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La battaglia siciliana e l’assenza di programmi

il voto nell’isola

La battaglia siciliana e l’assenza di programmi

La Sicilia come laboratorio e come indicatore delle vie future della politica nazionale? Speriamo di no, perché al momento quello che si vede nella politica che si va dipanando nell’isola non induce a lieti pensieri. Diciamo subito che il problema non è chi vincerà la disfida delle urne, cioè se ci sarà il trionfo del rinnovellato centro-destra o la conquista del Palazzo dei Normanni (qui di Palazzo d’Inverno non è il caso di parlare per ragioni climatiche) da parte dei Cinque Stelle, e se il Pd perderà e di quanto. Queste sono le cose che interessano la politica politicante, la quale cerca dovunque oroscopi sul suo futuro, dimenticando che in un contesto come quello siciliano alleanze, travasi e trasformismi, etichette post-ideologiche sbandierate qua e là sono da leggere con cautela e senza correre a concludere che siano fenomeni nazionali.

Il problema delle elezioni siciliane è decisamente un altro e quello sì che rischia di essere presagio di come si svolgerà la lotta politica nazionale. Stiamo parlando di scontri e incontri che avvengono senza che abbiano alla base uno straccio di programma politico. I partiti insorgeranno a leggere questa affermazione e ciascuno sciorinerà punti che ritiene qualificanti per interventi qui e là. Ci si permetta di notare con forza che quelli non sono programmi: sono promesse più o meno credibili, ma senza alcuna visione complessiva.

La Sicilia, come l’Italia, non ha bisogno di interventi spot che tali rimangono anche se mettono a fuoco questioni rilevanti. Ciò di cui c’è assoluta necessità è un disegno globale, una prospettiva di interventi coordinati e ragionati che indichino la direzione di marcia verso cui si vuole far muovere quella realtà. È su programmi di questo tipo che si raccoglie il consenso, quello serio che serve ad armonizzare i diversi interessi, ad evitare che tutto finisca nel corporativismo spicciolo, nell’inseguimento del voto interessato, nelle alleanze fra una pletora di tribù politiche le cui etichette ideologiche sembrano più che altro un po’ di belletto.

La Sicilia ha grandi problemi a cui deve far fronte, anche lasciando per un momento da parte quello, pure molto rilevante, della criminalità mafiosa. Sono questioni che si conoscono bene e su cui questo giornale ha acceso più volte il faro: debolezze di bilancio (per non dire di peggio), rischi di deindustrializzazione con il un tessuto produttivo delle Pmi in forte sofferenza, gestione di un turismo che è una risorsa, ma che non è governato in maniera efficace, agricoltura a macchia di leopardo fra capacità d’esportazione e sottosviluppo, sanità a parte eccezioni non all’altezza di un paese avanzato. Per tacere del tema della legalità diffusa, che non è altro che una cultura delle regole che si debbono rispettare perché sono nell’interesse generale (e per capire a cosa ci si riferisce basta ricordare l’economia sommersa e l’abusivismo). Cose di fronte a cui non servono gli interventi di facciata e neppure quelli che derivano dai sacri furori di chi usa l’accetta e il lanciafiamme. Crocetta di quegli interventi ne ha anche fatti, ma al prezzo di lasciare terra bruciata e non più coltivabile, il che significa distruggere senza ricostruire.

Si dovrebbe muovere da quella che potrebbe essere, banalmente, un’idea di cosa si vuol fare della Sicilia nei prossimi vent’anni. Magari partendo dalla consapevolezza che non stiamo parlando di un quadro tutto nero. La Sicilia ha poli di eccellenza nell’industria, alcuni ben consolidati altri in fase di rilancio (vedi gli investimenti dell’Eni). Ha un potenziale notevole nel turismo, solo che fosse gestito come si deve. Può puntare su un agro-alimentare selettivo, ma proprio per questo molto competitivo. Dispone persino, è il caso di dirlo, di una risorsa che sfrutta malissimo: la sua natura di regione autonoma.

Non dovrebbe servirle per creare posizioni politiche e burocratiche più che ben retribuite e per riempirsi nei servizi di lavoratori poco necessari e poco efficienti, perché estratti dalla palude dei sussidi clientelari. Non si tratta affatto di smantellare la sfera della burocrazia pubblica, anzi al contrario di renderla capace e competitiva, non una palla al piede delle opportunità di sviluppo e di investimento (di cui magari ci si libera con un po' di corruzione), ma un volano che rilancia e potenzia le capacità di un’imprenditorialità che pure esiste, sebbene per ora sembra cercare più che altro di tenersi alla larga da un mastodonte burocratico che è percepito solo come fonte di ostacoli.

Insomma la politica siciliana deve riprendere seriamente in mano il problema delle riforme: una questione complessa che richiede realismo e non libri dei sogni, capacità di gestire passaggi graduali che però non si arrestano al primo ostacolo, visione che tenga conto della nuova realtà della politica e dell’economia internazionale. Un compito per cui non c’è bisogno di balcanizzare gli scranni dei palazzi regionali come temiamo si tenda a fare e per cui serve al contempo investire nel rinnovamento e nella motivazione di una burocrazia capace di supportare la marcia verso gli obiettivi di rinnovamento.

Meritocrazia e capacità di volare alto, risposta alle sfide di un’epoca travagliata come la nostra e realismo nel gestirle. Se la politica in Sicilia, ma la stessa società che la esprime, fossero capaci di raccogliere il guanto, allora saremmo davanti ad un laboratorio che avrebbe da insegnare al paese, che a livello politico, sia detto per inciso, non è che proprio sia distante anni luce dagli impasse rilevati nell’isola. Varrebbe la pena di non dimenticare che la Sicilia nell’immaginario internazionale è vista, sotto l’aspetto politico-sociale, come lo specchio dei mali italiani. Può non piacere, ma purtroppo è così. Se quello specchio venisse rimosso ne guadagnerebbe l’isola, ma anche tutta l’Italia.

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