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Italia ai Mondiali? Un traguardo ancora tutto da conquistare

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Italia ai Mondiali? Un traguardo ancora tutto da conquistare

Al di là della partita che chiudeva le gare di qualificazione ai Mondiali del prossimo anno, vinta per 1-0 con l'Albania con un gol di Candreva festeggiato come se avessimo asfaltato il Brasile di Pelè, l'andamento del girone offre più di uno spunto di riflessione sulla nostra Nazionale e sul peso, vero o presunto, che i nostri campioni hanno in campo internazionale.

Partiti per sfidare la Spagna nella conquista al primo posto, che qualificava direttamente a Russia 2018, gli uomini di Ventura hanno progressivamente ridotto le proprie ambizioni: così da un orgogliosissimo “batteremo la Spagna” siamo passati a un più mite “il secondo posto dietro gli spagnoli non è un disonore”. Scalando poi, una volta ottenuta la certezza di disputare quantomeno le due gare di recupero per la qualificazione, all'obiettivo “essere teste di serie”, per pescare un avversario più abbordabile all'ultimo incrocio che porta al Mondiale.

Insomma, senza tanti giri di parole ci siamo ridotti a sperare negli altri, più che nelle nostre forze: delle quali, evidentemente, non siamo così sicuri. Che bello se l'Ucraina di Sheva battesse la Croazia, togliendola di mezzo. Che bello se dall'urna dei sorteggi uscisse un avversario abbordabile. Ebbene, anche se può sembrare paradossale, è proprio intorno a questa parola, abbordabile, che gira la questione “Nazionale Italiana”.

Chiariamo subito di cosa stiamo parlando: l'Europa porterà ai prossimi Mondiali 13 squadre, sulle 32 totali che si contenderanno il titolo. Le 9 vincenti dei rispettivi gironi più quattro che usciranno dai playoff. La dura realtà e che non siamo tra le prime 9 nazionali d'Europa. Vero che avevamo nel girone la Spagna, altrettanto vero che siamo in buona compagnia perché anche il Portogallo sta correndo gli stessi rischi. Ma ammettiamolo, a chiunque si chieda di indicare le prime cinque squadre del Vecchio Continente vengono in mente Germania, Italia, Spagna, Francia e Inghilterra. Poi si può discutere su Olanda e Portogallo, magari ricordare i fasti della Polonia, ma da quelle cinque, anche a voler essere di larghe vedute, non si esce.

E invece gli azzurri, in quelle cinque, non ci sono più. Non per malasorte, sia chiaro, perché nel girone con la Spagna non ci siamo finiti per caso o perché siamo sfortunati. L'abbinamento da brivido nasce dal ranking Fifa, criticabile fin che si vuole, ma è il criterio che la Federazione Mondiale ha usato con tutti, non solo con noi. In quel momenti gli Azzurri erano in 17esima posizione, e al posto della Spagna avrebbero potuto finire nel girone della Germania o dell'Inghilterra. Ci saremmo sentiti meglio? Certo, avremmo potuto pescare Belgio o Romania, ma considerato il nostro gioco siamo così sicuri che avremmo fatto sfracelli?

Per capire meglio prendiamo in esame i risultati delle altre 4 grandi che compongono il quintetto ideale del Vecchio Continente: tutte sono in testa al proprio girone. Germania, Spagna e Inghilterra sono matematicamente qualificate, la Francia è in vantaggio di un punto sulla Svezia quando si devono ancora disputare le ultime partite (Francia-Bielorussia e Svezia-Olanda martedì sera). Insomma, all'appello manca solo l'Italia. E il criterio del ranking Fifa, a noi tanto inviso, non ha impedito proprio a Francia e Svezia (che al momento del sorteggio erano messe peggio di noi, in 22esima e 33esima posizione) di far fuori l'Olanda, quinta nello stesso ranking. I criteri di composizione dei gironi, le modalità di compilazione del ranking e tutto quello che si vuole non cancellano il dato di base al quale tutti dobbiamo attenerci: si va in campo e si vince. Punto e stop. L'Italia non lo ha fatto, almeno non abbastanza.

Siamo in un momento molto difficile del nostro calcio, per cui dobbiamo assistere a cori entusiastici per aver battuto (nelle partite di andata) Albania e Macedonia: rispettivamente con un 2-0 e 3-2 esterno che non possono certo deporre a nostro favore. Facciamo finta di dimenticarci non tanto il recente pareggio casalingo con la Macedonia (cosa impossibile, perché è troppo recente) ma le orrende gare contro Israele con una vittoria esterna per 3-1 più faticosa di quanto dica il risultato (il terzo gol di Immobile è arrivato a pochi minuti dalla fine) e un misero 1-0 in casa quando ancora si parlava di possibile goleada…
Di cosa stiamo parlando ricordando le nostre rivali? Di Nazionali che al momento del sorteggio erano, sempre nel famigerato ranking Fifa: Albania 36esima, Israele 51esima e Macedonia 105esima. Vale la pena di ricordarlo. Ma soprattutto si tratta di Nazionali che mai e poi mai, stando alla presunta forza dei nostri calciatori, dovremmo considerare un problema al momento di scendere in campo.

