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Da Forlani a Prodi, le tante vittime illustri dei «franchi…

IL VOTO SULLA LEGGE ELETTORALE

Da Forlani a Prodi, le tante vittime illustri dei «franchi tiratori»

«Nel franco tiratore parlamentare c’è, riflessa, l’immagine del “cecchino”: che, nascosto, tira all’improvviso». Lo scriveva Gino Pallotta nel suo Dizionario politico e parlamentare (1977) per definire chi approfitta delle votazioni segrete per esprimersi in modo diverso da quello concordato o imposto dal proprio gruppo. Uno spettro nella cronaca di Palazzo che il Governo Gentiloni, autorizzando la questione di fiducia sulla legge elettorale, vuole tenere il più lontano possibile.

I timori di esecutivo e partiti che hanno sottoscritto il patto sono fondati: l’ultima apparizione della “truppa di guastatori” risale a giugno quando un sistema proporzionale plasmato sul modello tedesco fu abbattuto nel segreto dell’urna. Gli autori, come da tradizione, rimasero senza volto. Anche se per la verità in quell’occasione si potè assistere a uno spettacolo mai visto prima: un disguido tecnico - forse indotto dalle istruzioni poco chiare della presidente della Camera Laura Boldrini - svelò per pochi secondi la geografia del voto con le luci sul tabellone elettonico distinte tra colore verde (favorevoli) e rosso (contrari, molti tra il Pd che sostenva il progetto).

Un errore che in molti, a partire dall’allora segretario del Pd Pier Luigi Bersani, si sarebbero augurati per un altro episodio di “imboscata” parlamentare, forse la più celebre degli ultimi anni: la breve vita della candidatura di Romano Prodi alla presidenza della Repubblica finita sotto i colpi dei 101 deputati e senatori anonimi. La corsa al Quirinale è stato il terreno più frequentato e i franchi tiratori l’arma usata dai capi corrente della Dc per far fuori gli “amici” avversari interni. In questo modo, per esempio, nel 1964 Aldo Moro riuscì riuscì a sbarrare la strada a Giovanni Leone. Si racconta che sulle scale di Palazzo Chigi, Moro suggerì a Carlo Donat Cattin di organizzare l’imboscata contro Leone utilizzando i «mezzi tecnici». «Quali mezzi tecnici?» gli chiese un collaboratore di Donat Cattin. «I mezzi tecnici sono solo tre: il pugnale, il veleno e i franchi tiratori», rispose Moro . E pensare che all’Assemblea costituente il futuro leader democratiano da relatore si oppose «a consacrare costituzionalmente il voto segreto che ha già dato luogo a tanti inconvenienti». Presagio di quello che sarebbe accaduto nella vita repubblicana.

Lunga la lista delle vittime, tutte illustri. Amintore Fanfani fu bersagliato negli anni ’60, quelli del suo maggior potere, Arnaldo Forlani si vide tagliare la strada verso il Quirinale nel 1992 (si disse che dietro ci fosse la mano di Giulio Andreotti) e anche Bettino Craxi, qualche anno prima, dovette dimettersi da presidente del Consiglio colpito dai cecchini parlamentari. Fu proprio il leader socialista a a sostenere la necessità di limitare le materie in cui concedere il voto segreto. Con la riforma dei regolamenti (1988) i voti segreti sono diventati più rari e gli incidenti meno numerosi. Ma non meno clamorosi.

Strano il destino di questa espressione. Il termine “franco tiratore” compare nel 1870 nelle cronache sulla guerra franco-prussiana per indicare l’esercito dei Vosgi, piccolo gruppo di combattenti che, guidato da Giuseppe Garibaldi, «praticava azioni di guerra» contro le truppe regolari prussiane. Importato nella vita parlamentare e dopo centinaia di imboscate il “franco tiratore” è ora identificato come un traditore. Eppure il voto segreto, già previsto dallo Statuto albertino, sopravvisse anche dopo l’Unità di Italia perché garanzia dell’autonomia dei parlamentari per arrivare nella Repubblica italiana. Una lunga storia con un’unica sospensione: gli anni del fascismo.

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