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Dossier Il surplus tedesco, il bene dell’Europa e quello di Berlino

Dossier | N. 34 articoliMappamondo

Il surplus tedesco, il bene dell’Europa e quello di Berlino

L’enorme e persistente surplus delle partite correnti della bilancia dei pagamenti della Germania non è stato menzionato nel recente dibattito elettorale tra la cancelliera Angela Merkel e Martin Schulz del Partito socialdemocratico. Tale assenza non ha probabilmente turbato i tedeschi, ma per molti fuori dalla Germania è profondamente preoccupante poiché il surplus esterno del Paese è stato al centro della discussione politica negli ultimi anni.

Non è una sorpresa che la campagna di accuse contro l’enorme surplus commerciale della Germania sia guidata dall’arci-protezionista Donald Trump, che accusa la Germania di perseguire politiche mercantilistiche che danneggerebbero gravemente l’economia degli Stati Uniti. E molti leader europei, inclusi alcuni all’interno di una Commissione Europea spesso dipinta come istituzione dominata dalla Germania, hanno accusato la stessa Germania per gran parte delle difficoltà economiche sofferte dalla zona euro nell’ultimo decennio.

I critici della Germania sostengono che il surplus commerciale riflette una perversa ossessione per la prudenza fiscale, che non solo ha limitato la domanda interna in Germania, ma ha anche imposto un decennio di austerità sul resto d’Europa. Tali critiche non sono andate tuttavia senza risposta: molti economisti tedeschi hanno ribattuto difendendo le politiche del loro Paese, sebbene spesso in modi considerati scarsamente fondati dai loro colleghi economisti fuori dalla Germania. Questi scambi di opinione sono diventati molto emotivi, richiamando talvolta alcuni degli episodi più bui della storia europea, che hanno visto dopo la prima guerra mondiale la Germania sul lato dei debitori, con l’onere di ripagare l’enorme debito derivante dalle riparazioni di guerra. Fortunatamente negli ultimi anni i commentatori di Project Syndicate sono riusciti ad andare oltre la retorica per offrire analisi informate sul surplus tedesco, sulle sue cause e sui suoi effetti. Viste nel loro insieme, tali analisi aiutano a fare chiarezza su una delle dispute politiche più impegnative con cui oggi si confronta l’Europa.

Deutschland über alles?
Il motivo per cui il surplus della Germania si è dimostrato un fattore di grande divisione è che non è riconducibile a spiegazioni semplici. Charles Wyplosz, del Graduate Institute di Ginevra, sottolinea che «gli economisti sembrano essersi specializzati nel dissenso sulle cause e sulle implicazioni politiche degli elevati squilibri esterni». Gli squilibri delle partite correnti possono riflettere una serie di fattori diversi, che possono differire da Paese a Paese. Causa di ulteriore complicazione è che i conti correnti di molti Paesi sono cambiati significativamente nell’ultimo decennio. In Europa, ad esempio, molti Paesi che avevano grandi disavanzi prima della crisi finanziaria del 2008 - tra cui Grecia, Irlanda, Italia, Portogallo e Spagna - hanno da allora sperimentato uno spettacolare ribaltamento della loro posizione, passando da deficit a surplus.

Anche i Paesi baltici sono passati da un disavanzo di oltre il 15% del Pil nel 2007 a elevati surplus nel 2016. E gli Stati Uniti hanno dimezzato il proprio deficit dopo il 2007, mentre la Cina ha ridotto il proprio surplus di quasi 10 punti percentuali del Pil. Ma mentre «il surplus di conto corrente della Cina si riduce», osserva Carmen Reinhart, dell’università di Harvard, «la Germania sta salendo a livelli record», superando l’8% del PIL nel 2016, in dollari il più elevato surplus al mondo. Trump ha attribuito il crescente surplus della Germania alla “manipolazione delle valute” - una bizzarra affermazione poiché la Germania, come parte della zona euro, non ha la propria moneta da manipolare. Come rileva Hans-Werner Sinn dell’Università di Monaco, una delle cause reali della «sottovalutazione dell’euro si trova nel paese guidato dal Presidente Trump».