Adesso arrivano i playoff, e nessuno dei possibili avversari potrà essere preso sottogamba, considerate le prestazioni nel girone. Gli sforzi di Ventura di costruire una squadra, che tutti ovviamente ci auguriamo portino al risultato sperato, si scontrano con la storia stessa del nostro calcio. Che ha sempre privilegiato la forza la classe dei singoli al gioco: non sempre è andata bene, ma tutto sommato nel dopoguerra sono arrivati due titoli mondiali (1982 e 2006) e due finali perse (1970 e 1994). Peccato che in quelle occasioni i giocatori in campo fossero del calibro di Mazzola, Rivera, Scirea, Bruno Conti, Maldini, Baggio e via dicendo, fino ai più recenti Pirlo, Del Piero e Cannavaro.
Oggi, quella qualità, semplicemente non c'è. Non più. Inutile aggrapparsi a Buffon, quando poi davanti alla sua porta a “bailare futbol” capitano, con tutto il rispetto possibile, giocatori tutt'altro che irresistibili e che impallidiscono al confronto con i mostri sacri del passato.

La nostra Nazionale di oggi, magari anche per colpa di qualche infortunio di troppo, ricorda da vicino quella che subentrò alle macerie di Germania 1974. Quando, anche troppo frettolosamente, vennero “pensionati” campioni come Mazzola, Rivera, Riva e Burgnich. Per far posto a Rocca, Roggi e Orlandini. Ricambio generazionale necessario, ma già allora si vedevano i semi che sarebbero fioriti nel 1978 con Bettega, Causio e Gentile, tanto per gradire.
Oggi non è così. Non c'è quella qualità, anche se siamo sempre pronti a osannare le giocate del fenomeno di turno senza accorgerci, ogni volta che scendiamo in campo contro fenomeni veri, come vanno a finire le cose. In Spagna-Italia, esemplare l'insistenza di Isco nel puntare Verratti per metterlo in difficoltà su ogni pallone e scartarlo in modo quasi canzonatorio.

Nel calcio si possono scrivere milioni e milioni di pagine su schemi, moduli e tattiche. Ma le vie per la vittoria sono solo tre. La prima, quella ideale, prevede un grande gioco abbinato a grandi campioni: fin troppo facile… La seconda, in assenza di campioni veri, fa leva sul gioco e sull'organizzazione degli uomini in campo per supplire alle carenze dei singoli. La terza sfrutta solo le qualità dei singoli infischiandosene del gioco, perché prima o poi qualcuno la butta dentro. Ed è proprio questa la via che abbiamo sempre, o quasi sempre, scelto in Italia. L'eccezione è stato Sacchi, che tuttavia per arrivare alla finale di Usa 1994 dovette raccomandarsi a un certo san Roberto da Caldogno (Baggio per le cronache..). Perdendola perché il suddetto, proprio prima della finale, si era infortunato.
Oggi, dopo decenni di vacche grasse e di campioni che spuntavano come funghi dopo un temporale, l'Italia deve fare i conti con una generazione discreta (o forse anche buona, a voler essere generosi) ma non in grado di risolvere le partite che contano con il colpo di classe. E, senza un gioco che ci sostenga, non sappiamo come fare.

Ventura lo ha capito, lo sa benissimo fin da prima di sedersi sulla panchina più scomoda del Paese: e infatti reclama per la Nazionale spazi che nessuno è disposto a concedergli. Perché solo lavorando, e memorizzando un'organizzazione capace di tamponare i limiti individuali, si può sperare in quel salto di qualità che tutti attendono come l'Araba fenice. Chi lo accusa di sbagliare modulo devia volutamente dal vero nocciolo del problema. Ma sulla questione dei moduli, e sulla loro reale importanza, torneremo in un prossimo articolo dedicato alla tattica.

La questione attuale è molto più semplice. Passeremo i playoff, nei quali saremo tra le 4 teste di serie, e andremo al prossimo Mondiale? Tutti ci auguriamo che sia così, e spingeremo gli Azzurri verso quel traguardo. Ma, anche in caso di successo, non illudiamoci che la strada si metta improvvisamente in discesa. Perché senza gioco e senza campioni la condanna è scritta: fatica, fatica e ancora fatica per vincere (o pareggiare) con Israele, Macedonia e Albania. Il Mondiale, purtroppo, sarà tutta un'altra storia. E rischiano di esserlo anche i playoff.

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