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L’euro forte? Non tutto il male vien per nuocere

L'Analisi|Report cer

L’euro forte? Non tutto il male vien per nuocere

L'euro forte? Non tutto il male vien per nuocere, visto che un cambio robusto (con i tassi di cambio costanti al livello degli ultimi dieci giorni lavorativi di agosto nel 2017-2018 l'apprezzamento medio dell'euro sul dollaro sarebbe intorno al 7 per cento) può permettere alla Bce di conservare tassi di interesse molto bassi più a lungo. E di continuare a sostenere, in questo modo, una domanda interna europea che dovrà comunque compensare il probabile effetto negativo del maxi euro sull'export. È questa la tesi sostenuta dagli economisti del Cer, Il Centro Europa Ricerche di Roma.

Nell'ultimo rapporto congiunturale, che sarà presentato oggi al Senato, si prende atto del netto miglioramento intervenuto nel quadro dell'economia internazionale e si stima che per l'economia italiana la crescita sarà all'1,4 per cento quest'anno (appena un filo al di sotto di quell'1,5 per cento che il governo vorrebbe inserire nella NaDef).

Positiva è la valutazione dello sviluppo italiano anche per il 2018-2019: il Cer ritiene infatti che, se non verranno attivate le clausole di salvaguardia sull'Iva, il Pil continuerà ad aumentare dell'1,2 per cento tanto nel 2018 quanto nel 2019 (l'attivazione delle clausole sottrarrebbe invece 3 decimi di punto alla crescita attesa). In buona sostanza si tratta di un passo di crescita possibile, per il nostro Paese, di circa mezzo punto più elevato rispetto al trend inferiore all' uno per cento che invece ha prevalso fino alla fine del 2016. .

Se ne deduce quindi che tanto più importante sarebbe, in questo nuovo scenario valutario, attivare con decisione una politica di bilancio che riduca il carico del cuneo fiscale sul costo del lavoro. Il Cer stima infatti che una riduzione di 10 miliardi del cuneo contributivo garantirebbe una maggior crescita di 3 decimi di punto del Pil, con effetti più consistenti su esportazioni e investimenti (rispettivamente 7 e 9 decimi di punto). Non basta. I miglioramenti che ne risulterebbero in termini di occupazione consentirebbero nell'arco di un triennio di registrare un aumento di circa 6,5 miliardi nei consumi delle famiglie.

Quanto alla finanza pubblica, la previsione Cer indica per il 2017 una discesa dell'indebitamento netto al 2,2 per cento del Pil, con una riduzione di due decimi di punto sul 2016 e un valore superiore di un decimo rispetto alle quantificazioni governative; nel triennio successivo l'indebitamento netto scenderebbe all'1,4 per cento del Pil nel 2018 e allo 0,8 nel 2019.

Per il debito pubblico, che quest'anno dovrebbe attestarsi al 133,1 per cento del Pil, si prevede nel prossimi anni una discesa, assicurata anche dall'aumento del prodotto, fino a quota 125,9% nel 2020. Per quel che riguarda, infine, l'entità dell'intervento, gli economisti romani sottolineano che se l'Europa concederà la flessibilità aggiuntiva sugli obiettivi richiesta dal governo, una manovra correttiva netta compresa fra gli otto e i nove miliardi consentirebbe di rispettare i target e di disinnescare gli aumenti dell'Iva.

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