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I tre voti che blindano il premier e quell’ultimo test su cui rischia …

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I tre voti che blindano il premier e quell’ultimo test su cui rischia il Pd

(Bloomberg)
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Erano prove scontate, senza nessun brivido sul sì alla fiducia. Del resto si sa che nel mirino non c’è il Governo ma la legge elettorale, gli svantaggi che crea a numerosi deputati del Pd e di Forza Italia, dei Democratici del Nord e degli “azzurri” del Sud, su cui si può formare quella massa critica in grado di affossare l’estremo tentativo di superare il Consultellum. E dunque, eventualmente, sarà la somma di tanti calcoli personali se anche questa volta un agguato riporterà al punto di partenza, cioè alle due sentenze della Corte che però esigono un’armonizzazione per consentire un accesso regolare alle elezioni 2018. Questo per dire che non ci saranno veri vincitori politici se perfino quest’ultima spinta alla riforma, con annessa blindatura, dovesse fallire perché a “muovere” il dissenso dei franchi tiratori sarà una questione di convenienze. Solo di questo si parlava ieri in Transatlantico, dei seggi in più o in meno che comportano Rosatellum e Consultellum e sulla base di questo si facevano scommesse sulle probabilità che la nuova legge passi lo scrutinio segreto.

Ma, al di là delle scommesse, quello che è già pronto è lo schema che scatterebbe nel caso di una bocciatura del Rosatellum. E la prima risposta che arriva anche da quei parlamentari che hanno parlato con il Quirinale, è che non ci sarebbero contraccolpi su Paolo Gentiloni. Nel senso che dopo tre fiducie incassate, una dopo l’altra, è chiaro che non c’è un problema di tenuta della maggioranza sul Governo e che se al voto segreto si dovessero dissolvere i numeri a essere “investito” sarebbe il Pd. Insomma, quei tre passaggi creano un cordone protettivo sull’Esecutivo che non sarebbe costretto a pagare alcun prezzo, tantomeno con un’ipotesi dimissioni. Anche se perfino nel Pd si ipotizzava un passo indietro del premier, in realtà questa opzione viene scartata anche con l’argomento che si è a fine legislatura, che il tempo davanti è assai poco e che l’ultimo provvedimento in agenda è la legge di bilancio.

Dunque nessuna scossa ci sarebbe su Palazzo Chigi ma semmai l’epicentro del terremoto sarebbe tutto dentro al Pd. È una questione di numeri: 58 sono i deputati di Forza Italia, 19 della Lega e invece 283 sono Democratici. Se non dovessero tornare i conti nello scrutinio segreto, è lì che mancherebbero. E il Pd sarebbe allo stesso punto in cui ha cominciato la legislatura con il tradimento dei 101 sull’elezione mancata di Romano Prodi al Quirinale, con conseguenti dimissioni dell’allora segretario Pierluigi Bersani. Se cadesse il Rosatellum, si concluderebbero i 5 anni con un altro agguato e quella diventerebbe l’etichetta del partito. Al di là delle conseguenze sulla leadership di Renzi, il tema diventerebbe proprio lo sfaldamento del Pd, l’assenza di un baricentro, il non essere più un partito. A parte i casi isolati di chi ha dichiarato apertamente di non voler votare la legge, tra cui Rosi Bindi - o quelli di chi non ha votato la fiducia ma voterà il Rosatellum (Cuperlo, Giorgis)- questo test sulla legge elettorale diventa uno specchio finale per il Pd sulla sua capacità di esprimere trasparenza. E di stare ancora in piedi. Un test su cos’è diventato dopo cinque anni vissuti tra il primo agguato, tre cambi di Governo, tre premier, tre segretari e una scissione.

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