Finanza & Mercati

Un’obbligazione in soccorso del Messico

finanza e societÀ

Un’obbligazione in soccorso del Messico

«Il bond lanciato oggi non è soltanto un’innovazione finanziaria, ma rappresenta anche una pietra miliare nella nostra collaborazione con il Messico e nel comune sforzo nella prevenzione dal tributo che terremoti e inondazioni presentano sia in termini umani sia finanziari». Nel momento in cui pronunciava queste parole, poco più di un mese fa, il vicepresidente e tesoriere della Banca mondiale, Arunma Oteh, di sicuro non si augurava che quell’obbligazione catastrofale (catastrophe bond, o Cat Bond come vengono popolarmente definiti simili strumenti) emessa per 360 milioni di dollari in collaborazione con il governo messicano potesse essere chiamata in causa così presto.

Esistono in effetti fondate possibilità che i terremoti che hanno sconvolto il Paese nelle ultime settimane (uno dei tre rischi, assieme ai cicloni tropicali provenienti dall’Atlantico e quelli del Pacifico, nei confronti dei quali lo strumento assicurava copertura) facciano scattare le condizioni stabilite in anticipo sulla base di determinati parametri affinché le risorse raccolte sul mercato siano messe a disposizione del Fonden, il fondo messicano creato per fronteggiare i risarcimenti legati a disastri naturali. In altre parole il governo del Messico, che in questo campo gioca un ruolo d’avanguardia essendo stato il primo Stato sovrano a emettere un Cat Bond nel 2006, potrebbe contare su 150 milioni di dollari (cioè l’ammontare assicurato per la parte che riguarda i terremoti) da destinare a interventi immediati sul territorio.

Il ruolo dei mercati
Trasferire al mercato dei capitali il rischio legato a eventi naturali disastrosi è del resto il motivo per cui questo tipo di strumenti è stato creato nel 1992 sulla scia delle perdite provocate dall’uragano Andrew: una funzione che si potrebbe in qualche modo definire «sociale», e alla quale fa da contraltare l’aspetto puramente finanziario della vicenda. Se le clausole dovessero scattare, come è probabile, chi ha acquistato questo bond perderebbe infatti l’intero capitale.
Non si parla in questo caso di semplici investitori privati, ma di soggetti istituzionali qualificati: non solo i più aggressivi hedge fund, ma soprattutto fondi pensione alla ricerca di rendimenti in un mondo dominato dai «tassi zero».

UNA FORMA DI INVESTIMENTO SORPRENDENTEMENTE SICURA
Andamento del Swiss re cat bond index - tot return ind.

Le obbligazioni catastrofali non hanno peraltro lesinato soddisfazioni, se è vero che l’indice Swiss Re Global Cat Bond ha triplicato il valore dal 2002 garantendo guadagni più che doppi rispetto al resto dell’universo bond e in linea con quelli delle azioni a livello globale, ma senza la volatilità caratteristica delle Borse. Il grafico dell’indice a fianco somiglia anzi a una linea retta costantemente rivolta verso l’alto, con qualche sbandamento in corrispondenza delle catastrofi che negli anni hanno fatto scattare le clausole e impedito il rimborso del CatBond.

Dal punto di vista strettamente finanziario eventi devastanti come gli uragani Katrina, Ike, Sandy o il terremoto di Fukushima sono stati assorbiti nel giro di poche settimane. Il 2017, anno fino a questo momento da primato per i Cat Bond sia per il volume di emissioni (10,6 miliardi di dollari) sia per ammontare globale sul mercato (29,9 miliardi), non fa del resto eccezione. Il numero crescente di catastrofi naturali - qui il riferimento non va tanto al sisma del Messico, quanto alla successione di uragani Harvey, Irma e adesso Maria che hanno colpito i Caraibi e soprattutto la costa degli Stati Uniti - ha anzi provocato un crollo dello Swiss Re Cat Bond di quasi il 16% in una sola settimana che mai si era registrato in precedenza (quando le perdite massime erano state nell’ordine del 4-6%).

«Il calo così accentuato dell’indice è però anche conseguenza di circostanze particolari, visto che è stato rilevato in una giornata in cui i modelli lasciavano presagire che Irma avrebbe raggiunto con violenza massima la costa orientale della Florida e la città di Miami dove la densità di immobili residenziali e commerciali di valore è piuttosto elevata e dove si concentra anche la domanda di riassicurazione», spiega Lorenzo Volpi, partner di Leadenhall Capital. In effetti nelle rilevazioni successive, quando invece è apparso chiaro che l’uragano avrebbe seguito una traiettoria differente e quando le stime sui danni si erano già ridotte a 40-50 milioni di dollari dagli iniziali 100-150 milioni, circa due terzi delle perdite sono state recuperate.

