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Marcegaglia: «Crescita a rischio se l’euro sale…

MERCATI GLOBALI

Marcegaglia: «Crescita a rischio se l’euro sale ancora»

L’autunno europeo è in chiaroscuro. L’economia è in ripresa, la fiducia è ai massimi degli ultimi 10 anni, e rispetto ad altre aree del mondo l’Unione europea garantisce una certa stabilità. Nel contempo, in questa fase di rientro dalla pausa estiva le questioni aperte non mancano. Emma Marcegaglia, presidente dell’associazione che raggruppa le aziende industriali europee Business Europe, ha risposto qui a Bruxelles alle domande del Sole 24 Ore sui grandi temi del momento: l’attesa riforma della zona euro, il futuro della politica commerciale europea, la nascita di un mercato unico digitale, la sfida migratoria.

IL TREND DEGLI INVESTIMENTI
Variazione percentuale annua del totale investimenti (Fonte: Commissione Ue)

In autunno, le discussioni tra i paesi della moneta unica sul futuro della zona euro entreranno nel vivo. Quali sono le speranze di Business Europe?

Il punto di partenza è che l’economia europea va meglio di prima. Siamo usciti dalla fase emergenziale. Restano tuttavia divergenze importanti tra i paesi in termini di tassi di crescita, di disoccupazione, di risultati commerciali. Un eccesso di divergenza in una area con una moneta unica rischia di minare la legittimità dell’Europa. Prima di tutto bisogna dare alla zona euro una capacità di bilancio da utilizzare soprattutto quando un paese è colpito da uno shock economico. Detto ciò, non credo che questo aiuto possa essere incondizionato. Un paese deve dimostrare di modernizzare la sua economia e completare il processo di convergenza.

DIGITALIZZAZIONE, IL CONFRONTO IN EUROPA
Indice Desi 2017 nei Principali Paesi Ue. (Commissione Ue)

La Germania insiste per trasformare il Meccanismo europeo di stabilità in un Fondo monetario europeo a cui affidare la sorveglianza dei bilanci, oggi in mano alla Commissione.

Non mi sembra che la logica intergovernativa sia la soluzione giusta. Preferisco il metodo comunitario nel perseguire una maggiore integrazione. Più corretto sarebbe creare una figura di ministro delle Finanze della zona euro che risponda delle sue scelte dinanzi al Parlamento europeo.

I ministri delle Finanze dell’Unione discuteranno proprio di quest’ultimo tema la settimana prossima a Tallinn.

C’è una finestra di opportunità, dopo le elezioni tedesche del 24 settembre e prima della scadenza della Commissione Juncker nel 2019, per riformare l’unione monetaria. Bisogna approfittarne. Il nostro obiettivo deve essere di migliorare la competitività delle economie europee e ridurre i livelli di divergenza, condizionando l’esborso del denaro comunitario all’adozione di riforme economiche. In questi anni, ci siamo concentrati su deficit e debito, senza spingere a sufficienza i governi a riformare le loro economie. Le riforme devono essere sostenute anche da investimenti. E le stesse regole europee devono sostenere i paesi che impostano investimenti produttivi. Ancora oggi, il livello in Europa degli investimenti pubblici e privati è del 7% inferiore al livello del 2007.

A proposito di investimenti: la presidenza estone dell’Unione sta mettendo l’accento sulla nascita di un mercato unico digitale. Nella classifica europea 2017 relativa all’indice di digitalizzazione dell’economia e della società, l’Italia fa meglio solo della Grecia, della Bulgaria e della Romania. Teme per il futuro del paese in questo frangente?

Stiamo affrontando una rivoluzione che sta riguardando tutti i settori, dalla logistica alla siderurgia ai servizi. Sta cambiando più rapidamente di quanto pensiamo il modo stesso in cui comunichiamo, gestiamo, e produciamo. Abbiamo bisogno di reti, di investimenti, di formazione. Se il ritardo italiano non viene colmato rapidamente, soffriremo di conseguenze negative sul versante della crescita e dell'occupazione.

L’Unione europea può aiutare?

