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Luigi Di Maio, il più politico del M5S “scala” il…

il ritratto

Luigi Di Maio, il più politico del M5S “scala” il Movimento anti-politica

Il paradosso sta tutto nella schermata della piattaforma Rousseau dove gli iscritti hanno votato il loro candidato premier: nella scheda del vincitore scontato, Luigi Di Maio, la voce “professione” è stata lasciata vuota. Unico caso tra gli otto sfidanti. Lo ha segnalato prontamente il blogger David Puente ed è emblematico. Perché in quella casella il giovane Di Maio da Pomigliano d’Arco, classe 1986, avrebbe dovuto indicare quel che è stato per la maggior parte della sua vita attiva: un politico. Non ci sarebbe niente di male (la politica come professione o vocazione, di weberiana memoria, è arte nobile) se non fosse che che Di Maio sarà incoronato capo di un Movimento che ha fatto della guerra ai politici di professione il proprio cavallo di battaglia. Che ha costruito la sua fortuna sull’antipolitica.

Perché lui? Una fonte che conosce bene le dinamiche del gruppo M5S alla Camera ha la risposta pronta: «Ha senso pratico, capacità di mediazione, intuito e velocità. È pignolo. È il più bravo, e Gianroberto Casaleggio lo aveva capito». Primo di tre fratelli, cresce in quella borghesia meridionale di stampo conservatore da cui provengono tanti esponenti del M5S, da Carla Ruocco a Carlo Sibilia. Il padre Antonio, imprenditore edile con la Ardima Srl, è stato dirigente del Movimento Sociale e di Alleanza nazionale. Il suo mondo è quello, e spiega perché Di Maio ha collocato Giorgio Almirante nel pantheon dei Cinque Stelle, quando disse che nel Movimento «c’è chi guarda a Berlinguer, chi alla Dc e chi ad Almirante». La madre, Paola Esposito, è un’insegnante di italiano e latino.

Di Maio studia al liceo classico Vittorio Imbriani di Pomigliano, dove si diploma nel 2004. Il primo incarico “politico” è là, come rappresentante d’istituto. E dopo il terremoto di San Giuliano di Puglia, si impegna per la ricostruzione della struttura pericolante della scuola del paese. Ma è all’università Federico II a Napoli - si iscrive prima a ingegneria, poi passa a giurisprudenza - che scalda i muscoli: nella prima facoltà crea l’Assi, Associazione Studenti di Ingegneria. Nella seconda, nel 2006, diventa consigliere di facoltà e presidente del Consiglio degli studenti. Ma soprattutto fonda con alcuni colleghi la piattaforma online StudentiGiurisprudenza.it. Come stupirsi della scintilla con Beppe Grillo, il blog e il Movimento?

Nel 2007 Di Maio apre il Meetup di Pomigliano. Prende il tesserino da giornalista pubblicista, lavora brevemente come webmaster. Ma è la politica a folgorarlo, molto più del resto (non si è mai laureato, come tutti sanno): nel 2010 si candida come consigliere comunale, ottenendo solo 59 preferenze. Ma tre anni dopo partecipa alle parlamentarie grilline, incassa 189 voti e corre alla Camera nella circoscrizione Campania 1 con il Movimento Cinque Stelle. Capolista era Roberto Fico, attivista della prima ora a Napoli, estrazione politica e familiare di sinistra: il suo alter ego sin dall’inizio.

Da lì l’ascesa di Di Maio è stata inarrestabile. A marzo, a soli 26 anni, viene nominato vicepresidente della Camera, il più giovane di sempre. Un ruolo da non sottovalutare: gli permette di entrare più degli altri nelle pieghe del regolamento, sul cui rispetto è rigoroso, e gli schiude le porte dei viaggi di rappresentanza. Il più presentabile, rispetto ai grillini delle scie chimiche e delle lotte anti-vaccini. Il più moderato. Il più consono all’istituzione, anche nell’abbigliamento. Insieme al suo potere, in realtà sempre emanazione diretta delle scelte dei vertici Grillo e Casaleggio, ai quali è fedelissimo, cresce l’ostilità dei rivali interni: chi, come accade in tutti i consessi umani, per invidia; chi per genuino timore di una “normalizzazione” del Movimento rispetto ai toni barricaderi delle origini.

Sopravvive alle gaffe e alle esperienze difficili a cui è chiamato a fare da sponsor, come quella di Virginia Raggi a Roma. «È l’unico che ha dovuto mettere sempre la faccia su tutto», commenta un suo sostenitore. Vero è che è sempre stato difeso dai diarchi. Blindato. E “allevato” a colpi di tour di accreditamento, incontri con le (ex odiate) lobby, collaboratori intraprendenti come Vincenzo Spadafora, per arrivare a oggi, in vista dell’agognato Palazzo Chigi. Ma finora il M5S ha retto nella sua “liquidità” post-ideologica - né di destra né di sinistra - perché l’istrionismo di Grillo, i vaffa, gli attacchi scomposti e le esagerazioni hanno fatto da collante tra anime molto diverse. Con il passaggio del testimone a Di Maio, la caratterizzazione del M5S come forza moderata, e non rivoluzionaria, si fa palese. È per questo che il tentativo di mediazione di queste ore passa per mantenere la posizione di Grillo lasciando a Di Maio quella di semplice guida dei gruppi parlamentari. In ogni caso, a vincere è il pragmatismo. Né di destra né di sinistra, sì: di centro. Con un occhio a destra, a giudicare dalle virate securitarie su immigrazione e ius soli. E con un leader che, per quanto ridimensionato ad “attuatore del programma”, è nei fatti un politico di professione (seppur schierato contro i privilegi della casta). Tale resterà almeno fino al secondo mandato, e sempre che il divieto del terzo non sia il prossimo tabù pentastellato a cadere.

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