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Referendum Lombardia-Veneto, che cosa succede se vincono i…

il voto sull’autonomia

Referendum Lombardia-Veneto, che cosa succede se vincono i «sì»

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I referendum per la maggiore autonomia di Lombardia e Veneto del 22 ottobre non hanno un impatto immediato, trattandosi di referendum consultivi. L’obiettivo è essenzialmente politico: per la Lega Nord, promotrice dell’iniziativa, servono a dimostrare che la cittadinanza vuole che le istituzioni locali gestiscano tante più materie possibili fra quelle definite «concorrenti» dalla Costituzione italiana. Si tratta di 20 grandi temi elencati dall’articolo 117, di cui le due Regioni vorrebbero avere la gestione esclusiva. Si va dalla sicurezza all’innovazione tecnologica, dalle politiche per il lavoro alla tutela dei beni ambientali, dall’alimentazione alla protezione civile.

La finanza locale
Questa istanza ha una traduzione in cifre: i vertici della Regione Lombardia, guidata dal Carroccio, lamentano un residuo fiscale negativo (ovvero la differenza tra quanto ogni anno il territorio versa allo Stato e quanto riceve) pari a 56 miliardi medi; la Regione Veneto parla di 15,5 miliardi mancanti. La richiesta è che, rispettivamente, 24 e 8 miliardi rimangano a livello locale. I due referendum sono simili ma non uguali. Prima di tutto in Lombardia non è richiesto un quorum, visto che è stato approvato con una mozione votata dalla maggioranza qualificata in Consiglio regionale; in Veneto invece, dove all’iniziativa è stato dato il via libera in Consiglio attraverso legge regionale, bisognerà arrivare al 50%. Inoltre in Lombardia verrà utilizzato per la prima volta il voto elettronico, con macchine ad hoc che poi verranno riutilizzate per le future elezioni (questo almeno l’invito fatto ai Comuni dal Pirellone).

I costi del referendum: in Lombardia 48 miloni, in Veneto 14
Fatto, questo, che ha creato qualche polemica sui costi, visto che il Pirellone ha speso 48 milioni, sommando i costi di propaganda e quelli per l’acquisto dei macchinari. La spesa veneta ammonta invece a 14 milioni. L’esito del referendum non produce risultati immediati, ma nella lettura politica della Lega Nord darebbe «mandato al governatore di trattare con Roma», come sottolinea il presidente della Lombardia Roberto Maroni, per il quale la campagna referendaria è già un anticipo della campagna elettorale per le prossime regionali, con cui punta alla rielezione. Il responsabile del referendum in Lombardia, Gianni Fava, sottolinea che «ogni cittadino lombardo paga allo Stato 5.700 euro ogni anno», e che quindi «almeno la metà potrebbe essere usata a livello locale». Rincara la dose il parlamentare della Lega veneta Filippo Busin, che ricorda che mentre lo Stato versa ad ogni cittadino veneto 2.800 euro, ne versa 6mila ad uno del Lazio. Quindi - conclude - questo referendum è valido anche sotto il profilo solidaristico».

La strategia politica
Ieri il governatore Maroni si è esposto per la prima volta sugli obiettivi di affluenza, parlando di un successo in caso di un 34%. Maroni ha ricordato che nel 2001, al referendum sulla riforma del Titolo V, andò a votare proprio il 34%. «Mi aspetto - ha aggiunto - di superare quella quota. Ogni voto in più sarà un successo». Per il segretario regionale del Pd, Alessandro Alfieri, «un’affluenza sotto il 50% sarebbe un vero flop per Maroni». Posizione comunque sfaccettata quella del Pd locale: a livello di segreteria i vertici sono critici, mentre alcuni sindaci, tra cui quello di Milano Giuseppe Sala, insieme al futuro candidato del centrosinistra alle regionali, Giorgio Gori, si sono dichiarati favorevoli. A sottolineare questa ambiguità è stato ieri il leader di Fi Silvio Berlusconi: «Non solo gli azzurri di Fi sono impegnati per il Sì, ma anche i sindaci Pd hanno espresso la loro simpatia per il Sì, contro la posizione del Pd centrale». Poi Berlusconi ha esortato tutte le Regioni a ripetere l’iniziativa. Favorevole alla consultazione anche il M5S. Infine l’ultimo «colpo basso», come lo definisce il governatore veneto Luca Zaia. Il ministero dell’Interno ha chiesto al Veneto che si faccia carico dei 2,4 milioni per l’utilizzo delle forze dell’ordine ai seggi. Ma per il presidente si tratta «dell’ultimo disperato tentativo di impedire ai veneti l’esercizio del voto». Le urne saranno aperte dalle 7 alle 23. Scelta diversa quella dell’Emilia Romagna. Ieri il premier Paolo Gentiloni e il governatore Stefano Bonaccini hanno firmato una dichiarazione di intenti per intraprendere il percorso regionale verso l’autonomia.

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