Italia

Il «patto» tra leader regge alla prova del fuoco, sollievo…

POLITICA

Il «patto» tra leader regge alla prova del fuoco, sollievo del Colle e del premier

Prova superata. La giornata di ieri finisce con un sospiro di sollievo di tutte le parti in causa. Del Pd di Renzi che aveva spinto alla prova di forza della fiducia, di Paolo Gentiloni che l’aveva digerita e del Quirinale che aveva offerto un ombrello istituzionale al patto allargato anche all’opposizione. Quell’intesa tra Democratici, Forza Italia, Lega e centristi alla fine ha retto il voto segreto. Tutte le ansie della vigilia si sono dissolte e del resto se la legge fosse stata affossata, l’onda dei franchi tiratori avrebbe travolto tutto e tutti. Non solo Renzi, che sarebbe finito sotto accusa, ma il Pd al gran completo visto che i capi-area – da Franceschini a Orlando a Delrio – si erano schierati a favore della riforma. Sarebbe stata una delegittimazione per il principale partito ma anche per gli altri contraenti dell’intesa e pure per i vertici istituzionali che avevano avallato l'operazione. Dunque lo scenario più cupo si dissolve, quello spettro dei 101 traditori smette di perseguitare un partito che è alla vigilia del suo decimo anniversario.

Vince Renzi che ieri ha dimostrato di tenere il Pd e vince pure Berlusconi che resta ancora saldo alla guida di Forza Italia ma se per loro è una vittoria politica, di immagine, quello che “incassa” di più è Salvini. Nel senso che sotto il profilo sostanziale queste regole elettorali sono quelle che favoriscono più la Lega in termini di risultato sui collegi e la mettono in una posizione di forza, al Nord, nella trattativa con il Cavaliere. Perde il partito di Speranza e Bersani che a questo punto è stretto nel bivio di una corsa solitaria ma rischiosissima oppure di una correzione di rotta sul tema alleanze con Pisapia e il Pd. Per i 5 Stelle si tratta invece di una sconfitta solo entro le mura di Montecitorio: perdono ma ritrovano la piazza sugli slogan anti-Palazzo e anti-partiti e il voto di ieri diventa un’arma di campagna elettorale.

A questo punto, il primo tempo della partita è vinto ma è quello che ha più peso. Soprattutto perché ha passato l’esame più duro dello scrutinio segreto mentre al Senato l’aspetta un test difficile ma tutto a viso aperto. L’unica eccezione sono le norme che riguardano le minoranze linguistiche su cui è possibile chiedere un test “coperto” ma si tratta di tecnicalità, non hanno certo la portata della votazione di ieri sera sull'intera legge. E in effetti anche se i voti sono stati 375 - e ne mancano all’appello una sessantina - l’approvazione della riforma “riabilita” pure la scelta di mettere la fiducia che ha esposto – e molto – Renzi e lo stesso premier. Quella forzatura trova una sua “assoluzione” con i sì di ieri che allontanano l’accusa di coercizione. Ma è anche vero il contrario e cioè che si poteva fare a meno di blindare il testo.

I ribelli avevano l’occasione ghiotta di rivoltarsi nell’ombra contro il Rosatellum, ma tutto questo non c’è stato. La maggioranza dei parlamentari ha legittimato la legge al di là della blindatura. E in qualche modo sono gli stessi parlamentari che hanno rilegittimato se stessi perché bocciare la riforma al buio avrebbe dato la fotografia finale e definitiva di un Parlamento “buono a nulla e capace di tutto”. Da oggi si apre una pagina nuova. Archiviato il grande brivido, si comincia a trattare nei partiti per le liste. È l’ingresso ufficiale in campagna elettorale.

© Riproduzione riservata