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Napoli, Juventus e Inter: due certezze e un’incognita

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Napoli, Juventus e Inter: due certezze e un’incognita

Reuters
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La quarta di campionato ci consegna una vetta della classifica (tre squadre a punteggio pieno a quota 12) con due certezze e un’incognita. Le prime due sono Napoli e Juventus, che non hanno fatto altro che ripettare il pronostico che le voleva regine incontrastate della Serie A. L’incognita è l’Inter di Spalletti, capace di tenere il passo nonostante un inizio piuttosto altalenante dal punto di vista del rendimento in campo.

Partiamo dalle certezze: il Napoli le trova nel gioco, che Sarri ha costruito pazientemente nel tempo facendone un marchio di fabbrica. È una via poco seguita dalle nostre parti, che tuttavia paga consentendo ai partenopei di frantumare a suon di gol gli avversari di livello più basso. Ieri è successo con il Benevento, nel corso di una partita finita 6-0 ma nella quale il risultato avrebbe potutto essere ben più pesante se Mertens e compagni avessero soltanto aggiustato un po’ la mira. Questo la dice lunga sulla distanza qualitativa tra il gioco del Napoli e delle altre italiane. Ma, c’è sempre un ma, le ambizioni della squadra capolista (in virtù della differenza reti e dei 15 gol segnati in quattro giornate) andranno verificate contro le rivali dirette, che costituiranno un ostacolo più duro rispetto a chi lotta per una posizione dalla decima in giù.

I punti deboli del Napoli sono due: la difesa e, paradossalmente, il gioco. La difesa perché i giocatori che la compongono non sono dello stesso livello qualitativo dei compagni che giocano a centrocampo e in attacco: cosa emersa con evidenza nel corso della prima partita di Champions, ma più volte manifestata anche durante la stagione passata, con lo scudetto perso a causa dei troppi pareggi più che delle (poche) sconfitte. Il gioco, per contro, diventa un punto debole perché gli uomini di Sarri non sono attrezzati per vincere giocando male. Non sono capaci di farlo. Se il meccanismo si inceppa, o se gli avversari riescono a bloccarlo, non esiste un’alternativa. La qualità di Hamsik, Mertens e compagni diventa improvvisamente prigioniera di sé stessa, incapace di liberarsi dagli schemi e di portare al lampo imrovviso che ti fa vincere anche le partite che meriteresti di perdere.

Veniamo ai bianconeri, che le certezze le trovano nella rosa, senza alcuna discussione la più forte tra tutte quelle delle squadre italiane della massima serie. La più forte non solo per qualità complessiva, ma anche per numero di giocatori che potrebbero giocare titolari nella Juventus stessa e in tutte le rivali per lo scudetto. La Vecchia Signora ha finora distrutto chi si è parato sul suo cammino, con 13 gol all’attivo che pur non essendo i 15 del Napoli rappresentano comunque una media di oltre tre reti a partita. La forza è l’arma su cui puntano a Torino per sgretolare le rivali, cosa puntualmente accaduta negli ultimi sei anni. E confermata ieri a Sassuolo, con una vittoria per 3-1.

Anche per la Juventus i punti deboli sono due: la difesa e la carenza di un gioco chiaro e ben definito. La difesa perché le carte, dopo tanti anni, sono state scombinate dalla partenza di Bonucci. Il reparto arretrato, che viveva di rendita e di certezze basate su meccanismi ormai rodati alla perfezione, di colpo si è trovato costretto a ripartire con giocatori nuovi che non hanno le stesse caratteristiche di Bonucci. E con gli altri componenti (Buffon, Barzagli e Chiellini, peraltro subito infortunato in avvio) alle prese con l’avanzare impietoso del tempo. Contro le squadre italiane di seconda e terza fascia difficilmente questo sarà un problema, o almeno un problema così grave da far perdere punti e partite: la cosa potrebbe diventare pericolosa in Champions, dove gli avversari non sono altrettanto remissivi e la qualità media è nettamente più elevata che nel nostro campionato. Di fatto comunque gli uomini di Allegri stanno incassando in avvio di stagione molti più gol di quanto non facessero l’anno scorso, durante il quale avevano esibito un reparto arretrato che definire blindato è perfino riduttivo.

