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Tripla fiducia sul Rosatellum, è scontro

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Tripla fiducia sul Rosatellum, è scontro

  • –Barbara Fiammeri

roma

La gazzarra era cominciata ben prima che il ministro dei Rapporti con il Parlamento Anna Finocchiaro annunciasse, sommersa dalle grida dell’Aula, la decisione del Governo di porre la fiducia sulla legge elettorale. Quando i deputati si affacciano a Montecitorio la notizia della decisione del Consiglio dei ministri è già cronaca. M5s e i bersaniani di Mdp assieme a sinistra italiana parlano di «attacco alla democrazia» scenderanno assieme in piazza). La presidente della Camera Laura Boldrini è accolta al grido di «venduta» e non appena il ministro Finocchiaro comincia a parlare, le urla vengono accompagnate dal lancio di qualche copia del regolamento e dalle mani battute sulle ribaltine. Il film in Aula dura appena qualche minuto. Fuori intanto manifesta il movimento dei forconi che accoglie con i fischi il grillino Di Battista, sceso in piazza convinto di trovare sostegno. La seduta viene quindi sospesa perché devono passare 24 ore prima di poter procedere alle votazioni. Tre voti di fiducia, per i primi tre articoli (due oggi e uno domani più il voto finale), quelli su cui si erano concentrati gli emendamenti di M5s, Mdp, Si e Fdi e sui quali gravavano oltre 100 voti segreti.

Il rischio che su uno di questi voti i franchi tiratori avessero la meglio era troppo alto. Rischio che non è del tutto scongiurato, visto che resta comunque segreto il voto finale sull’intero provvedimento. Ma su questo i 4 sottoscrittori del patto - Pd, Fi, Lega e Ap - coadiuvati anche da altri gruppi minori sono certi di non avere sorprese. Al contrario di quanto si sarebbe potuto verificare nel corso di decine di votazioni. In caso di fallimento a pagare il prezzo più alto sarebbe stato senza dubbio il Pd, che essendo il gruppo parlamentare di gran lunga più numeroso, sarebbe stato il principale imputato. Ed è infatti dal Pd che è partito il pressing su Palazzo Chigi affinché il Governo scendesse in campo con la fiducia. Un pressing cominciato da diversi giorni e portato avanti direttamente da Matteo Renzi che, forte anche del sostegno di Fi e Lega (oltre che dei centristi di Ap) ha convinto Paolo Gentiloni a scendere in campo per «facilitare» il percorso della riforma elettorale con quella che è stata definita una fiducia «tecnica» nonostante le resistenze del Guardasigilli Andrea Orlando, leader della minoranza dem e di alcuni deputati(il lettiano Marco Meloni ha già annunciato che non voterà la fiducia). Una scelta che certamente è stata resa più agevole dal confronto mantenuto dal premier con il Capo dello Stato Sergio Mattarella. Non a caso proprio il Quirinale, nelle ore precedenti la riunione del Consiglio dei ministri, ha ricordato gli appelli rivolti dal Capo dello Stato al Parlamento nel corso dell’ultimo anno affinché si rendessero omogenei i sistemi elettorali di Camera e Senato dopo i tagli operati dalle sentenze della Corte costituzionale. Il Colle ovviamente si è tenuto alla larga da valutazioni sul merito della riforma così come dall’ipotesi di ricorso alla fiducia, ma ha voluto far sapere di considerare «positivo» l’impegno del Parlamento per giungere a una nuova legge elettorale con ampio consenso. Che il consenso sia ampio è provato dai numeri: oltre due terzi dei deputati si dichiara a favore della legge. Ma è una maggioranza larghissima solo sulla carta. Ai malesseri di quanti nel Pd temono di vedersi messi fuori dalle liste, si sommano anche i malumori di quella parte di Fi che ritiene di essere penalizzata dalla reintroduzione dei collegi uninominali(2 senatori azzurri, Amidei e Piccoli, hanno lasciato Fi in segno di protesta contro l’accordo sul Rosatellum). Berlusconi però ha tirato dritto. Anzi ieri il Cavaliere così come la Lega hanno avallato la scelta della fiducia anticipando che i due gruppi parlamentari usciranno dall’aula evitando quindi di votare contro e daranno certamente il loro sostegno nel voto finale.

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