Italia

Così l’Italia proverà a “copiare” Israele per far…

venture capital

È il mercato che deve decidere se una startup è un buon investimento, ma lo Stato - se i privati ci scommettono almeno un po’ dei loro soldi- è pronto ad accollarsi gran parte del rischio dell’investimento con un maxi prestito da restituire solo se il progetto avrà successo . Questo è il meccanismo che Israele sperimenta con successo da molti anni per attrarre gli investitori e che ha contribuito a trasformarla nella “startup nation”. Un meccanismo che ora il Governo italiano sta pensando di replicare nel nostro Paese con un fondo da 100 milioni per dare vigore al venture capital, il vero anello debole finora del piano industria 4.0 come ha sottolineato recentemente il ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda.

Il modello israeliano
La misura potrebbe entrare in manovra, ma è anche possibile che il ministero dello Sviluppo economico ricorra a un semplice decreto ministeriale con il quale rivedere l’attuale incentivo governativo più importante - «smart & start» di Invitalia - che oggi funziona a bando. L’idea è quella di adottare il modello israeliano per provare ad avvicinarsi ai numeri del suo ecosistema innovativo che cresce costantemente grazie alla sua capacità di attrarre investimenti (5 miliardi di dollari nel solo 2016 in venture capital) con oltre 300 multinazionali hi-tech che hanno aperti centri di ricerca e sviluppo in Israele (da Facebook ad Amazon, da Google ad Apple fino a Huawei ). Qui si contano 5mila startup e ogni anno ne nascono circa 1500, di cui più della metà dopo 3 anni chiudono. Un fatto fisiologico perché il rischio è insisto in ogni startup. La differenza qui però la fa lo Stato che investe e rischia a fianco dei venture capital, ma senza avere la pretesa di guidare il mercato: in pratica l’Authority dell’innovazione di Tel Aviv fornisce fino all’85% del capitale necessario a fronte però di un investimento del privato che così qualifica il progetto. Se l’azienda ha successo deve restituire il prestito, altrimenti non deve nulla (il contributo è a fondo perduto).

Il sistema allo studio in Italia
In Italia il meccanismo che sta studiando il Mise prevede che a fronte di un certo investimento in equity scatti automaticamente un contributo che vale da due a quattro volte la somma investita. Si tratterebbe di un prestito a tasso agevolato o molto probabilmente a tasso zero. Il ministero sta valutando anche di introdurre la stessa soluzione adottata in Israele e cioè la restituzione del prestito solo in caso di successo della start up. L’obiettivo è spingere sull’acceleratore dell’attrazione del venture capital che in Italia non è mai decollato. Lo scorso anno le startup italiane hanno ricevuto finanziamenti complessivi per 180 milioni di euro contro gli 1,4 miliardi conquistati delle startup francesi. Nel triennio 2014-20116 il venture capital in Italia ha apportato equity per soli 330 milioni di euro. Eppure le startup crescono ogni anno di numero: in Italia sono oltre 7mila con un incremento dell’11% rispetto all'anno precedente con oltre 35mila addetti impegnati. Ma alla fine dello scorso anno, le imprese registravano ricavi annui medi per 133mila euro, un Ebitda negativo del 25% e soprattutto una capitalizzazione limitata con investimenti medi per 61mila euro e debiti finanziari per 54mila euro.

© Riproduzione riservata