Negli ultimi decenni, dice Sinn, l’industria finanziaria statunitense ha offerto agli «investitori internazionali un pot-pourri di prodotti affascinanti» che hanno spinto verso l’alto il valore del dollaro rispetto all’euro, rendendo più difficile per i produttori statunitensi competere. O, come osserva Wyplosz, «c’è bisogno di due persone per ballare il tango. A fronte di ogni debitore rischioso c’è un creditore imprudente pronto a tuffarsi e sguazzare nell’affare». Ancora più rilevante è l’affermazione di Sinn, il quale ha affermato lo scorso luglio che il surplus tedesco non può essere ridotto senza prima comprendere «perché i flussi di capitale in eccesso vanno dalla Germania verso il resto del mondo». Il surplus tedesco, sottolinea Sinn, è in molti modi solo un riflesso dei «disavanzi in altri Paesi, soprattutto quello degli degli Stati Uniti, che rappresenta circa un terzo del valore dei disavanzi di partite correnti di tutto il mondo».

Storicamente, questo è stato un problema anche all’interno della zona euro. «L’introduzione dell’euro - scrive Sinn - ha drammaticamente migliorato il merito creditizio dei paesi dell’Europa meridionale». Ma ha anche creato un falso “senso di sicurezza,” che ha permesso a ingenti flussi di capitale, provenienti in gran parte dalla Germania, di affluire verso l’Europa meridionale. Tali flussi di capitale hanno sostenuto un boom economico in tali Paesi prima del 2008; e ora che i flussi si sono interrotti sono necessariamente scomparsi i disavanzi delle partite correnti di tali paesi.

Vizi e virtù fiscali
Se è vero che il tango si balla in due, solo un partner però conduce le danze. Come afferma Philippe Legrain dell’European Institute of Economics di Londra, «l’enorme surplus di conto corrente della Germania, l’eccesso di risparmio generato dalla compressione dei salari per sovvenzionare le esportazioni, è stato sia una causa della crisi dell’eurozona che un ostacolo alla sua risoluzione».

Legrain afferma che, dopo aver alimentato una bolla nella periferia dell’eurozona, la Germania, a causa della sua «domanda interna depressa», sta ora «esportando la deflazione, aggravando i problemi del debito della zona euro». Tuttavia, ciò non prova che il surplus della Germania sia il risultato di politiche deliberate. Come ricorda Christoph M. Schmidt, presidente del Consiglio tedesco degli esperti economici, «il commercio internazionale non è un gioco a somma zero». Proprio come «un surplus non è necessariamente una causa di celebrazione», così un disavanzo non è «una chiara indicazione di ciò che Trump ritiene un cattivo affare». Schmidt esorta ad evitare le interpretazioni ideologiche delle partite correnti di un Paese, che egli descrive come semplicemente un riflesso «dei risultati di una miriade di decisioni private, da cui le parti coinvolte si aspettano di trarre vantaggio».

Inoltre, Reinhart e Daniel Gros del CEPS di Bruxelles dimostrano che la Germania non è l’unico Paese a gestire costantemente grandi surplus negli ultimi anni. Infatti, secondo Gros, «tutti i Paesi dell’Europa settentrionale con una lingua germanica hanno un surplus di partite correnti», tra cui i Paesi Bassi, Svizzera, Svezia e Norvegia, ognuno dei quali ha dei surplus che rispetto al Pil sono più elevati di quello della Germania. Gros fa notare che i critici che non accusano anche questi Paesi di “politiche mercantiliste” e di compressione dei salari allo scopo di sostenere la competitività delle merci tedesche stanno applicando un doppio standard di giudizio. D’altro canto, è innegabile che il surplus della Germania sia stato persistente, risalendo al 2002. E i deficit che si sono verificati negli anni novanta hanno in gran parte rispecchiato l’enorme espansione fiscale che ha accompagnato la riunificazione della Germania orientale e occidentale - un evento eccezionale.

