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L’insicurezza alimentare fa crescere dell’1,9% i flussi…

RAPPORTO WORLD FOOD PROGRAMME

L’insicurezza alimentare fa crescere dell’1,9% i flussi migratori

Alti livelli di insicurezza alimentare determinano un numero maggiore di migrazioni transfrontaliere: ogni punto percentuale di aumento dell’indice di insicurezza alimentare costringe l’1,9% della popolazione a migrare, mentre un ulteriore 0,4 % fugge per ogni anno di guerra. È quanto emerge dal rapporto “Alla radice dell’esodo: sicurezza alimentare, guerre e migrazione internazionale”, elaborato dal Programma alimentare mondiale e presentato questo mattina a Roma alla Farnesina alla presenza del ministro degli Affari esteri Angelino Alfano, del direttore esecutivo del World Food Programme David Beasley e del portavoce dell’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile (una rete di organizzazioni che si occupano di sviluppo sostenibile in Italia) Enrico Giovannini. Nel complesso sono stati intervistati 231 migranti, provenienti da dieci paesi (Afghanistan, Bangladesh, Egitto, Eritrea, Gambia, Marocco, Nigeria, Senegal, Sudan e Siria). Le interviste sono state effettuate all’interno di campi d’accoglienza di cinque Paesi: Turchia, Libano, Giordania, Grecia e Italia.

Nove africani su dieci restano nel loro continente
Il fenomeno delle migrazioni internazionali, sottolinea il report,ha raggiunto negli ultimi anni cifre senza precedenti. Le stime delle Nazioni Unite confermano che nel 2015 sono stati 244 milioni i migranti internazionali e che la cifra di rifugiati, sfollati e richiedenti asilo ha raggiunto il dato record di 65,3 milioni. Mentre i numeri assoluti sono aumentati negli ultimi 15 anni, i migranti in percentuale alla popolazione mondiale totale sono rimasti stabili a circa il 3%. Il 55% dei rifugiati nel mondo proviene da tre paesi: Sud Sudan, Afghanistan e Siria. «Nove africani su dieci e otto asiatici su dieci restano nei loro continenti», ha ricordato Arif Husain, capo economista del World Food Programme. Alla base della decisione di emigrare, ci sono tre fattori: l’alto livello di denutrizione, la mancanza di opportunità economiche nei paesi di origine e l’emigrazione che si è radicata in un territorio negli anni precedenti.

Alfano: l’esodo rischia di essere di proporzioni bibliche
Se questa è la situazione attuale, il futuro fa paura. «Nel Mediterraneo abbiamo visto soltanto la punta dell'iceberg di un esodo che rischia di essere di proporzioni bibliche», ha sottolineato il ministro degli Esteri Angelino Alfano, che ha aperto la conferenza di presentazione del rapporto. «È ora che l’Unione Europea investa senza paura nell’Africa perché il ritorno in termini di crescita e sviluppo economico va in entrambi i sensi - ha aggiunto - . Riconoscendo che Europa e Africa sono su di un sentiero comune di crescita e sviluppo capiremo che investendo in Africa risolveremo problemi europei. Perché tanti nostri problemi sono sintomo di qualcosa che nasce altrove». Sulla stessa linea di Alfano il direttore esecutivo del World Food Programme (Wfp), David Beasley: «Occorre dare una sveglia al mondo intero per dare una risposta all’emergenza in atto» ha detto. «Se non si interverrà sulle cause che provocano le migrazioni, la situazione non potrà che peggiorare. Nel 2050 - ha ricordato Beasley - la popolazione mondiale raggiungerà i 9 miliardi e ritengo impossibile raggiungere l’obiettivo di azzerare la fame nel mondo entro il 2030».

Dietro la partenza la ricerca di un lavoro: non per forza in Italia
Dal report emergono alcuni elementi che aiutano a capire chi sono i migranti e perché decidono di affrontare un lungo viaggio per raggiungere l’Europa. Dalle 40 interviste effettuate alle persone che sono giunte in Italia, ad esempio, e che sono state interpellate nel centro di accoglienza di Lampedusa, viene fuori che sette migranti su dieci sono uomini che viaggiano da soli da molti anni. Hanno lasciato le loro famiglie a casa, poiché il viaggio è stato considerato troppo rischioso e la spesa che avrebbero dovuto sostenere troppo alta. Provengono soprattutto da Nigeria (21%)ed Eritrea (12%). Ancora: il 16% circa sono minori non accompagnati, generalmente ragazzi adolescenti. Molti hanno frequentato la scuola primaria, pochi sono andati avanti negli studi. La ricerca di un lavoro, qualunque esso sia, è il dato che accumuna queste persone. Le persone intervistate spiegano se non riusciranno a travarlo in Italia, non esiteranno a raggiungere gli altri paesi confinanti. I migranti originari del Bangladesh, ad esempio, hanno raccontato che nel loro paese guadagnavano due euro per 10-12 ore di lavoro al giorno. Di qui la scelta di andarsene. Gli eritrei hanno posto l’accento (anche) sul servizio militare nel loro paese di origine, obbligatorio, permanente e pagato molto poco. Tutte le persone intervistate hanno detto di aver subito maltrattamenti durante il viaggio che li ha condotti in Italia.

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