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La svolta di Confindustria sugli obiettivi «mirati»

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La svolta di Confindustria sugli obiettivi «mirati»

(Ansa)
(Ansa)

Anche in vista della legge di bilancio 2018, il 3 settembre a Cernobbio il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia ha indicato un obiettivo secco: «Dobbiamo usare la leva fiscale per rendere competitiva l’industria italiana». Oggi le imprese invocano dallo Stato solo questo, ma è molto più di tutto il resto.

In passato, Confindustria chiedeva tante cose giuste, per così dire di tutto e di più, senza un ordine di priorità, senza un bandolo della matassa, con l’implicita supina accettazione che il governo, non avendo abbastanza soldi, facesse poco di tutto, cioè alla fine nulla.

Confindustria alzava i toni, talvolta troppo, e così mascherava una perdita di peso cui finiva essa stessa per contribuire.

L’origine dei mali è la perdita di competitività del nostro sistema non potendosi più svalutare la moneta.

Negli ultimi vent’anni lo Stato non l’ha mai affrontata in modo organico. Ogni provvidenza elargita è divenuta un indennizzo, tardivo, politicamente inaccettabile, inutile, oneroso per le finanze pubbliche. Ho sempre suggerito a Confindustria di ragionare in termini non congiunturali, di dire quale fosse «la priorità più prioritaria» (mi scusavo per l’espressione), quella che mettesse le imprese in condizione di sprigionare tutte le potenzialità, tornare a investire e cogliere le enormi opportunità che il mercato globale offre.

Mentre tutti ci domandiamo se la pianticella della ripresa abbia radici o no, le più note graduatorie mondiali di competitività (sia pure per quel che contano) collocano l’Italia nel 2017 al 44esimo posto, peggiore dell’anno scorso, sugli stessi livelli di inizio legislatura.

I fattori di innovazione e specializzazione, cioè l’eccellenza italiana, esaltano la produttività, ci collocano a un buon 28esimo posto ma, vista la media ponderata (44mo posto), si desume che pesano poco rispetto alle carenze infrastrutturali e di base.

Nella mia vita professionale, due volte ho avuto modo di proporre al governo di turno di dedicare uno sforzo straordinario alla competitività. La prima volta, quando collaboravo alle Attività produttive, mi spiegarono che un ministro può sì parlare di competitività ma non per rivelare le carenze interne al governo, semmai per magnificarne i risultati. La seconda volta, non mi risposero nemmeno.

Io parto dalla considerazione che nell’organigramma del governo esistono strutture per così dire verticali, deputate alcune a governare il capitale nelle varie forme (l’Economia governa il capitale finanziario, le Infrastrutture quello immobilizzato materiale, i Beni culturali quello immateriale), altre a governare il lavoro nelle sue varie fasi (Lavoro e politiche sociali, Istruzione e università). Manca invece una struttura adibita a seguire la competitività del sistema produttivo, a operare in modo orizzontale e trasversale rispetto ai ministeri maggiori.

La mia proposta è che il prossimo governo elabori e approvi un progetto di legislatura sulla competitività dell’Italia, a partire dal Mezzogiorno, con una road map per il sorpasso dei 43 Paesi che ci precedono, un grande campionato del mondo che scateni il miglior tifo. Il governo lo ingegnerizzi e ne affidi la verifica e la sollecitazione al ministero dello Sviluppo economico. Poiché la competitività è interministeriale, il nuovo ministro dovrà stare attento a non invadere campi altrui, dovrà limitarsi a misurare tempi e ampiezza del recupero, cogliere scostamenti e ritardi, riferirne a Palazzo Chigi, proporre misure correttive. Insomma, dovrà essere sollecitatore silenzioso della competitività, interpretando un copione della politica industriale più moderno, rispettoso del mercato.

Il ministero dello Sviluppo economico è già dotato di competenze idonee al compito o facilmente integrabili. Tutto ciò e altro ancora è illustrato in un mio pamphlet in libreria a fine mese, “L’Industria fa la quarta rivoluzione, ma solo dove c’è e sempreché sopravviva”, Guida Editori.

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