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Lavoro, produttività in caduta nel 2016

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Lavoro, produttività in caduta nel 2016

La produttività del lavoro si conferma una delle patologie italiane più difficili da “curare”: l’ultimo dato appena pubblicato da Eurostat evidenzia un calo nel 2016, di 0,8 punti percentuali rispetto all’anno precedente, in controtendenza con i nostri competitor europei. In Germania, per esempio, la produttività per ora lavorata è cresciuta di 1,3 punti; in Francia di 1 punto, in Spagna di 0,7. Un andamento che trova conferma anche nei numeri dell’Istat: fatto 100 il livello di produttività per ora lavorata del 2010, l’Italia nel 2016 ha toccato 100,4, in diminuzione di 1,2 punti rispetto al 101,6 totalizzato nel 2015.

Si tratta di uno degli aspetti di maggior debolezza del nostro sistema produttivo, che si trascina da prima della crisi. Nell’arco temporale 1995-2015, infatti, il nostro Paese ha registrato una delle peggiori performance europee, con un incremento medio annuo di appena lo 0,3% della produttività del lavoro, a fronte del +1,6% dell’Ue a 28, dell’1,6% della Francia, dell’1,5% della Germania e dell’Inghilterra (fonte Istat). Ora va anche peggio. «Le ragioni di questa perdita di terreno sono molteplici», spiega l’economista del Lavoro, Carlo Dell’Aringa: «Il consolidamento dei conti pubblici ha richiesto politiche fiscali restrittive che hanno penalizzato gli investimenti necessari per aumentare l’efficienza dell’apparato produttivo - afferma-. Inoltre va considerato l’ambiente sfavorevole per gli investimenti delle imprese, dipeso dalle mancate riforme che hanno influito negativamente anche prima del 2008, sul fronte della Pa, della giustizia, della scuola, dell’università e delle politiche attive. Pesa l’assetto produttivo italiano basato sulle piccole imprese, peraltro spesso attive nei servizi. Nel terziario la produttività ha segnato il passo più che nell’industria, perché è mancato il processo di innovazione. Il problema non sono le Pmi in quanto tali, ma il fatto che non crescono. A differenza degli altri paesi dove hanno raddoppiato volumi e occupazione, con benefici per investimenti e innovazione».

In questo quadro è sempre più urgente, quindi, rafforzare interventi di politica industriale per incentivare la crescita dimensionale delle imprese: «Il Jobs act, favorendo le assunzioni stabili, ha aumentato il peso della buona occupazione nelle imprese - sostiene Marco Leonardi, a capo del team economico di palazzo Chigi -. Ciò in prospettiva avrà effetti sulla produttività. L’obiettivo è far tornare le aziende a preferire i contratti a tempo indeterminato. Su questo concentreremo gli sforzi nelle prossime settimane». Altro filone è Industria 4.0, che va accelerato ed esteso nel momento in cui comincia a produrre risultati.

Con il mercato del lavoro che sta tornando sui livelli pre-crisi, c’è bisogno di uno scatto di reni, già nella prossima legge di bilancio. La fotografia che emerge dalle statistiche ufficiali - e sintetizzata nei grafici qui affianco - è in chiaro scuro: gli occupati, da agosto, sono tornati sopra quota 23 milioni, quasi ai livelli del 2008. Ma nell’ultimo anno l’occupazione è stata trainata dai contratti a termine e dagli occupati over 50 anni, per effetto dell’allungamento dell’età pensionabile. La cassa integrazione si sta riassorbendo, anche perchè oggi è più costosa per le aziende ed ha una durata ridotta.

Le ore lavorate sono risalite: secondo l’Istat nel secondo trimestre 2017 sono cresciute dello 0,5% sul trimestre precedente e dell’1,4% su base annua. Tuttavia ancora non si sono toccati i livelli pre-crisi: Bankitalia ha calcolato che nonostante la crescita dell’ultimo biennio, le ore lavorate da ogni addetto rimangono inferiori di circa 5 punti percentuali.

La disoccupazione, poi, rispetto al 2008 è quasi raddoppiata (dal 6,5% all’11,2%), anche per effetto di una riduzione degli inattivi che si sono mossi per cercare un’occupazione, spesso senza trovarla.

Per giovani, donne e lavoratori autonomi, il quadro, purtroppo, è ancora fortemente critico. Il tasso di disoccupazione degli under 25 anni continua a superare il 35% (il doppio della media Ue, peggio di noi solo Spagna e Grecia - e siamo lontanissimi dalla Germania, prima della classe, ferma da anni sotto il 7%, anche grazie al sistema di formazione duale). Anche se il dato è migliorato rispetto al record negativo del 43,5% toccato nel primo trimestre 2014, è ancora lontano dal 19,8% di disoccupati under 25 anni del primo trimestre 2008. Ecco perché urgono misure di peso per evitare che una generazione sia esclusa dal mercato del lavoro. Quanto all’occupazione femminile, nelle ultime rilevazioni mensili dell’Istat, è ripresa a salire sui livelli massimi, ma è solo poco sopra il 48% (l’Italia è quart’ultima nel confronto con i paesi Ocse). E non va meglio per collaboratori e partite Iva: nel decennio si sono persi per strada oltre 6600mila autonomi (in parte “contrattualizzati”, spesso a termine, per effetto della stretta operata dal Jobs act).

Resta poi un costo del lavoro per unità di prodotto (il cosiddetto «Clup») che rimane fuori linea nel confronto con i competitor europei. Un altro indicatore che rappresenta un grave gap di competitività per l’Italia.

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