Come osserva Wyplosz, «tutti gli squilibri delle partite correnti non nascono uguali». Oltre al ciclo economico, spiega Kenneth Rogoff, dell’università di Harvard, “la differenza tra ciò che un paese esporta e ciò che importa dipende anche dalla demografia, dalle opportunità d investimento e dal grado di diversificazione economica.” Il fatto, quindi, di osservare surplus anche in altre economie avanzate non necessariamente invalida l’affermazione secondo cui il surplus Germania possa riflettere politiche mercantilistiche. Fattori molto diversi potrebbero, infatti, contribuire al saldo delle partite correnti dei paesi dell’Europa settentrionale, per non parlare di quelli in Asia e altrove.

Prudenza e pregiudizio
Nel caso della Germania, come in qualsiasi Paese in surplus, i risparmi potrebbero essere troppo alti, ma anche gli investimenti potrebbero essere troppo bassi. E mentre entrambi i fattori riflettono il comportamento delle singole famiglie, delle imprese o del governo, elevati surplus, più spesso che non, sono il risultato di tassi di risparmio elevati delle famiglie in società caratterizzate dall’invecchiamento della popolazione. Questo fenomeno è indubbiamente rilevante per la Germania.

«Entro il 2035 – commenta Michael Heise, capo economista di Allianz – la Germania avrà più di 21 milioni di abitanti oltre i 67 anni; metà di loro avranno superato gli 80 anni entro il 2050». In questo contesto, «la Germania ha un alto tasso di risparmio per una buona ragione», afferma Barry Eichengreen dell’Università della California Berkeley. «La sua sensata popolazione risparmia per il pensionamento». Anche se «stanno ora accumulando risorse», Eichengreen sostiene, inevitabilmente «de-cumuleranno in futuro, quando i tassi di dipendenza degli anziani saranno più alti». Ciò implica che, nel frattempo, alcune misure per aumentare la domanda interna potrebbero non essere efficaci. Ad esempio, mentre il governo potrebbe tagliare le tasse, come ha proposto la Merkel, Eichengreen avverte che «non vi è alcuna garanzia che le famiglie tedesche, essendo esse stesse delle voraci risparmiatrici, spenderanno il reddito supplementare».

Va tuttavia notato che l’elevato tasso di risparmio delle famiglie tedesche è rimasto stabile ormai da molti anni, mentre l’avanzo commerciale tedesco ha continuato ad aumentare. Ciò ha portato alcuni critici ad accusare il governo tedesco per le sue politiche fiscali restrittive. Rogoff avverte però che si tratta di un’altra area di dibattito che «troppo spesso è stata informata più dall’ideologia che dai fatti». In realtà, afferma Rogoff, «elevati disavanzi fiscali tedeschi avrebbero difficilmente giocato un ruolo decisivo in Europa» negli ultimi anni. Citando studi recenti del Fondo Monetario Internazionale, Rogoff sostiene che «una politica fiscale espansiva in Germania avrebbe probabilmente effetti modesti di stimolo per la domanda europea, in particolare per i Paesi in difficoltà della zona euro, come la Grecia e il Portogallo».

Heise nel 2014 sottolineava, tuttavia, come ci sia «molto che il governo [tedesco] potrebbe fare dal lato degli investimenti, che sono diminuiti di quasi quattro punti percentuali del Pil dal 2000, attestandosi a poco più del 17% nel 2013». A tutt’oggi questo dato rimane vero. I rischi che gli investimenti pubblici spiazzino quelli privati è peraltro basso, dato che i tassi di interesse sono a livelli storicamente bassi. E, come suggerisce Eichengreen, ora è un momento opportuno per la Germania per aumentare la spesa pubblica per far fronte agli «enormi bisogni ancora non soddisfatti nell’assistenza sanitaria, nell’istruzione, nelle infrastrutture dei trasporti e della comunicazione».

Il modello tedesco
Naturalmente, anche se le politiche fiscali possono contribuire a riequilibrare nel breve termine le partite correnti della Germania nei confronti dell’Europa o del resto del mondo, resta la questione del perché la Germania abbia accumulato tali surplus e per un periodo così lungo. Molti commentatori hanno indicato come cause le caratteristiche strutturali più profonde del cosiddetto «modello tedesco», fondato sulla competitività dell’industria, modello che si basa sulla prudenza fiscale e sulle riforme del mercato del lavoro iniziate nei primi anni 2000.

