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Mose, assolto l’ex sindaco di Venezia Condanna per Altero Matteoli

la sentenza

Mose, assolto l’ex sindaco di Venezia Condanna per Altero Matteoli

(Ansa)
(Ansa)

Si chiude l’ultimo capitolo giudiziario del Mose di Venezia. Dopo una lunga serie di patteggiamenti già avvenuti in gran parte nel 2014, cioè nello stesso anno dell’esplosione del caso con 35 arresti a vario titolo per corruzione, appropriazione indebita e distrazione di fondi pubblici, arrivano ora la condanna dell’ex ministro all’Ambiente Altero Matteoli (An) e l’assoluzione dell’ex sindaco di Venezia Giorgio Orsoni, che all’epoca dei fatti si dimise dalla carica di primo cittadino (di centrosinistra) dopo essere stato accusato di finanziamento illecito per la sua campagna elettorale

Chi esce, chi rimane
L’ex ministro Matteoli è stato condannato a 4 anni di reclusione per corruzione e a oltre 9,5 milioni di multa per corruzione. Esce, come detto, Giorgio Orsoni, a cui nel giugno 2014 era stato rifiutato il patteggiamento. Lo ha deciso il tribunale di Venezia presieduto da Stefano Manduzio.

Sono usciti dal procedimento, perché assolti o per prescrizione, anche l’ex presidente del Magistrato alle Acque, Maria Giovanna Piva, l’ex presidente del
consiglio regionale del Veneto, Amalia Sartori, e l’architetto Danilo Turcato che aveva curato i lavori di restauro della villa già di proprietà di Giancarlo Galan, l’ex governatore del Veneto che invece ha patteggiato la pena.

Condannato l’imprenditore Nicola Falconi a due anni e 78mila euro di multa; Corrado Crialese a un anno e dieci mesi e mille euro di multa, pena sospesa, e l’imprenditore Erasmo Cinque a quattro anni e 9,5 milioni di multa.
Tutti i condannati si sono visti interdire a diverso titolo i pubblici uffici. Devono inoltre pagare le spese processuali e risarcire le parti civili. Il giudice ha disposto delle provvisionali sino a un milione rimandando la multa in sede civile.

La vicenda

Secondo la ricostruzione dei procuratori Stefano Ancillotto, Stefano Buccini e Paola Tonini il consorzio del Mose, guidato da Giovanni Mazzacurati, aveva messo in piedi un sistema di società fittizie canadesi e austriache per gonfiare le fatture da versare alle aziende consorziate che facevano i lavori, usando soldi pubblici che arrivavano per l’opera, con tanto di autorizzazione Cipe.

Le stesse aziende consorziate non avevano bisogno neppure di vincere le gare, visto che la legge speciale per il Mose prevedeva una deroga al Codice degli appalti per la realizzazione della grande diga veneziana, che aveva la possibilità di usare in piena libertà gli affidamenti diretti.

Alcuni imprenditori si facevano versare parte del denaro direttamente in Svizzera e a San Marino, per avere disponibilità immediata di liquidità.

Con il sistema del riciclaggio e dell’esterovestizione sono stati accumulati in soli 6 anni, dal 2005 al 2011, 40 milioni, anche se il meccanismo andava avanti da molto più tempo (si sarebbe incappati nella prescrizione se l’indagine fosse andata così indietro). Le fatture potevano essere gonfiate fino al 50 percento. Parte del “ricavato” veniva usato anche per pagare politici considerati influenti e mantenere buoni rapporti, non necessariamente per intascare favori nell’immediato. O addirittura per corrompere la Guardia di finanza o gli enti di controllo.

La figura di Matteoli viene inserita nell’inchiesta perché all’epoca il ruolo che ricopriva sarebbe servito a facilitare i finanziamenti pubblici provenienti da Roma. «Non sono un corrotto, mai ho ricevuto denaro né favorito alcuno. Non
comprendo quindi questa sentenza verso la quale i miei avvocati ricorreranno in appello. Ho il dovere di credere ancora nella giustizia nonostante la forte amarezza che patisco da quasi 4 anni per una vicenda che non mi appartiene».

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