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Più film italiani in tv: Cdm approva riforma Franceschini. Sì…

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Più film italiani in tv: Cdm approva riforma Franceschini. Sì a stretta su impugnazioni

Più film o fiction italiani in prima serata e incremento della quota obbligatoria dei ricavi pubblicitari da investire in produzioni italiane o comunitarie. Sono queste le principali novità del decreto legislativo approvato oggi dal Consiglio dei ministri per aggiornare l'articolo 44 del Testo unico della radiotelevisione. Il cosiddetto Tusmar, che disciplina il tempo di trasmissione (al netto di notiziari, eventi sportivi, pubblicità…) da riservare a opere europee.

Franceschini: «Valorizzati la creatività e il cinema italiano»
Nonostante le critiche compatte ricevute nelle ultime settimane da tutti i broadcaster nazionali (dalla Rai a Mediaset e La7 o Sky, e compresi operatori come Discovery e Fox), che ritengono «insostenibili le quote e gli obblighi di programmazione in prima serata», il decreto conferma la linea annunciata dal ministro della Cultura, che punta a importare in Italia il “modello francese” basato sulla messa in onda tutelata di film e fiction prodotte localmente. E oggi esulta per il via libera alle nuove norme «che valorizzano la creatività e il cinema italiano».

Cresce la quota dei film italiani in onda
Con la riforma delle norme a tutela della promozione delle opere europee e italiane da parte di fornitori di servizi di media audiovisivi si obbligano dunque le televisioni nazionali italiane ad aumentare la quota di film e fiction italiane messe in onda in prima serata e quindi gli investimenti obbligatori, pena forti sanzioni. Obblighi di programmazione e investimento a tutela dell'”eccezione culturale” sono imposti anche alla tv on demand (come Netflix e Amazon), recependo in anticipo la direttiva europea sui servizi media e audiovisi in corso di approvazione.

La stretta sulle impugnazioni
Nel corso della riunione, durata poco più di un’ora, il Cdm ha poi approvato un primo pacchetto di decreti attuativi della legge delega per la riforma del processo penale (basato sui lavori della commissione ministeriale guidata da Domenico Carcano) per la disciplina delle impugnazioni e della “riserva di codice”. Il primo Dlgs rivede infatti la disciplina delle impugnazioni, delimitandone le possibilità. La stretta ha l’obiettivo di alleggerire il carico della macchina della giustizia deflazionando «il numero dei procedimenti che gravano sugli uffici giudiziari» e semplificando i procedimenti, spiega una nota di via Arenula, sia in appello che in Cassazione. L’obiettivo, prosegue la nota, è di rendere effettiva «la prospettiva che il processo possa concludersi con un accertamento definitivo di colpevolezza o di innocenza entro i 18 mesi di sospensione della prescrizione previsti per ciascuna fase di impugnazione».

Il decreto in pillole

Niente appello in casi specifici
In particolare viene riscritta parte dell'articolo 593 del Codice di procedura penale sui casi di appello: il Pm non potrà più impugnare le sentenze di condanna, che hanno riconosciuto cioè i presupposti dell'accusa, salvo in alcuni specifici casi (ad esempio, sentenza di condanna che modifica il titolo del reato o che esclude l'esistenza di aggravanti ad effetto speciale). Orientate a limitare la ricorribilità in secondo grado anche le norme del Dlgs che precludono all'imputato l'appello delle sentenze di proscioglimento pronunciate con le più ampie formule liberatorie (formula piena, quando il fatto sussiste o l'imputato non lo ha commesso).

Le altre norme nel campo della giustizia
Il secondo Dlgs attuativo della riforma del processo penale dà invece esecuzione a una norma di principio che riserva al codice la tutela penale dei beni essenziali della vita e di protezione della comunità civile. I testi dovranno ora passare all'esame delle commissioni parlamentari. Via libera del Governo anche alla riforma del libro XI del Codice di procedura penale, dedicato ai rapporti giurisdizionali con le autorità straniere e il cui complesso di norme è destinato a operare in via residuale, solo cioè dove non sia prevista una diversa regolamentazione discendente da accordi internazionali.

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