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La spinta da export e investimenti

L'Analisi|crescita

La spinta da export e investimenti

È un paese saldamente agganciato alla ripresa economica internazionale quello descritto nell’ultimo rapporto di Confindustria. Il CsC riformula le sue previsioni, portando a +1,5% la crescita quest’anno e +1,3% quella dell’anno prossimo. E descrive un anno decisamente migliore di quanto non lo disegnasse un anno fa(a dicembre scorso stimava la crescita del 2017 allo 0,8 per cento). Il capo economista del CsC, Luca Paolazzi, ha offerto una doppia motivazione per questo netto rialzo delle stime. La prima è che le esportazioni hanno funzionato da traino, mentre il made in Italy continua a guadagnare quote di mercato: nel 2018 l’export sarà pari al 32,5% del Pil (contro il 26,4% di dieci anni prima). Il secondo driver di questo maggiore sviluppo è il recupero degli investimenti, che dopo un momento l’incertezza di inizio anno, sono ripartiti grazie agli stimoli fiscali.

Paolazzi spiega che, pur collocandosi nella fascia alta delle previsioni, queste stime si mantengono prudenti: si ipotizza infatti che nel terzo trimestre 2017 il Pil cresca dello 0,45% e nel quarto dello 0,3%. Ma, ha aggiunto: «Basterebbe una crescita dello 0,6% nel terzo trimestre e dello 0,4% nel quarto per ottenere un aumento annuo dell’1,6% nel 2017 e dell’1,4% nel 2018». Ma perché tutti gli economisti hanno cambiato idea sul profilo del 2017? Una spiegazione l’ha abbozzata Fedele De Novellis del Ref: «Il fenomeno Trump, con tutti i rischi del protezionismo, ha talmente spaventato tutti che le banche centrali hanno reagito, continuando a mettere in atto anche quest’anno la politica monetaria espansiva di cui c’era bisogno». Va detto, però, che le stime di ieri non tengono conto della manovra in gestazione: Paolazzi si è limitato a ricordare che se si agirà in linea con quanto richiesto dalla Ue, una manovra netta pari a mezzo punto di Pil (8-9 miliardi circa)dovrebbe moderare la crescita attesa nel 2018 dello 0,2 per cento. Proprio di un duraturo aumento del Pil, reale e nominale, ha invece bisogno il nostro paese, per garantire una persistente riduzione del debito pubblico.

L’Italia, infatti, ha visto crescere il suo debito tra il 2007 e il 2016 essenzialmente per due motivi: il primo è il costo del debito, dovuto a uno stock già in partenza elevato e all’aumento dei tassi durante la crisi dei debiti sovrani. La sola spesa per interessi ha causato un aumento del debito di 41,2 punti di Pil(contro il+24,9% dell’eurozona). Ma il debito è cresciuto anche per via della fortissima flessione del Pil: meno 7,2 punti percentuali contro più 3,8 punti dell’eurozona. Per contro, in Italia è stato compiuto un forte sforzo di bilancio sull’avanzo primario e ciò ha abbassato il debito di 11 punti. Una strada, quest’ultima, da non abbandonare, ha rimarcato ieri l’economista Guido Tabellini, per non essere costretti, poi, dai mercati, a fare pesanti politiche pro cicliche. E tuttavia, è la conclusione del rapporto CsC «senza un’accelerazione della dinamica del Pil, reale e nominale, è difficile che il debito possa essere ridotto in maniera consistente e persistente».

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