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Dossier Il bello dell’equilibrio precario

    Dossier | N. 22 articoliProcesso all’economia

    Il bello dell’equilibrio precario

    «Orbicolare». Dettaglio dell’operadi  Davide Nido (2009)
    «Orbicolare». Dettaglio dell’operadi Davide Nido (2009)

    Nel luogo dove vi trovate, vi è un gas in equilibrio a una temperatura di circa 25°. Questo gas si approssima essere costituito da molecole che si scambiano energia urtandosi in modo perfettamente elastico, così da non dissiparne nemmeno un po’.

    Quest’approssimazione è utile per descrivere le proprietà del gas (pressione, temperatura, ecc.): utile significa che da questo modello approssimato, poiché le molecole reali si urtano dissipando energia, si possono calcolare proprietà che corrispondono a quelle misurate.

    Anche gli economisti si propongono di usare un procedimento simile: assumere delle ipotesi semplificatrici che permettano di cogliere gli elementi cruciali della complessa realtà economica. Il problema è se le ipotesi usate spiegano davvero la realtà: questa verifica, a differenza dalla fisica, è stata tralasciata, almeno dalla teoria economica che va per la maggiore.

    Le politiche economiche neoliberiste che oggi dominano, si basano sull’economia neoclassica il cui scopo, formulato da Leon Walras alla fine dell’Ottocento, è di fornire una formulazione matematica quantitativa all’idea di equilibrio tra domanda e offerta. L’idea base è che proprio come due forze si bilanciano per mantenere un pianeta nella sua orbita intorno al Sole, così in economia, raggiunto questo punto di equilibrio, i produttori non forniranno troppo, creando surplus, né troppo poco, lasciando insoddisfatti gli acquirenti, in modo che al punto di equilibrio l’offerta equivalga alla domanda e le forze economiche si bilancino.

    Dal lavoro di Walras in poi gli economisti neoclassici concettualizzano gli agenti (le famiglie, le imprese, ecc.) come entità razionali che, avendo accesso a tutte le informazioni possibili, ricercano i «migliori» risultati, cioè i massimi guadagni possibili: matematicamente questa situazione equivale a trovare il massimo di opportune funzioni di utilità e di profitto. Tale situazione corrisponderebbe a un equilibrio in cui nessuna distribuzione alternativa dei prezzi o delle quantità di prodotti porterebbe a un miglior esito. La dimostrazione dell’esistenza di un equilibrio competitivo dovrebbe permettere di spiegare come funziona un’economia di mercato, dove ognuno agisce indipendentemente dagli altri cercando di ottimizzare il proprio utile. Se il singolo individuo può commettere errori nel compiere scelte economiche, si suppone che la collettività nel suo complesso abbia aspettative corrette, così da rendere efficiente il sistema economico.

    Questo quadro teorico è diventato il paradigma generalmente usato per compiere scelte di politica economica. Il modello dinamico stocastico di equilibrio generale (Dsge), usato da tutte le principali istituzioni internazionali per prevedere l’economia, contiene delle equazioni che rispondono ai criteri delle aspettative razionali. Il modello descrive quello che si ritiene essere il comportamento tipico del «padre di famiglia» che lavora, guadagna e spende e delle aziende che vendono, assumono e investono. I comportamenti risultanti sono calcolati assumendo che ogni agente si comporti come un perfetto ottimizzatore indipendentemente dagli altri.

    Non è dunque sorprendente il fatto che i modelli Dsge non siano riusciti a prevedere la crisi finanziaria: le grandi fluttuazioni generate da comportamenti coerenti di grandi insiemi di agenti che agiscono con meccanismi imitativi, non sono né ammesse né concepite in questi modelli. Se il fallimento delle previsioni basate sui modelli neoclassici è un fatto confermato quando avviene una piccola o grande crisi, come migliorare la previsione dei sistemi economici è un tema dibattuto. Da una parte vi sono coloro, come il recente premio Nobel per l’economia Richard Thaler, che si sono concentrati sui limiti cognitivi: comportamenti e condizionamenti sociali che rendono l’agire umano molto più complesso rispetto alle semplificazioni della teoria neoclassica. Questi tentativi non hanno però prodotto migliori previsioni poiché non toccano il punto chiave della teoria neoclassica: l’esistenza dell’equilibrio.

    D’altra parte, quello che abbiamo imparato studiando la gran parte dei sistemi fisici che ci circondano, è che per questi, se uno stato di equilibrio stabile esiste in teoria, esso può essere irrilevante in pratica, perché il tempo per raggiungerlo è troppo lungo. Vi sono poi sistemi fisici che sono fragili rispetto all’azione di piccole perturbazioni, come nella meteorologia, evolvendo in modo intermittente con un susseguirsi di epoche stabili intervallate da cambiamenti rapidi e imprevedibili. Per molti sistemi, infatti, l’equilibrio stabile non è raggiunto in maniera naturale: si trovano anzi in una situazione di temporanea stazionarietà ma di potenziale instabilità ed è sufficiente una piccola perturbazione per causare grandi effetti. Come succede nel caso dei terremoti, dove si accumula energia potenziale per effetto del moto relativo di due faglie tettoniche: quando per una piccola causa si supera una soglia critica questa energia è rilasciata sotto forma di onde sismiche causando un terremoto.

    Molti ritengono che la causa della crisi del 2007 sia stata proprio la fiducia immotivata nell’autoregolamentazione dei mercati e nell’enorme sviluppo di strumenti finanziari che, secondo la teoria neoclassica, avrebbero dovuto distribuire il rischio in maniera ottimale: il contrario di quello che è successo in realtà. La maggiore sfida per l’economia del futuro è dunque quella di essere meno dogmatica della teoria neoclassica.

    Se c’è bisogno di assorbire metodi e concetti delle scienze naturali basati sul confronto tra ipotesi teoriche e risultati osservati, è anche necessario evidenziare che la teoria economica non potrà mai trasformarsi di una disciplina tecnico-scientifica, cosa che molti cercano invece di sostenere per nascondere le motivazioni politiche e sociali della teoria dietro una cortina fumogena di equazioni e tecnicismi che di scientifico non hanno nulla.


    Francesco Sylos Labini è fisico teorico e autore di «Rischio e previsione. Cosa può dirci la scienza sulla crisi» (Laterza, 2016)

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