Stabilire se vi saranno conseguenze di rilievo nel lungo periodo sulla situazione patrimoniale delle compagnie di settore (oltre al prevedibile calo della redditività) è in ogni caso prematuro. «Gli eventi di queste settimane produrranno perdite economiche significative per le compagnie assicurative e per quelle riassicurative e anche la patrimonializzazione di qualche società potrebbe essere colpita in funzione di quelle che saranno alla fine le perdite totali, ma in questo momento è difficile saperlo con esattezza», conferma Luigi Motti, Analytical Manager Insurance Ratings di S&P Global Ratings.

I ritardi dell’Italia
In Italia il mercato dei catastrophe bond è ancora di dimensioni limitate nonostante il nostro Paese, come dimostrano le cronache quotidiane, sia particolarmente esposto a calamità naturali. Il ruolo di pioniere in questo campo lo ha esercitato UnipolSai, che nell’estate di due anni fa ha emesso Azzurro Re I, il primo Cat Bond legato al rischio sismico in Italia con ammontare pari a 200 milioni di euro e scadenza gennaio 2019. Un esempio in parte seguito da Generali lo scorso luglio con Lion II Re, obbligazione catastrofale da 200 milioni che combina la copertura di tre diversi rischi: tempeste e alluvioni in Europa e appunto sisma in Italia.
A differenza del bond emesso dalla Banca mondiale per il Messico, l’obbligazione UnipolSai si basa su una strutturazione di tipo indennitario: i risarcimenti scattano cioè sulla base dei danni effettivamente provocati dall’evento, non sul semplice superamento di alcuni parametri. «Questo meccanismo – spiega Marc Guy Victor Sordoni, Head of Reinsurance UnipolSai - offre maggiori garanzie sia alla compagnia, sia a chi è stato colpito dalla calamità, dato che l’indennizzo riflette le perdite reali subite a causa dell’evento».

A frenare lo sviluppo del mercato nel nostro Paese contribuiscono motivazioni finanziarie, ma anche culturali. A proposito delle prime, Sordoni rileva che «alcune compagnie potrebbero essere interessate a emettere bond di importo inferiore al nostro, magari attorno ai 50 milioni, ma i costi fissi legati a questo tipo di operazioni sono molto elevati e le rendono quindi poco convenienti». L’altro fattore, che riguarda in generale i comportamenti degli individui, è più complesso da analizzare: «Sebbene la frequenza di terremoti, allagamenti e smottamenti in Italia stia crescendo, i privati generalmente non hanno una copertura assicurativa rispetto a questi rischi, dato che fanno affidamento sulla disponibilità del Governo a coprire i costi delle ricostruzioni necessarie», osserva Motti.

Gli interventi a livello pubblico nel nostro Paese sono in effetti legati a provvedimenti di natura straordinaria e non certo disciplinati da norme specifiche: non esiste uno strumento simile al Fonden messicano e neppure è lo Stato a occuparsi in prima battuta della questione come avviene in Turchia con il Pool per le Catastrofi Naturali (Tcip) che ha utilizzato a partire dal 2013, oltre alla riassicurazione tradizionale, anche strumenti quali il Cat Bond Bosphorus sul rischio sismico; né esiste uno schema di garanzie prestate dal Governo come avviene in Francia attraverso la compagnia di Stato Ccr. La conseguenza è che il coefficiente di penetrazione assicurativo (ovvero il rapporto fra i premi lordi emessi e il Pil) per questo genere di rischi è di appena l’1%, mentre in Turchia (dove peraltro la polizza a copertura delle calamità naturali è obbligatoria) viaggia vicino al 25% e in Belgio, dove sono presenti significative agevolazioni fiscali, si arriva addirittura al 98 per cento.

Aumentare questo numero significherebbe ridurre in modo sensibile anche i costi dei prodotti, mitigando quindi l’impatto sulla popolazione e sui conti pubblici degli eventi catastrofici. «In Italia manca uno schema di copertura dalle catastrofi naturali che abbia carattere pubblico-privato o soltanto privato, simile a quelli operanti in Paesi come Turchia e Romania, ma anche in Francia, Spagna o Svizzera», sintetizza Massimo Reina, Ceo Continental Europe & Mena presso Guy Carpenter. Su questo tema si discute del resto ormai da decenni, ma finora non si sono visti passi avanti significativi.

© Riproduzione riservata