Marcel Fratzscher del DIW di Berlino mette in guardia contro l’enfasi eccessiva sulla potenza industriale della Germania. Non si deve supporre, infatti, che «il saldo delle partite correnti di un Paese rifletta la competitività delle sue esportazioni» piuttosto che uno o più degli altri fattori sopra menzionati. Fratzscher non ritiene che la competitività delle esportazioni della Germania costituisca una causa fondamentale del suo surplus e, invece, come spiegazione fa riferimento a «politiche protezionistiche» che hanno impedito la produttività e la crescita salariale nel settore dei servizi non commerciabili del Paese. Oltre ai progetti d’investimento trascurati, specialmente nelle «amministrazioni locali che sono responsabili della metà di tutti gli investimenti pubblici», Fratzscher lamenta che la spesa per «rimodernare il capitale fisico obsoleto è stata indebolita dal desiderio di molte imprese tedesche di investire all’estero».

Allo stesso modo, Heise vede una chiara necessità per il governo di intervenire per migliorare le condizioni per gli investimenti aziendali in Germania. Ciò potrebbe essere compiuto con una «fiscalità più semplice e più amichevole verso gli investimenti, con incentivi migliori per avviare attività commerciali e R&S, con meno burocrazia, e con il blocco di ulteriori aumenti dei costi energetici».
E, come osserva Rogoff, «ci sono ancora elevati ostacoli alla concorrenza nei servizi e nei settori del commercio al dettaglio nei Paesi dell’Europa settentrionale». Rimuovendo questi ostacoli, «il consumo di tutte le merci, comprese le importazioni», aumenterebbe.

Queste critiche sono in linea con quelle offerte dall’ex Governatore della Banca centrale indiana Ragurham Rajan nel suo libro Fault Lines del 2010, in cui ha descritto l’economia tedesca come «stranamente deforme, come qualcuno che esercita solo gli arti di un lato del corpo». Secondo Rajan, il «settore manifatturiero super-efficiente» della Germania ha operato «accanto a un settore di servizi moribondo», creando un “focus” continuo sulla domanda estera «anche quando la domanda interna è ’addormentata’».

Cambiare l’equazione
Quali incentivi ha la Germania per cambiare il suo regime e ridurre il surplus commerciale? Dal punto di vista economico-politico, ci sono almeno tre ragioni per cui dovrebbe farlo. In primo luogo, la riduzione del surplus tedesco potrebbe aiutare il resto della zona euro e l’economia globale in generale. Come spiega Eichengreen, l’Europa meridionale «ha bisogno di esportare di più, ma può farlo solo se qualcun altro, come la più grande economia settentrionale europea, importa di più». Gros, però, è in disaccordo: «I Paesi periferici dell’area euro rappresentano solo il 10% delle importazioni tedesche», ha scritto nel dicembre del 2013, «rispetto a quasi il 40% per gli altri Paesi in surplus, quali i Paesi Bassi, la Svizzera, la Svezia e la Norvegia».

A causa di questa disparità, «la domanda interna della Germania in tal modo beneficerebbe questi altri Paesi in surplus (con bassa disoccupazione) quattro volte di più che i Paesi periferici (con una disoccupazione molto più elevata)». Naturalmente, un secondo motivo per la Germania di ridurre il proprio surplus è l’interesse nazionale. Risparmiare meno permetterebbe un aumento degli investimenti pubblici e privati che farebbe aumentare la produttività nel lungo periodo. Come sottolinea il giornalista finanziario Federico Fubini, nonostante la forza delle sue esportazioni, la Germania è in realtà il «terzo produttore più debole» della zona euro in termini di crescita del PIL pro capite.

Peggio ancora, la Germania sta ora mostrando il «più lento tasso di crescita della produttività totale dei fattori degli ultimi tre decenni». Eichengreen vede anche molte aree in cui la cosiddetta «economia più forte del mondo» potrebbe migliorare, rilevando come «sia esattamente zero il numero di università tedesche nella classifica dei primi 50 posti al mondo». E, oltre all’istruzione, la Germania potrebbe fare molto di più per «aumentare il tenore di vita, ridurre le preoccupazioni circa le disuguaglianze», e affrontare altre debolezze economiche, tutte con «investimenti pubblici ben mirati».

