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Scuola, il flop della «chiamata diretta» dei docenti

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Scuola, il flop della «chiamata diretta» dei docenti

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Doveva essere l’innovazione forse più importante della Buona Scuola; vale a dire la possibilità da parte degli istituti di scegliere i docenti più in linea con la propria offerta formativa. E invece, anche quest’anno - il secondo da quando è stata introdotta dal Legislatore - la chiamata diretta è stata nuovamente “affossata”: nelle operazioni di trasferimento infatti sono stati individuati dai presidi meno del 30% dei circa 12mila insegnanti finiti negli ambiti territoriali (quindi, poco più di 3.300). Anche tra i prof neo-immessi in ruolo la chiamata per competenze da parte del dirigente scolastico ha interessato meno della metà delle persone (12.976 docenti sui complessivi 27.388 assunti al 13 agosto).

Dai grafici predisposti dal ministero dell’Istruzione, e pubblicati qui sotto, emerge che il boicottaggio è stato maggiore al Centro-Sud (qui però va anche detto che molte scuole non hanno chiamato in quanto non avevano posti liberi). Discorso un po’ diverso al Nord, dove nonostante cospicue disponibilità (e pertanto, da poter coprire con la chiamata diretta dei presidi) le percentuali di insegnanti selezionati non sono state elevatissime: 66,21% per i neo-immessi in ruolo; si è crollati al 29,96% nei trasferimenti.

Un peccato. Già nel 2016, anno d’esordio della chiamata per competenze, l’istituto, una novità assoluta per la scuola italiana, fu oggetto di forti critiche sindacali, che ne condizionarono il debutto. Quest’anno il “sabotaggio” è stato più forte: le regole varate la scorsa primavera sulla mobilità hanno previsto 18 rigidi paletti alle scelte dei dirigenti. In più, si è consentito agli insegnanti individuati lo scorso anno con la chiamata diretta di poter chiedere il trasferimento su scuola, ma, paradossalmente, non su quella in cui erano stati “scelti” dai presidi. Effetto? Che molti docenti per paura di tornare su ambito alla scadenza dell’incarico triennale, hanno preferito cambiare scuola! A ciò si aggiunga, quest’anno, il “fuoco amico” rappresentato dalle forti proteste degli stessi dirigenti (stufi per l’ennesimo svuotamento delle loro prerogative).

Insomma, un mix esplosivo. Che fa cantare vittoria al sindacato, che ora spinge il Miur ad abrogare lo strumento e tornare (al caotico, ndr) sistema delle graduatorie. Ma che, nei fatti, rappresenta un deciso passo indietro rispetto allo spirito innovativo della legge 107. «La chiamata per competenze era tra i punti più qualificanti della Buona Scuola - ha detto l’assessore lombardo, Valentina Aprea -. Purtroppo, è stata disattivata da vincoli e procedure che, oggi, la rendono solo un esercizio burocratico di assegnazione di punteggi. Spiace aver constatato che anche molti presidi non abbiano avuto il coraggio di cogliere l’opportunità pur nelle condizioni date non certo favorevoli». Anche per Daniele Checchi, economista alla Statale di Milano ed esperto di education, dietro i numeri (bassi) della chiamata diretta «c’è stato sicuramente un problema di non corrispondenza tra competenze ricercate dalle scuole e competenze possedute dai docenti. Ma si è assistito pure a una valutazione di costi e benefici da parte dei presidi, che li ha portati, in diversi casi, a non scegliere gli insegnanti». «Per noi la chiamata diretta è uno strumento fondamentale per migliorare, non solo a parole, l’offerta didattica - ha replicato la vice presidente dell’Anp, l’Associazione nazionale presidi, Licia Cianfriglia -. La protesta che abbiamo messo in atto quest’anno è per denunciare le assurde condizioni in cui ci troviamo a operare. E il nostro disaccordo per le continue deroghe che stanno snaturando la riforma, aumentando i disagi degli studenti».

LA SCELTA DEGLI INSEGNANTI
(Fonte: ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca)

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