrontare sono chiaramente identificati. Alcune risposte sono già in essere. Ad esempio l’action plan per un unico mercato dei capitali (CMU) varato dalla Commissione Europea vuole sviluppare un solo autentico mercato per gli investimenti a partire dal 2019: da un lato dà alle società un più ampio ventaglio di fonti di finanziamento e di prodotti finanziari, dall’altro gli investitori hanno maggiori opportunità di investimento. Ora, la disponibilità di credito da parte delle banche è fortemente cresciuta e non rappresenta certo un problema. Il tema è soprattutto quello di aprire, per il risparmio, le strade del capitale di rischio: società giovani e innovative hanno bisogno di capitale, il credito bancario non può sostituirsi alla capitalizzazione.

In conclusione, ciò che appare veramente cruciale è sviluppare anche in ambito finanziario un ambiente migliore per le Pmi e le start up che in Europa rappresentano non solo la grande parte dei posti di lavoro esistenti – come abbiamo visto - ma anche dei potenziali aumenti dei posti di lavoro. Occorre quindi concentrare gli sforzi per sviluppare il risparmio di lungo termine, in particolare attraverso l’azione dei fondi pensionistici privati e delle compagnie di assicurazione, e favorire i loro investimenti in azioni non solo nella fase iniziale di vita delle imprese ma anche per le esigenze di capitale legate alla crescita. Per ridurre e auspicabilmente chiudere il differenziale con altri sistemi, le misure legate a risorse pubbliche per finanziare la crescita del capitale delle imprese, sono naturalmente benvenute, ma dobbiamo sapere che hanno limiti sia temporali che di ammontare delle risorse a disposizione: gli investimenti supportati dal Fondo Europeo per gli Investimenti nel 2014 hanno rappresentato il 41% del totale europeo dei Venture Investments attraverso realtà come la Cdp in Italia o Bpi in Francia. Occorre dar vita a più incubatori e alleggerire il peso della tecnocrazia, non solo della burocrazia, sulle start up e sulle piccole e medie imprese. Ma penso che uno strumento risolutivo potrebbe essere quello di concentrarsi su una borsa europea per creare un equivalente europeo del Nasdaq e del Nasdaq Private Market: questo eviterebbe che aziende europee sane con necessità di capitali per crescere vadano a quotarsi negli Stati Uniti.

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