Una terza ragione per indurre la Germania a ridurre il surplus può essere la più semplice: l’Unione Europea lo richiede. Gli Stati membri sono tenuti ad adottare politiche correttive quando il loro surplus di partite correnti abbia superato il 6% del PIL.

La politica anzitutto
Ciò indica il lato politico della questione, che Clemens Fuest, direttore dell’ Ifo di Monaco, considera più rilevante dell’economia nella valutazione del surplus commerciale tedesco. Fuest rifiuta le visioni secondo cui «la Germania danneggia se stessa esportando troppo e investendo troppo poco in casa», e che il suo surplus «comprima la domanda dal resto del mondo». Poiché «non c’è ragione economica convincente per cui la Germania debba fare qualcosa di diverso», Fuest conclude che se il governo «cambierà corso», sarà «soprattutto per ragioni politiche». Ad esempio, Fuest sospetta che la Germania farà concessioni economiche per promuovere altri obiettivi, dato il suo «forte interesse per la cooperazione internazionale in molti settori, dall’immigrazione alla sicurezza energetica». Ciò sembra particolarmente probabile sotto la Merkel, che considererebbe «controproducente» l’approccio «Germania prima di tutto», simile alla strategia “America First” del presidente americano Donald Trump.

La Germania ha inoltre interesse nel gestire la sua immagine pubblica in Europa. Fuest osserva che la sua «posizione di creditore nei confronti di altri Paesi» non le procuri molta simpatia e «può portare a conflitti politici, perché i debitori hanno incentivi a evitare di rimborsare il debito». Per ragioni analoghe, è nell’interesse della Germania di non essere vista come il Paese che viola le norme della Ue, poiché ciò inviterebbe gli altri Paesi a fare altrettanto. Più in generale, il modo in cui la Germania gestirà il problema del suo surplus commerciale potrebbe decidere il destino della stessa integrazione europea.

L’ex ministro degli Esteri tedesco Joschka Fischer spera che dopo le elezioni federali di questo mese il governo tedesco assumerà finalmente «l’impegno di perseguire una politica economica più solida». In caso contrario, avverte, potrebbe finire per cedere «il palcoscenico ai nazionalisti che distruggerebbero la UE». Fischer riconosce che «la Germania ha portato valide argomentazioni in difesa del suo surplus commerciale e di quello fiscale». Secondo Fischer, però, resta il fatto che «il suo attuale modello economico non è riuscito a stimolare una crescita sufficiente nella zona euro per stabilizzare la moneta unica». E questo a sua volta ha alimentato movimenti populisti anti-europei in Germania, Italia, Francia e altrove.

Nel nome dell’Europa
La Germania è spesso descritta come il leader de facto dell’Europa. La maggior parte dei commentatori di Project Syndicate, però, tendono a concordare sul fatto che il suo enorme e persistente surplus commerciale sia un cattivo esempio da seguire per gli altri. Secondo Dani Rodrik, dell’università di Harvard, «i veri eroi dell’economia mondiale - i modelli che altri dovrebbero emulare - sono Paesi che hanno fatto relativamente bene mentre generano solo piccoli squilibri esterni». Indubbiamente, Paesi come «Austria, Canada, le Filippine, il Lesotho e l’Uruguay non possono replicare i campioni di crescita mondiali, poiché non si basano o sostengono un modello economico mercantilista», osserva Rodrik.

«Ma senza di loro, l’economia globale sarebbe ancora meno gestibile di quanto lo sia già». Allo stesso tempo, la maggior parte dei commentatori concorda sul fatto che il surplus tedesco non sia riconducibile a una semplice ed univoca spiegazione. È un problema senza una sola causa, e quindi non vi sono soluzioni facili. A prescindere da chi o cosa debba essere accusato, è un problema che la Germania dovrà comunque affrontare in un modo o nell’altro – per il bene dell’Europa e per il suo stesso interesse.

Fabrizio Coricelli, professore di economia presso la Paris School of Economics, è stato economista presso il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale, e Consigliere economico presso la Commissione europea.

Copyright: Project Syndicate, 2017

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