A questo si collega il secondo punto debole, ossia una certa latitanza dal punto di vista del gioco: perché è proprio il gioco e la sicurezza nell’applicare certi meccanismi che viene in soccorso quando si affrontano momenti di scarsa forma fisica. Cosa che prima o poi, nell’arco di una stagione, capita a tutti. Il gioco subentra alla forza limitando i danni, facendo viaggiare la palla su binari sicuri e consentendo di gestire i momenti più difficili. Da questo punto di vista, e anche in questo caso i problemi rischiano di essere più evidenti in Champions, la Vecchia Signora non sembra ancora attrezzata come le principali rivali europee.

Terza squadra in vetta alla classifica, l’Inter. Una sorpresa, visto il disastro dello scorso anno. E anche visto il mercato estivo: che, partito per essere faraonico, si è via via ridimensionato a causa dei problemi del fair play finanziario e del richiamo del governo cinese nei confronti di chi investe capitali ingenti in attività “incerte” come il calcio. L’Inter di oggi è, a tutti gli effetti, l’Inter di Spalletti. Non c’è un giocatore nel quale si incarna il simbolo della squadra. Non può esserlo Icardi, o almeno non ancora, non può esserlo Perisic. E in genere per essere competitivi ai massimi livelli di giocatori simbolo ne servono più di uno. I nerazzurri sono aggrappati al proprio allenatore e, almeno finora, ai risultati ottenuti. Quattro vittorie caratterizzate da un calo di prestazioni abbastanza evidente dopo la vittoria esterna sulla Roma. Ieri il gioco è stato nelle mani del Crotone, però ha vinto l’Inter in modo netto (2-0).

La cosa è importante, perché fare punti quando non lo meriti dà fiducia e muove la classifica, ma alla lunga è difficile credere in una stagione dove tutto, ma proprio tutto, si infili per il verso giusto. La squadra è ancora da registrare, e al momento è difficile capire se i dieci gol segnati (con un solo subito) siano il frutto della fortuna o il segnale di una maturità raggiunta e destinata a sfociare in qualcosa di meglio. Le prossime tre giornate (contro Bologna, Genoa e Benevento) concedono ai nerazzurri la possibilità teorica di fare bottino pieno prima del derby in programma per metà ottobre. Allo stesso tempo, però, non va nemmeno trascurata la partenza difficile degli uomini di Spalletti, che hanno incontrato (e battuto) due rivali dirette nelle prime due giornate: Fiorentina e Roma. E per assurdo sono anche state le due partite giocate meglio.

L’Inter è inferiore al Napoli e alla Juventus sia in termini di qualità assoluta della rosa, sia in termini di gioco. È l’Inter di Spalletti, ma finora non gioca come una squadra di Spalletti. Serve tempo, e mettere punti in cascina serve proprio per progredire senza pressioni che sarebbero inevitabili in caso di risultati negativi. L’Inter, insomma, al momento è un’incognita da qualsiasi parte la si guardi. Difficile dire adesso se avrà le carte in regola per giocarsi lo scudetto: come sottolinea lo stesso Spalletti occorreranno 40 punti in più dello scorso anno, una specie di Everest da scalare senza ossigeno. Le incognite stanno anche nella tenuta alla distanza, perché in fondo anche l’Inter di due anni fa giunse a un passo dal titolo di inverno (battuta dalla Lazio nell’ultima giornata di andata) prima di crollare nella seconda parte della stagione.

Per contro il tecnico avrà il vantaggio di poter lavorare senza l’assillo delle Coppe Europee, che distruggono energie e rendono più difficile l’apprendimento dei meccanismi di gioco, che vanno ripetuti all’infinito in allenamento prima di diventare un automatismo.

Per il resto confermo quanto scritto in precedenza. Al gruppo delle tre a punteggio pieno aggiungo Roma, Lazio e Milan per le posizioni che qualificano all’Europa che conta (in pratica sei squadre per quattro posti in Champions), mentre per la prossima Europa League si dovranno fare i conti anche con Fiorentina e Torino.

Come sempre buon campionato a tutti, anche tenendo conto che tra domani e mercoledì si torna in campo per la quinta giornata.

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