Come dicevo prima, il nostro obiettivo deve essere quello di migliorare la competitività delle economie nazionali. In questo senso, visto che il Patto di Stabilità non viene rispettato, tanto vale ripensarlo. Cambia il mondo, forse conviene anche cambiare le regole. Ma non per facilitare la spesa corrente; piuttosto per incentivare la spesa per gli investimenti.

Parliamo ora di economia, e in primis dell’andamento della moneta unica sui mercati valutari. È preoccupata dal rafforzamento dell’euro, che in questi giorni oscilla poco sopra 1,20 contro il dollaro?

L’Europa è molto votata all’esportazione e se l’euro è molto forte ci sono contraccolpi. Se la valuta dovesse restare attorno ai livelli attuali contro il dollaro, le cose possono andare. Molte imprese saranno incentivate a investire di più in ricerca e sviluppo. Se invece l’euro si rafforzasse ulteriormente gli effetti sulla crescita economica sarebbero sostanziali.

A proposito di commercio, Parlamento e Consiglio stanno discutendo la proposta della Commissione di modificare la metodologia di calcolo dei dazi all’importazione. In buona sostanza, si tratta di introdurre dazi quando vi sono significative distorsioni di mercato. Quale è la posizione di Business Europe?

Il nuovo meccanismo non deve penalizzare le aziende europee che richiedono protezione contro la concorrenza sleale di paesi terzi. In altre parole, l’onere di provare la distorsione di mercato non deve spettare alle società europee. Ma al tempo stesso le regole europee devono essere in linea con le norme dell’Organizzazione mondiale del Commercio (Wto). Altrimenti, queste verrebbero bocciate dalla Wto e non avremmo fatto l’interesse delle imprese. Bisogna trovare una soluzione equilibrata.

La Commissione potrebbe presentare a breve un testo legislativo che regolamenti gli investimenti provenienti da paesi terzi, in particolare la Cina. Un tema controverso in molti paesi europei.

La Cina è un protagonista aggressivo della scena internazionale. Non esita ad acquistare aziende europee pur di accaparrarsi know-how nell’alta tecnologia. Il dibattito su questo fronte è quindi comprensibile. Vi sono oggi 13 paesi che hanno leggi di protezione delle proprie aziende. È legittimo che la Commissione cerchi di armonizzare le regole in questo campo. Al tempo stesso, non possiamo bloccare gli investimenti dall’estero. Da un lato, perché ne abbiamo bisogno per crescere; e poi perché non possiamo limitare la libertà di un imprenditore di fare ciò che vuole della sua azienda.

Mentre in altre aree del mondo cresce il protezionismo, l’Europa vuole difendere il libero commercio. Come considerate le opportunità africane?

L’Europa deve rimanere una voce forte a favore di un commercio che sia libero ed equo, free and fair, e in questo contesto credo molto alla necessità di intensificare i rapporti con il continente africano. Prima di tutto, lo sviluppo dell’Africa è lo strumento per frenare le migrazioni verso Nord. In secondo luogo, il continente è ricco di energia e materie prime. Infine, la forte crescita demografica africana è una opportunità economica. Abbiamo rapporti consolidati con il Maghreb. Ora dobbiamo puntare sull’Africa subsahariana.

Ciò permetterebbe anche di meglio gestire i flussi migratori.

Esattamente. Il governo italiano sta facendo un lavoro eccelso nel gestire i flussi migratori che attraversano il Mediterraneo, ma come detto più volte non può essere lasciato solo. Su proposta italiana, l’Europa si sta adoperando per migliorare la sicurezza dei confini, per siglare accordi con i paesi africani, per sostenere un difficile processo di ricollocamento dei rifugiati che ha appena ricevuto il sostegno di una opinione della Corte europea di Giustizia. Ciò detto, ci vuole una visione di più lungo termine.

Una ultima domanda. In Italia, sembra crescere un sentimento anti-immigrazione. Eppure, l’immigrazione non sostiene forse l’economia e la demografia?

Gli immigrati integrati danno un contributo importante alla crescita economica e al sistema previdenziale. In alcune aree del Nord Italia, se non ci fossero, le aziende non andrebbero avanti. La stessa Marcegaglia Spa conta un 5% di stranieri tra i suoi dipendenti.

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